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«Nessuno vuole rimanere una nicchia», Francesco Lettieri e il futuro del videoclip

Calcutta, Motta, Emis Killa: sono solo alcuni degli artisti con cui ha lavorato il regista napoletano, classe 1985. Ma non è una questione di nomi: se c'è bella musica, diventa bello anche lavorare

Per un periodo ha vissuto insieme a Giovanni Truppi: «Erano i primi anni a Roma e condividevamo la casa». Ha studiato al DAMS: «Mi sono trasferito per quello, ma non mi sono mai laureato». E proprio allora ha cominciato a lavorare: «In quegli anni ho iniziato a girare i primi cortometraggi e i primi videoclip, tra cui Respiro di Giovanni».
Oggi Francesco Lettieri, classe ’85, napoletano, è uno dei registi più quotati tra i musicisti italiani. Ha girato alcuni dei video più famosi, cliccati e condivisi degli ultimi mesi, da Oroscopo a Cosa mi manchi a fare di Calcutta, da La fine dei vent’anni di Motta a Cult di Emis Killa. Ha lavorato con Fast Animals and Slow Kid, Nada, Luminal, K-Conjog, Xenia Rubinos, DJ Uncino e Clementino. Il suo obiettivo resta uno: «Cinema e la televisione. In generale, raccontare storie a un livello più alto».

Perché hai iniziato a girare videoclip? Non per soldi, immagino.
Diciamo che per i videoclip, soprattutto se indipendenti, il compenso non è nemmeno previsto. Chi comincia girando videoclip lo fa per farsi vedere e per farsi conoscere, non con i propri soldi. Personalmente, già il fatto che mi pagassero quello che volevo fare mi bastava. Questa impostazione è rimasta, e oggi preferisco fare un video solo se so che quello che ne verrà fuori sarà un buon lavoro, altrimenti evito.

Oggi i videoclip non servono più per vendere dischi; quindi, perché girarli?
In realtà, neanche prima avevano la funzione di vendere dischi. Alla fine il primo obiettivo è quello di dare visibilità alla canzone e al cantante. Che non si vendano più dischi è una cosa che è cambiata con il mercato musicale, nel senso che ora si guadagna di più facendo concerti piuttosto che vendendoli. Rispetto ai videoclip che c’erano prima, ha influito molto Youtube, che ha cambiato le cose.

“Cosa mi manchi a fare” di Calcutta, che ha superato il milione e ottocentomila views, è nato un po’ per caso.
Più che per caso, è stata una coincidenza. Stavo pensando a una storia d’amore tra due ragazzini extracomunitari, nella periferia di Roma, e poi è capitato che questo ragazzino ce l’avessi proprio sotto casa. Abbiamo subito pensato che potesse essere perfetto. Poi per una questione di budget, da due ragazzini siamo passati a uno solo. Ma in questo modo, ne viene fuori un video più forte, meno didascalico.

Nei tuoi video, molto spesso c’è un’altissima presenza femminile. È una scelta voluta? Le donne si prestano molto più degli uomini a “interpretare” la musica?
Non lo so. Questa è la prima volta che me lo fanno notare. Penso che forse, molto semplicemente, il corpo della donna sia molto più bello del corpo dell’uomo. E per questo ci sono più donne che uomini nei miei video. Essendo uomo, poi, tendo a pensare le mie storie dal punto di vista maschile. Anche se spesso mi rendo conto che è importante dare un punto di vista femminile, o almeno un punto di vista neutro.

Quanto conta la musica nella scrittura e nelle riprese dei tuoi video?
In teoria dovrebbe essere fondamentale. Io ho cominciato con il cinema e con i cortometraggi; il mio approccio è sempre stato cinematografico e cerco sempre di raccontare una storia. Altri registi, invece, sono più per il videoclip o per la pubblicità, e hanno uno stile diverso. Dipende molto dalle tendenze: due anni fa, per esempio, proporre un video narrativo era impensabile; oggi lo vogliono tutti perché altrimenti le persone si annoiano e non lo guardano. Io cerco sempre di raccontare qualcosa. Le canzoni influiscono tanto, anche se io cerco molto spesso – tranne forse che per Respiro di Giovanni Truppi, che è molto didascalico – di prendere spunto dal testo o di andare da un’altra parte. A volte, in modo completamente anarchico. Molto spesso, parto dalla musica e non dal testo.

Non dalle parole?
Certe volte mi rendo conto che anche dopo aver ascoltato una canzone mille volte, non ricordo niente dei testi.

Tra i video che hai girato ce n’è uno prediletto? O “per un genitore è difficile dire a quale figlio vuole più bene”?
Ma no, è ovvio che ci siano figli brutti e figli belli. (ride) Nei videoclip dipende molto dalla canzone: se mi piace, è diverso; se è solo carina, il video cambia. Quando una canzone è brutta, non riesco proprio a lavorarci. Tra tutti i miei video, penso che quello che più mi ha emozionato e continua ad emozionare è La Domenica di Giovanni Truppi: quando lo vedo, ci trovo tutti i miei amici e i miei parenti. Da un punto di vista puramente emotivo, è quello a cui tengo di più.

Quindi qualche volta, quando la canzone che ti veniva proposta non ti piaceva, anche tu hai detto di no.
Mi capita almeno tre volte a settimana. (ride) O le canzoni non mi piacciono o non sono nel mio genere. Per esempio quando mi propongono cose troppo pop o melodiche. Non sento nemmeno il budget. Dico subito di no. Se una canzone è brutta, o lontana dallo stile di chi gira, anche il video sarà brutto. Una selezione è d’obbligo.

In questi anni, quella che una volta era musica indie, cioè per pochi e di pochi, sta diventando mainstream, proprio come dice il titolo dell’album di Calcutta. Che ne pensi?
Secondo me sta succedendo una cosa molto interessante rispetto agli anni passati in cui sì, è vero, c’erano gli ascoltatori, c’era una nicchia, c’erano gli amatori e c’era gente che ascoltava – diciamo – musica alternativa. Quando addirittura l’indie non c’era ancora. Calcutta, con il suo disco, ha consacrato un po’ questo passaggio dall’indipendente al mainstream. Ma in realtà la cosa era cominciata già con I Cani e con altri dischi. Ed è una cosa assolutamente positiva, per me. Perché nel momento in cui un’etichetta come quella di Calcutta, Bomba Dischi, che è veramente indipendente, e un autore come lui riescono ad arrivare a un pubblico così ampio e ad andare, per dire, nella televisione generalista, vuol dire che hanno trovato la chiave per rivolgersi non solo ai giovani, o a una nicchia, ma a tutti. È l’obiettivo che abbiamo tutti, anche il mio: non rimanere in una nicchia, ma rivolgermi a quante più persone possibili.

Indie o no, con chi ti piacerebbe lavorare?
Nel corso di questi anni ne ho detti un po’. A volte mi pento di dire con chi voglio lavorare perché ci sono cantanti che collaborano con altri registi e può sembrare che io voglia rubare il lavoro a qualcun altro…

Quindi non c’è nessuno?
Ultimamente mi è capitato un nuovo progetto, un cantautore che non è ancora uscito: non ha nemmeno la pagina Facebook, pensa. Mi hanno mandato il disco ed è bellissimo e forse riuscirò a fare un video con lui. Quindi non è nemmeno una questione di nome: se c’è bella musica, diventa bello anche lavorare. Anche perché poi capita che proprio quando l’artista con cui volevi lavorare ti contatta, ha fatto un brutto album. (ride)

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