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Niente batte il Primavera Sound

La storia del festival più importante dell'estate europea, nato da un piccolo club indie, in attesa dell'edizione 2016 che partirà il prossimo weekend
Primavera Sound, Barcelona. Foto Kimberly Ross

Primavera Sound, Barcelona. Foto Kimberly Ross

Non avremmo mai pensato di arrivare a questo punto», hanno detto nel 2015 i creatori del Primavera Sound, Alfonso Lanza e Abel González, agli americani di Billboard che dopo 15 anni di edizioni sempre più spettacolari si sono accorti di un evento live che è nato come spin-off delle serate indie-rock al club Apolo di Barcellona ed è diventato il festival definitivo dell’estate europea. Il Primavera Sound si era appena concluso con 217 concerti in cinque giorni davanti a circa 190mila persone, la metà stranieri, che hanno invaso Barcellona per vedere Strokes, Black Keys, Interpol, Damien Rice, Patti Smith e molti altri. È passato un anno ed ecco l’edizione record. Il Primavera Sound 2016 che si svolge dal 2 al 4 giugno è sold out già da marzo (per la prima volta nella sua storia) grazie a una line-up davvero impressionante: il ritorno di LCD Soundsystem e Radiohead e poi Sigur Rós, PJ Harvey, Tame Impala, The Last Shadow Puppets, Animal Collective, John Carpenter, Action Bronson, Beach House, Air, Suede, Beirut e persino Brian Wilson che suona dal vivo il capolavoro dei Beach Boys Pet Sounds.

«Quando vendiamo un biglietto del Primavera sappiamo che stiamo vendendo anche la città di Barcellona», ha spiegato Alfonso Lanza ai giornalisti americani che cercavano di capire (lo aveva già fatto il New York Times nel 2006 con un reportage sui festival europei, da Roskilde in giù, scomodando addirittura lo spirito di Woodstock: «Per i milioni di noi che non hanno potuto vivere quello che hanno vissuto i nostri genitori la risposta è l’Europa», hanno scritto) come si fa a costruire un successo del genere partendo da un club da 350 posti.

La prima ragione è che il Primavera è un festival urbano, rappresentativo dello spirito internazionale e festaiolo della capitale catalana e innestato sulla struttura di una città che negli ultimi 15 anni è stata in fermento e in trasformazione. Il Primavera vende Barcellona (portando in città un indotto che pare si aggiri intorno ai 90 milioni di euro), perché vince facile: si svolge al Parc del Fórum che è in piena città, con i palchi affacciati sul mare (che regalano momenti indimenticabili: i Portishead che suonano con dietro la luna piena riflessa nel Mediterraneo, i Flaming Lips alle 4 del mattino con l’alba che sorge sull’acqua), è raggiungibile con i mezzi pubblici, in bicicletta oppure anche a piedi, è organizzato alla perfezione ed è un punto di incontro di sottoculture giovanili, estetica hipster (che in Spagna si chiamano modernitos) e cazzeggio vacanziero che ha creato uno stile, come già il Coachella in America o Glastonbury in Inghilterra, ma senza tende, fango, polvere, prati dispersi in mezzo al nulla o spianate in mezzo al deserto, freddo, pioggia o caldo torrido.

I festival musicali, si dice, non sono più solo musica. Sono una rappresentazione dell’eclettismo – sonoro, culturale e di stile – delle nuove generazioni, sono un luogo in cui far convivere scene e mondi molto diversi tra loro per vedere che succede, sono l’occasione perfetta per scoprire novità e capire dove sta andando la musica.

La quale, lo sappiamo, sta andando dappertutto nello stesso momento. Quindi ben venga un biglietto unico (molto caro) per vedere centinaia di concerti in pochi giorni correndo da un palco all’altro. La domanda resta: crescendo così tanto nei numeri e nella varietà del suo cartellone, il Primavera Sound ha perso qualcosa? Certo, ha perso la componente indie degli inizi e lo ha spiegato lo stesso Abel González: «Negli anni ’90 in Spagna eri tagliato fuori se ascoltavi musica punk, hardcore, indie, qualsiasi cosa fosse fuori dal mainstream e rappresentasse uno stile. Non veniva nessuno a concerti del genere. Per questo abbiamo creato il nostro festival».

Oggi invece al Primavera Sound ci vanno tutti, senza distinzioni: leggende del rock, band underground, dj techno, musicisti indie-folk, rapper e popstar. Il cartellone, che fa spavento e che non riesci neanche a leggere fino in fondo, non è più la rappresentazione di un’idea. È tutto quello che succede oggi.
Ma non è proprio questa la ragione migliore per andarci?

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