Negrita: «Vedevamo la fine, ma nel deserto abbiamo trovato un nuovo inizio»

Con ‘Desert Yacht Club’ torna la band aretina, lasciandosi alle spalle un periodo di crisi e dolore, esorcizzati in un disco in cui ritrovare la propria identità scavando in se stessi durante un road trip negli States.

Negrita. Foto press.


«Venivamo da qualche anno difficile – racconta Pau – c’erano dei problemi interni alla band, qualcuno stava anche pensando di uscirne: sembrava si iniziasse a intravedere un orizzonte, una linea del traguardo, per questo con Desert Yacht Club abbiamo deciso di rimetterci in gioco». I Negrita sono tornati con un nuovo album, il decimo in studio, un lavoro in cui i tre musicisti si sono spogliati delle tensioni che stavano logorando la band, demoni in cui sembrava intravedersi la fine di un percorso durato più di vent’anni: «Il progetto di Desert Yacht Club nasce proprio dalla paura di essere arrivati alla fine e questo per noi era inaccettabile; ci siamo guardati negli occhi, tirando fuori tutti i problemi per cercare una soluzione attraverso la musica», aggiunge Mac.

Desert Yacht Club per i Negrita non è solamente un disco che segna il ritorno della band aretina a tre anni di distanza dal loro ultimo 9, ma è allo stesso tempo un processo catartico, dove Pau e soci hanno voluto fare i conti con il proprio passato, presente e futuro, sempre raccontando degli anni in cui stiamo vivendo. Siamo Ancora Qua, No Problem, il singolo Scritto Sulla Pelle, Non Torneranno Più, nelle canzoni cui i Negrita hanno affidato l’apertura di Desert Yacht Club è facile cogliere una presa di coscienza, una ricerca di identità racchiusa dentro i testi dei brani: «Dovevamo scegliere se vivere di ricordi o gettarci nel nostro tempo e questa seconda strada, quando hai 50 anni, significa trovarsi davanti allo specchio chiedendosi chi si è stati, chi siamo adesso e chi diventeremo in futuro, mettersi difronte a dei ragionamenti profondi riguardo la propria identità. Il deserto poi ti obbliga a guardarti dentro…» dice Pau mentre racconta il lavoro da cui è nato Desert Yacht Club.

Un titolo evocativo, che prende il nome dall’oasi creativa fondata dall’artista napoletano Alessandro Giuliano nel bel mezzo del deserto californiano, luogo in cui i Negrita si sono ‘rifugiati’, equipaggiati soltanto di un computer, due casse, una scheda audio e qualche chitarra acquistata per pochi centinaia di euro. «Abbiamo ribaltato il modo tradizionale con cui vengono composti gli album; niente sale prove, niente studi di registrazione. Soltanto noi e il nostro produttore, sempre on the road attraverso il Sud-ovest dell’America, registrando delle istantanee musicali del nostro viaggio. Un trip dentro il il trip», scherza Pau mentre descrive ciò che i Negrita chiamano Kitchen Groove. Uno studio portatile e minimalista, capace di seguirli ovunque durante il loro pellegrinaggio a stelle e strisce, dentro le tende del deserto così come nelle cucine degli appartamenti di Los Angeles: «Questa nuova ‘leggerezza’ ha fatto sì che la musica fluisse continuamente, che fossimo costantemente immersi nel processo creativo anche se in quel momento non ci trovavamo nella stessa stanza da cui la musica proveniva», spiega Drigo.

E se, come raccontano i Negrita, Desert Yacht Club è l’album in cui scavando dentro loro stessi – “soprattutto grazie alla paternità” – la band è riuscita a ricongiungersi con la propria storia e allo stesso tempo rilanciare verso il futuro, qual è il posto dei Negrita in una scena musicale in cui in cima alle classifiche c’è l’album di Sfera Ebbasta? «Nella musica così come nella vita devi avere il coraggio di affrontare il ricambio generazionale, anche se a noi di sentirci vecchi non ci passa neanche per l’anticamera del cervello», dice Pau ridendo. «Il nostro spirito è quello di sempre, quello che ci spinge continuamente a ricercare la passione per quello che facciamo, passione che tuttavia deve essere iscritta nel nostro tempo e spingerci, perché no, a concorrere con Sfera Ebbasta o Coez anche se, a essere onesti, delle classifiche non ci importa molto. Desert Yacht Club è un disco da outsider con cui abbiamo voluto raccontare i nostri tempi attraverso il nostro sguardo, tempi in cui tutto sta cambiando, non soltanto la musica. Guardate, ad esempio, ai risultati delle elezioni…».

Negrita. Foto press.

Risultati che se letti tra le righe parlano di tendenze contrarie a quella che è sempre stata la direzione dei Negrita, quella di una musica cosmopolita: «Serve che la musica parli anche di temi sociali, anche se non per forza. Parlo soprattutto pensando alle nuove generazioni, mi sembrano confuse dai tantissimi input che ricevono ogni giorno: in qualche modo ne parliamo nella canzone La Rivoluzione È Avere Vent’Anni. La società di oggi sta annacquando tutto nel nome del digitale o dei social, ma se si annacqua tutto poi le cose perdono di significato, di consistenza, e gli artisti oggi hanno la responsabilità di aiutare, soprattutto i giovani, a mettere a fuoco la realtà ma senza costringerli dentro regole che valevano per noi, per i loro padri. Altrimenti il rischio è di creare solamente degli infelici o degli irrisolti».

Insomma, Desert Yacht Club parla al futuro ma con un occhio rivolto al passato, dove il suono marchio di fabbrica dei Negrita si intreccia a nuovi stimoli: «Come band noi veniamo da influenze che partono dal blues del Delta», dice Drigo – interrotto da Pau che esclama “fino al funky della foce dell’Arno”. «Per questo nuovo album abbiamo preso spunto da generi musicali totalmente opposti dai binari in cui spesso ci troviamo incasellati ma l’anima dei Negrita cambia sempre, non ci importa niente di accontentare chi ci vorrebbe sempre uguali. Era necessario aprire il nostro background sonoro, il rock negli ultimi 20 anni non ha prodotto niente di interessante». Nuovi suoni, nuovi stimoli, confini attraversati ma mantenendo sempre una stella guida, come aggiunge Pau: «Desert Yacht Club è un disco in cui abbiamo sputato fuori tanto dolore, Drigo ha dovuto affrontare il lutto della morte del padre. Come un percorso terapeutico, il disco alla fine si risolve in un samba, in Aspettando l’Alba in cui dopo il buio si trova una nuova luce. Questa solarità è il cuore dei Negrita».