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Nelle “zone rosse” resteranno aperte le librerie, ma non i negozi di dischi

Nell’allegato 23 del Dpcm, dove sono elencate le attività economiche che resteranno aperte, ci sono librerie, negozi di computer, fotografia, giocattoli e ferramenta. Dov’è finita la musica?

Foto via Unsplash

L’ultimo Dpcm del governo, quello che divide l’Italia in zone gialle, rosse e arancioni e di fatto impone un semi-lockdown, ha predisposto la chiusura di moltissimi esercizi commerciali. L’idea, si spiega all’articolo 3, è di consentire l’attività solo a chi vende “generi alimentari e di prima necessità”.

Per capire cosa intende il governo per “generi di prima necessità” bisogna andare a leggere l’allegato 23, che contiene la lista delle attività che resteranno aperte. Oltre agli ovvi supermercati e ipermercati, c’è un po’ di tutto: negozi di elettronica di consumo, elettrodomestici, sigarette elettroniche, ferramenta, vernici, cartoleria, articoli sportivi, giochi e giocattoli, cosmetici, fotografia, articoli funerari e cimiteriali. Ci sono anche le librerie, e ci mancherebbe, ma non i negozi di dischi, già in grande sofferenza per la transizione digitale e l’esplosione delle piattaforme streaming.

Non è la prima volta: il governo aveva deciso la stessa cosa lo scorso aprile, in pieno lockdown, ed era stato sommerso dalle proteste. Anche in quel caso si è parlato molto di librerie, per due motivi: il primo è che i negozi di libri sono già avvantaggiati sul piano fiscale grazie all’IVA al 4%, il secondo è che le grandi catene spesso vendono anche dischi e cd, sostituendosi di fatto alle attività chiuse dal governo. «È concorrenza sleale», scriveva in una lettera aperta il titolare di Disco Club, una delle attività più antiche d’Italia. «Ci sentiamo presi in giro, come se fossimo cultura di serie B».

«Va bene che siamo nell’era dello streaming e il prodotto fisico rappresenta poco meno del 20% del mercato, ma come si è visto, è stata la musica a sostenere gli italiani nel primo durissimo lockdown», scrive su La Stampa Enzo Mazza, CEO di FIMI (la Federazione Industria Musicale Italiana, che rappresenta migliaia di imprese del settore). «La musica, come sostengono molte ricerche, è curativa, anti depressiva, unisce la gente, è un linguaggio universale. […] È un bene essenziale e molte persone già soffrono per l’assenza di eventi dal vivo e per le limitazioni imposti. Chiudere i negozi di dischi indipendenti e un nuovo lockdown sarebbe un colpo mortale».