NeYo: «Niente autotune, niente scandali»

Ha scritto canzoni per voci incredibili, da Rihanna a Celine Dion, ma si sente ancora sottovalutato. Adesso, però, non gli importa.

E dire che ce l’avevo quasi fatta a sopravvivere alla mia prima fashion week milanese. Poi il brand La Martina invita NeYo all’evento di lancio della sua nuova collezione Fair Play, ed è qui che il musicista presenterà al pubblico italiano il suo nuovo album Good Man. Shaffer Chimere Smith da Camden, Arkansas, non è l’ultimo arrivato: ha scritto per più o meno tutte le grandi voci dell’r&b, del rap, del soul e del pop (da Beyoncé, Rihanna e Snoop Dogg fino a Whitney Houston e Celine Dion, per capirci) ha vinto tre Grammy e i suoi sette album sono usciti per etichette come Motown e Def Jam.

La presentazione di Fair Play è al Teatro Manzoni, dove arrivo sentendomi a disagio per il mio outfit più adatto a un’occupazione che alla presentazione di una collezione. Sono della stessa idea i due omoni della security che mi fermano sia all’ingresso che all’interno del foyer: non mi credono quando gli dico che sono lì per lavorare, e rimango bloccato dietro il palco fino all’intervento provvidenziale di uno dei ragazzi dell’entourage di NeYo, per fortuna ancora più imponente di quelli della security. Ed è così che, pieno d’orgoglio per essere protetto dagli amici grossi di una star dell’R&B, mi siedo e inizio la mia intervista.

L’evento di presentazione di ‘Fair Play’, la nuova collezione LaMartina

Prima di iniziare, però, una velocissima nota di demerito per la collega che si è piazzata lì accanto e ha registrato tutte le mie domande. Una bella mossa, lo ammetto, e non vedo l’ora di leggere le riflessioni di NeYo sull’autotune a reti unificate.

Perché sei qui?
Beh è l’Italia ed è la fashion week, non c’è nessun altro posto al mondo dove vorrei essere. No, scherzo, sono qui perché La Martina mi ha invitato, devo dire che la collezione mi somiglia, rappresenta un po’ il mio modo di essere: non sapevo molto del brand ma stiamo imparando a conoscerci.

Tu e Chris Brown siete gli unici musicisti r&b con sei album consecutivi in top 10. Come ti senti?
Ho ancora molto da lavorare prima di diventare uno dei “grandi”. Ho vinto tre Grammy, Stevie Wonder ne ha in doppia cifra. Sono felice di condividere questo onore con Chris, è un grande, ma sono ancora un po’ indietro (ride).

Qualche anno fa hai detto che ti sentivi sottovalutato, e che la tua musica meritava più attenzione. Perché?
Era un momento diverso della mia vita, avevo dimenticato il motivo per cui scrivevo musica. Io non ho iniziato per avere fan o per essere riconosciuto, l’ho fatto perché non avevo scelta. Certo, fa male non ricevere l’attenzione che pensi di meritare, ma allo stesso tempo tutto succede per una ragione. Se non sono la star più grande del pianeta, forse c’è un motivo. Alla gente piace il dramma, gli scandali… io non sono così, almeno non più.

C’entra qualcosa il nuovo album? Hai detto che lavorandoci sei diventato un’altra persona.
Il titolo è Good Man. Nessun uomo nasce innocente, e per diventare “un brav’uomo” devi passare attraverso alcune esperienze: ferire ed essere ferito, cose così. Il disco parla di questo viaggio, in senso universale. Adesso le mie priorità sono diverse: non mi spacco più il culo per accumulare montagne di soldi senza senso.

Hai scritto per molti artisti diversi: Rihanna, Jay-Z, Celine Dion, Beyoncé. Scrivi sempre nello stesso modo o hai un metodo diverso per ogni voce?
È sempre diverso. Non scriverei mai una canzone per Rihanna con lo stesso stile di Jennifer Hudson o Beyoncé. Se hai il lusso di conoscere la persona per cui stai scrivendo – e non è sempre così -, di sapere cosa pensa e come si muove, allora è più facile trovare la strada giusta. Se non hai questa fortuna… allora scrivi una canzone d’amore, quelle vanno bene per tutti (ride).

Hai una voce preferita?
Non riesco a sceglierne una, non mettermi in difficoltà. Ma se devo dirti un nome… la voce di Beyoncé non ha nessuna imperfezione, è la più bella del pianeta.

Ti senti più un autore che un performer?
Con il tempo mi sento sempre più autore. Per scrivere non devi ballare, e si lavora bene anche da vecchi! (ride).

Cosa ne pensi dell’autotune?
Voglio fare una premessa: c’è bisogno che la gente capisca cosa significa lavorare duro per sviluppare la voce. Ci vogliono centinaia di ore per imparare, e il fatto che l’autotune ti permetta di riuscirci senza sforzo mi fa un po’ schifo, lo ammetto. Ma c’è un’altra faccia della medaglia: la musica è una cosa individuale, e ognuno deve poter sviluppare la sua arte come gli pare. Io non sono nessuno per giudicare.

Tu lo usi?
Sì, ma cerco di trattarlo come una rete di sicurezza, non come un modo per volare dove non posso arrivare da solo. Diciamo che mi aiuta ogni tanto, quando perdo un po’ l’intonazione.

In un’intervista hai detto che rende le voci tutte uguali. Hai cambiato idea?
No, dipende da chi lo usa. Future, per esempio, ha una voce che “passa attraverso” all’autotune, e quando lo ascolti sai subito chi è a cantare. Alla fine la cosa più importante è sempre la voce.