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Nick Cave torna sulla morte del figlio: «Il dolore mi ha riportato al mondo, trasformato»

Il dolore contiene tutto, scrive il musicista: felicità, empatia, comunanza, tristezza, rabbia, gioia, perdono. È la consapevolezza della vulnerabilità che rende liberi

Nick Cave

Foto: Matt Thorne

Nick Cave è tornato sull’argomento della morte del figlio Arthur, precipitato nel luglio 2015 da una scogliera vicino a Brighton, in Inghilterra. Lo ha fatto nel suo Red Hand Files rispondendo a due fan chiamate Carol e Luna. Le donne, una inglese e l’altra neozelandese, hanno perso di recente un figlio e hanno chiesto al musicista come ha fatto a trovare un senso o almeno un po’ di pace in un evento tanto devastante.

«Negli ultimi anni Susie [Bick, moglie del cantante e madre di Arthur] ed io abbiamo imparato molte cose circa la natura del dolore. Abbiamo capito che non è una cosa che si attraversa, perché non ha mai fine. È diventato uno stile di vita, un approccio all’esistenza che ci ha portati ad accettare l’incertezza di questo mondo e allo stesso tempo a sfidarne l’indifferenza. Ci siamo arresi a una cosa su cui non esercitavamo alcun controllo, ma che ci rifiutavamo di accettare supinamente. Il dolore è diventato sia un atto di sottomissione che di resistenza, un luogo di estrema vulnerabilità nel quale, col passare del tempo, abbiamo sviluppato una percezione più spiccata della fragilità dell’esistenza. Alla fine questa consapevolezza ci ha riportati al mondo, trasformati».

«Abbiamo scoperto che il dolore era molto di più di semplice disperazione», continua Cave. «Abbiamo capito che il dolore conteneva molte cose: felicità, empatia, comunanza, tristezza, rabbia, gioia, perdono, combattività, gratitudine, stupore e persino un po’ di pace. Per noi il dolore è diventato un atteggiamento, un sistema di credenze, una dottrina, un modo di abitare con consapevolezza il nostro io vulnerabile, protetto e arricchito dall’assenza della persona che amavamo e che abbiamo perso».

In definitiva, annota Cave, il dolore è un insieme di cose: è fare i piatti, guardare Netflix, leggere un libro, contattare gli amici su Zoom, starsene da solo, persino spostare i mobili della casa, se serve. Tramite il dolore ci si confronta con la propria impotenza. «Siamo arrivati a vedere questa impotenza come una forma di libertà spirituale».

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