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Nick Cave: «Il pubblico mi ha salvato»

Dopo la morte dei figli la gente gli chiedeva come fai ad andare in tour? «Per me è l’esatto contrario: come potrei non farlo? Oggi quando mi esibisco sento che sto restituendo qualcosa al pubblico»

Nick Cave

Foto: Michal Cizek/AFP via Getty Images

Fra una settimana Nick Cave pubblicherà il libro Fede, speranza e carneficina (in Italia per La Nave di Teseo). Scritto col giornalista Seán O’Hagan, frutto di 40 ore di conversazioni, il libro è annunciato come un’immersione nel «mondo interiore di Cave per riflettere su ciò che davvero muove la sua vita e la sua creatività. Affrontando temi come fede, arte, musica, libertà, lutto e amore, questo volume ripercorre con sincerità la vita di Cave, dall’infanzia a oggi: i rapporti sentimentali, l’etica del lavoro e la sua profonda trasformazione negli ultimi anni».

L’artista ne ha parlato col New York Times in un’intervista intitolata “Nick Cave ha perso due figli. I fan gli hanno salvato la vita”. «Quando è morto Arthur», dice il musicista a proposito del figlio quindicenne caduto nel 2015 da una scogliera a Brighton, «sono stato risucchiato nel luogo più oscuro che si possa immaginare ed era praticamente impossibile uscire da quello stato di disperazione. So che può sembrare melenso, ma ce l’ho fatta grazie alla reazione delle persone che continuavano a scrivermi cose tipo “È successo anche a me”. È stato toccante».

Hanno giocato un ruolo anche i concerti che Cave ha fatto dopo la morte del figlio. «Il sostegno del pubblico mi ha salvato. Il mio pubblico mi ha aiutato tantissimo e oggi quando mi esibisco sento che sto restituendo qualcosa. Quel che faccio artisticamente è un modo per ripagare questo debito. L’altro mio figlio è morto. È difficile parlarne, ma sono i concerti e questo atto di sostegno reciproco a salvarmi. La gente mi chiede: “Ma come fai ad andare in tour?”. Per me è l’esatto contrario. Come potrei non farlo?».

Quando l’intervistatore David Marchese gli chiede che cosa vede negli occhi del pubblico, Cave spiega la differenza fra i concerti recenti e quelli di un tempo. «In passato, salivo sul palco e facevo spettacoli che andavano bene o male, ma non ero mai stato profondamente commosso dal pubblico, dalle sue gioie, dai suoi dolori, dalle sue insicurezze e da tutto quel che vedi quando guardi le persone negli occhi».

Oggi Cave è convinto che il vero spreco, in un concerto, sia l’autocompiacimento di certe band. «Si butta via una possibilità di migliorare le cose. E il modo per farlo è impegnarsi a fondo nelle canzoni. Quando succede, tutti vi vengono risucchiati dentro e c’è un’esplosione d’amore tra cantante e pubblico. Un tempo mi piaceva da matti erigere una barriera tra band e pubblico. Che ci piacesse o meno, nei primi tempi la gente che veniva a vederci fondamentalmente ci odiava. Questo attrito tra band e pubblico era la fonte dell’energia anarchica dei Birthday Party. Oggi è l’esatto contrario».

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