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Nirvana, Soundgarden, i ranger: la strana storia di Jason Everman

Ha militato in due band che hanno fatto la storia del grunge e della musica in generale, ma un carattere troppo schivo si è messo in mezzo. Poi è arrivato l'esercito e la filosofia

I Soundgarden nel 1989. A sinistra, Jason Everman. Foto Ebet Roberts/Redferns

I Soundgarden nel 1989. A sinistra, Jason Everman. Foto Ebet Roberts/Redferns

Nella sua autobiografia, Benvenuto Cellini diceva che un vero uomo deve essere «sia un artista, che un guerriero, che un filosofo». Cellini era più animato da un intento auto-assolutorio che dalla volontà di impartire lezioni di vita, ma c’è una persona, nella storia del rock, che ha preso la sua ricetta alla lettera.

La storia di Jason Everman comincia il 16 ottobre 1967 a Ouzinkie, un dimenticato paesino di 160 anime confinato su un’altrettanto dimenticata isola dell’Arcipelago di Kodiak, in Alaska. I genitori avevano deciso di trasferircisi al grido di “torniamo alla natura!”, avevano preso una capanna travestita da bilocale, un ocelot domestico di nome Kia e si erano convinti di poter vivere di pesca. Ma se per Jerry Everman l’Alaska è l’Eldorado, per la moglie Diane è più simile all’inferno, e infatti nel giro di poco lascia il marito e si trasferisce con Jason e il nuovo compagno a Poulsbo, una città a pochi chilometri da Seattle.

L’infanzia di Jason non è esattamente traumatica, ha un padre adottivo e una sorellastra con cui va d’accordo; il problema semmai è sua madre, la quale rivela ben presto una spiccata tendenza autodistruttiva, con annessi problemi di alcolismo e dipendenza da farmaci. Ben presto però Jason scopre il mondo della musica, e lo fa grazie a un esplosivo, per la precisione un M-80, un petardo originariamente sviluppato dall’esercito per simulare il fuoco d’artiglieria. Jason e un amico lo usano per far saltare in aria un cesso della scuola media e vengono sospesi. A questo punto, Gigi Philips, nonna materna di Jason, decide di prendere in mano la situazione.

Jason viene mandato da uno psicoterapeuta, ma fa di tutto per non collaborare. Non è il classico scapestrato, anzi è piuttosto timido, parla poco e quando lo fa inciampa sovente nella balbuzie. L’esperto le prova tutte, finché non gli viene in mente di mettere in mano al ragazzo una delle sue chitarre. L’espediente funziona, lo psicologo si improvvisa maestro di chitarra e quando arriva il momento di andare al liceo, Jason è già pronto per entrare in una band.

Sviluppa una chiara predilezione per il punk e per l’hardcore, in particolare per i Black Flag (in seguito affermerà che è stato per via della canzone My War che ha scelto di entrare nell’esercito). Le estati invece le passa dal padre, che ancora vive da pescatore in Alaska. Il ragazzo è talmente determinato che si diplomerà con un semestre d’anticipo, riuscendo nel contempo a mettere da parte quasi 20.000 dollari.

Questa disponibilità di liquidi tornerà utile quando, nel 1989, l’amico Chad Channing lo farà entrare nella band di cui è batterista. I Nirvana hanno già terminato le registrazioni di Bleach, ma devono ancora 606,17 dollari al produttore Jake Endino. Everman si offre di pagare la registrazione e, nonostante non abbia registrato con loro una sola nota, i Nirvana in cambio inseriscono il suo nome nel libretto e lo piazzano in copertina.

Poco dopo i quattro partono in tour e Jason per la prima volta intuisce di non essere tagliato per quel tipo di vita. Le lunghe ore in furgone, i postumi, la noia, la mancanza di privacy, fanno riemergere il Jason introverso che aveva tanto preoccupato nonna Philips. Il suo modo di fare genera vibrazioni negative all’interno della band che, nel giro di poche settimane, decide di cacciarlo.

Nel frattempo c’è qualcun altro che ha scoperto di detestare la vita on the road: si chiama Hiro Yamamoto ed è il bassista dei Soundgarden, che proprio nel 1989 hanno pubblicato Louder Than Love, il loro primo disco per una major. Si dà il caso che Everman sia un fan sfegatato dei Soundgarden, perciò, quando entra ufficialmente nella band come bassista, è il proverbiale sogno che diventa realtà. Chris Cornell e soci sono entusiasti del suo modo di suonare, la band sembra aver trovato la quadra, c’è grande entusiasmo, ma poi cominciano i tour, e allora ecco che il lato oscuro di Jason torna a scorrere potente nel tour bus. Il ragazzo alterna momenti di allegria a lunghi intervalli di mutismo: alla fine della tornata di concerti il resto della band non ne può più e la storia si ripete.

Jason naturalmente non la prende bene, ma una parte di lui si rende conto che quello che è successo era inevitabile. Fino al 1994 milita in altre band, una delle quali, i Mind Funk, sembrano promettere bene. Poi, in un giorno di settembre del 1994, all’età di 26 anni, senza preavviso, abbandona il suo ultimo gruppo e fa domanda per arruolarsi.

Il 2° Battaglione Ranger è una delle divisioni di fanteria leggera più esclusive dell’esercito statunitense, ma nel mondo in cui Jason ha vissuto fino a quel momento arruolarsi equivale a sedersi in un angolo con in testa un cappello a cono con le orrecchie d’asino. Ma ormai ha deciso: si è rasato a zero, si è tolto il piercing al naso ed è pronto a farsi scorticare vivo dalle rigidissime esercitazioni delle truppe d’élite. Vuole scivolare nell’anonimato, e per un po’ ci riesce, ma poi arriva novembre, Kurt Cobain si suicida e i giornali si riempiono di vecchie foto dei Nirvana. La recluta Everman è una rockstar, in caserma non si parla d’altro, per lui però cambia poco: il cambio di pelle è stato fatto, il vecchio Jason non esiste più.

Negli anni successivi Everman combatte come ranger in America Latina, nel frattempo continua il ripido processo di selezione per entrare nelle forze speciali. Ci riesce nel 2001, poco dopo l’attacco alle due torri. Viene mandato in Afghanistan, poi in Iraq, poi ancora in Afghanistan; sopravvive a missioni complicatissime e viene ricoperto di encomi. Quando gli chiedono come ci si senta a stare sul campo di battaglia, dice che “è come stare su un palco”, che si percepisce la vita nel suo pieno. Il nuovo Jason è lunatico almeno quanto il vecchio, ma i silenzi protratti e l’introversione non sono un problema quando sei in trincea, semmai un valore aggiunto.

Jason Everman lascia l’esercito nel 2006, e siccome gli manca di spuntare una qualifica nella lista di Cellini, si iscrive alla Columbia University dove studia filosofia (si laureerà nel 2013). Nel 2009 Everman comincia a frequentare il NYU Veterans Writing Workshop, un laboratorio di scrittura creativa creato specificamente per ex-soldati. Qui conosce Jacob Siegel, reporter di The Daily Beast con cui scatta un’automatica amicizia. I due si frequentano anche fuori dal laboratorio di scrittura, molti dei loro discorsi orbitano intorno alla musica, in particolare vecchi gruppi punk che pochissimi conoscono.

L’11 aprile del 2014, la sera in cui i Nirvana entrano nella Hall of Fame, mentre Dave Grohl si esibisce insieme a una torma di star in un esclusivo after-party, Jason preferisce andare in un bar anonimo e silenzioso. Davanti ha una birra ghiacciata e un libro di Geoff Dyer, dall’altra parte del tavolo, ad annotare i dettagli di un’intervista che farà storia, c’è Jacob, l’amico veterano del corso di scrittura, uno dei pochi che riesce a vedere in lui qualcosa in più che una stella spenta anzitempo.

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