Neil Young contro l’ultima teoria della cospirazione: «Pfizer non possiede la mia musica» | Rolling Stone Italia
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Neil Young contro l’ultima teoria della cospirazione: «Pfizer non possiede la mia musica»

Lo accusano di avere cancellato i suoi album da Spotify perché manovrato dall’azienda farmaceutica. Lui ribatte smontando la voce (però poi cancella tutto)

Neil Young

Foto: Frazer Harrison/Getty Images

In uno scritto pubblicato sul suo sito e poi cancellato, Neil Young ha risposto alla teoria della cospirazione secondo cui l’azienda farmaceutica Pfizer avrebbe investito nella sua musica, teoria che circola sotto forma di meme (vedi sotto) da quando il rocker ha preso posizione contro la disinformazione sul Covid contenuta nel podcast di Joe Rogan. Young, com’è noto, ha poi lasciato Spotify.

La premessa: in gennaio Neil Young ha venduto il 50% del suo catalogo al fondo Hipgnosis, uno dei più attivi nell’acquisto dei classici della musica. Nella lettera postata su Neil Young Archives e ricostruita da Stereogum il rocker scrive che «Pfizer non ha investito nell’Hipgnosis Private Fund» e che semplicemente «un ex CEO di Pfizer è diventato senior advisor di Blackstone», il gestore patrimoniale che nell’ottobre 2021 ha stretto una partnership con Hipgnosis.

«La quota che Hipgnosis detiene dei miei diritti d’autore fa capo dall’Hipgnosis Songs Fund quotato alla borsa di Londra», spiega Young. «L’investimento di Blackstone è relativo a un diverso fondo privato di Hipgnosis: quei soldi non sono stati usati per l’Hipgnosis Songs Fund. Pfizer non ha investito in Hipgnosis».

Il meme contro Neil Young

«So much for Pharm Aid», scrive il rocker in un gioco di parole tra Big Pharma e Farm Aid, il concerto da lui ideato negli anni ’80 con Willie Nelson e John Mellencamp per raccogliere fondi per i coltivatori americani in crisi. Insomma, keep on debunkin’ in the free world.

Nello stesso scritto Young spiega di essersi sbagliato dicendo che la lettera contro Spotify e il podcast di Rogan che ha contribuito a fargli prendere la decisione di lasciare la piattaforma è stata firmata da 270 «dottori». Si tratta invece di professionisti del settore medico di cui una parte dottori. «Mi sono fidato di quanto scriveva il Guardian».

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