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Niente può fermare Home Festival, neanche la pioggia

Il bello di stare al festival di Treviso è assistere al pubblico che varia da un giorno all'altro: dai ragazzini trap ai nostalgici dei Prodigy. Tutti sotto la pioggia, come un Glastonbury in miniatura.

Una delle poche volte che ho organizzato una festa fra amici all’aperto ovviamente ha piovuto, quindi non si è presentata anima viva. All’Home Festival invece ha piovuto per la metà dei giorni (tra l’altro, quelli con gli artisti di punta) ma si sono comunque presentate 80mila persone in tutto. Cosa ci insegna questo? Che magari se avessi invitato anche io i Prodigy qualcuno sarebbe venuto, ma soprattutto che anche qui in Italia stiamo imparando qualcosina dai nostri cugini più al nord. Ed è un bene.

Pensate se al Glastonbury la gente stesse a casa perché ha visto su Google che nei giorni del festival è previsto brutto. Va da sé che la proposta e la macchina organizzativa dell’Home non sono ancora eccellenti come quelle del fratello maggiore inglese, ma è anche vero che il primo deve compiere dieci anni l’anno prossimo, mentre il secondo lo fanno praticamente dagli anni Settanta. In più, dubito che al Glastonbury abbiano vissuto un’atmosfera tanto casalinga quanto sbottonata come alla Dogana di Treviso quest’anno.

Parlo della venditrice di arrosticini abruzzesi che, un po’ su di giri per il vinello rosso frizzante, si è messa a raccontare barzellette rallegrando gli affamati in coda. Oppure Tony Effe della Dark Polo Gang che, finito il live, si è congedato dai suoi piskelletti dark sotto il palco con un lapidario «STUDIATE!» Alla faccia di chi dice che la trap è diseducativa per i ragazzini.

Incubus. Foto di Giuseppe Craca

Incubus. Foto di Giuseppe Craca



In ogni caso, gag a parte, i momentoni sono stati tanti. Per prima cosa l’ora e mezza di live dei Prodigy, incredibilmente pericolosi e divertenti come 25 anni fa. Anche la tracklist più o meno è la stessa di allora, ma la cosa ha messo d’accordo un po’ tutti. Loro compresi, a giudicare da quanto si dimenano sul palco (Keith su tutti). In più, non essendo morti né il dub né la drum n bass non ti sfiora nemmeno l’idea che tutto ciò possa risultare un po’ “datato”. Cosa che purtroppo non si può dire anche degli Incubus. Per carità, Brandon Boyd è in formissima, i suoi soci pure, ma questa cosa del DJ sul palco che scratcha i vinili sugli strumentali nu metal non ce la fa non risultarmi un pochino anacronistica o per lo meno destinata a estinguersi per sempre.

Ogni giorno del festival è stato saggiamente suddiviso per macro-aree della musica. Se nel giorno 1 ci si concentra sull’esterofilia da “alternativi” (quindi Alt-J o Floating Points), negli altri il divario generazionale aumenta, lasciando ai nostalgici 90′ i Prodigy e i Prozac+ e ai ragazzini invece i vari Nitro, Cosmo e Afrojack il giorno successivo. Si conclude poi con una serata varietà che copre tutto ciò che l’Italia abbia da offrire attualmente: da Caparezza, divertente perché teatrale, a Lo Stato Sociale, fastidiosi perché devono sempre impartirti lezioni di vita che non hai richiesto. È comunque impossibile accontentare tutti sempre, quindi il vero spasso di chi si fa tutti i giorni di festival è dato dall’assistere al ricambio della fauna fra un giorno e l’altro. Prima gli universitari, poi i 40enni con la formichina dei Prodigy tatuata sul collo, poi i ragazzini trap con le tute adidas in acetato, infine le famigliole e le mamme che volevano cantare Una Vita In Vacanza a scquarciagola.

L’anno scorso avevamo detto che “Niente è come Home Festival” e più passa il tempo, più la teoria si conferma esatta.

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