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Mosé COV: «Il mio rap è dedicato a chi arriva dal niente»

il rapper italo-eritreo viene da un passato difficile e una gavetta infinita, ma è ripartendo da zero che ora vuole conquistare la scena diventando un simbolo.

Le parole di Mosé COV, all’anagrafe Mussie Tesfay, anni ventinove, sono intrise di Milano dalla prima all’ultima. La Milano più vera e radicata, quella che tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli ’00 non era ancora la terra promessa di ogni aspirante rapper alla ricerca di un contratto discografico, ma una città in cui per farsi prendere sul serio con il rap e nella vita reale bisognava lottare, sbattersi, barcamenarsi tra mille altri problemi e necessità.

Figlio di immigrati eritrei, cresciuto nelle case popolari dietro piazzale Maciachini, ha alle spalle anni di gavetta; e la cosa in effetti non sorprende, perché ascoltando i suoi ultimi tre singoli L’Ombra di Londra, Da Sempre e Lottiamo Soli (i primi del suo percorso con la major Warner) emerge una notevole maturità e profondità rispetto a quello che si sente in giro ultimamente, oltre a un suono piacevolmente fresco e originale. Scoperta ancora più gradita, oltretutto, la persona dietro a quelle canzoni appare altrettanto matura e piacevole.

Prendi il nome da un collettivo milanese, COV…
Esatto. Più che un collettivo è una compagnia, però: le iniziali sono quelle delle tre piazze principali dei quartieri di Milano da cui arriviamo, ovvero Bovisa, Niguarda e Maciachini. Ho cominciato a frequentarla negli anni ’90 grazie a mio fratello maggiore: ai tempi c’era un’altra mentalità, ci si ritrovava tutti in piazza alla stessa ora, senza darsi appuntamento, senza cellulari… Ancora oggi ci frequentiamo, alcuni di noi si sono perfino tatuati la sigla COV, e abbiamo passato il testimone di questa bella esperienza alle nuove generazioni. Abbiamo tantissime cose in comune, prima tra tutte la passione per la musica: alcuni facevano rap, altri cantavano o avevano una band. È il primo gruppo di persone per cui ho provato un vero senso di condivisione, di appartenenza: non rischieremo mai di scioglierci, come se fossimo una band, perché in primis siamo amici, fratelli.

A proposito, negli anni passati hai fatto anche parte di una band crossover: come ci sei finito?
Ai tempi io e altri ragazzi di COV già facevamo rap, e altri facevano rock; essendo tutti amici, era normale che noi frequentassimo le serate dove suonavano loro e viceversa. Un giorno eravamo tutti andati a un loro concerto in uno skate park in Bovisa, ma uno dei ragazzi della band aveva dimenticato alcuni pezzi della batteria a casa. Mentre aspettavamo che andasse a recuperare la roba, il bassista e il chitarrista mi chiesero di salire sul palco per rappare un po’ mentre loro suonavano e intrattenere la gente. Alla fine tutti si erano presi benissimo, pensavano che la band originale fossimo noi. Il giorno dopo mi richiamarono: “Abbiamo sciolto la band, vogliamo fondarne un’altra con te!”. Così abbiamo continuato per cinque anni: mi è sembrato abbastanza naturale, anche perché oltre al rap amavo molto anche i Rage Against the Machine, i Limp Bizkit, i Linkin Park. È stata una grande scuola, ma anche abbastanza surreale. Magari capitava che prima di noi suonasse una band metal, e poi salivamo sul palco noi e io li sfottevo in freestyle! La gente ci guardava sempre come se fossimo dei marziani.

E come mai alla fine vi siete sciolti?
Sai, suonare con una band spesso è come guidare una macchina: se manca una delle quattro ruote, non gira più. quando la persona che faceva un po’ da leader morale del gruppo ha mollato non me la sono sentita di andare avanti. Ma ci siamo davvero goduti il tragitto. A un certo punto le nostre strade si sono divise per progetti di vita diversi, anche se siamo rimasti in ottimi rapporti.

La tua atipicità come rapper deriva anche dal fatto che il tuo produttore, Fulvio Ruffert, non viene dall’hip hop, ma dalla musica elettronica…
Ci siamo conosciuti per caso, in un locale in Colonne di San Lorenzo: io ero con i miei amici, lui con i suoi, e siccome tra i due gruppi c’erano dei conoscenti comuni ci siamo messi a chiacchierare tutti insieme. Io e lui abbiamo cominciato a parlare di musica techno, un altro dei generi con cui sono cresciuto (se sei di Milano, sei cresciuto in un quartiere come il mio e hai la mia età, da ragazzino era più facile ascoltare musica dance che rap) e di John Talabot, che io adoro. Pian piano abbiamo cominciato a frequentarci e un bel giorno ha provato a fare qualche beat hip hop per me. Ha funzionato così bene che non abbiamo più smesso. Ho anche provato a lavorare con altri, ma mi sembrava sempre di replicare un sound già sentito: Fulvio, invece, utilizza dei suoni che arrivano dalla musica elettronica e il risultato finale è davvero più fresco e nuovo, perché non c’entra niente con le mode del rap.

È anche per questo che sostieni di non appartenere a nessun sottogenere del rap?
In realtà credo che in Italia ci sia una categorizzazione sbagliata dei rapper, che all’estero non esiste. In America, per esempio, uno come Travis Scott fa hip hop, punto, e nessuno si sogna di incasellarlo in questo o in quel sottogenere. Classificare qualcosa come trap, per esempio, è semplicemente un discorso tecnico, è un prendere nota di un cambio di BPM e di certi setup, ma resta comunque rap. Quelli che dicono “Non faccio rap, faccio trap” mi lasciano parecchio perplesso, soprattutto se poi vogliono comunque diventare i king del rap. Quindi sì, io faccio rap e basta, e non mi vergogno di dire che voglio arrivarci il più lontano possibile e magari diventare un king.

Ecco, a proposito: come ci sei arrivato, fino a questo contratto con Warner?
Mettendoci tutto me stesso: coerenza, sacrifici, sincerità. Per la musica ho perfino chiuso rapporti molto importanti per me. Se vuoi intraprendere un certo percorso devi mettere in conto che ti toglierà tempo, soldi, energie, e magari non ce la farai neppure. La cosa più pesante è l’attesa, perché possono volerci anni per ottenere qualche risultato, e molti mollano prima. In questo gioco devi essere testardo fino alla fine, ma devi avere il coraggio di provarci fino in fondo. Perché la soddisfazione di riuscire a dimostrare che se vuoi puoi, che il destino te lo scrivi tu ogni giorno, che anche se non hai contatti e non fai il leccaculo prima o poi impegno e talento vengono premiati, non ha prezzo.

Il tuo primo album ufficiale di questo nuovo percorso non è ancora uscito…
No, ma negli anni precedenti non sono rimasto con le mani in mano: avevo già pubblicato tre album con la mia vecchia band crossover e uno con il collettivo COV, oltre a una manciata di singoli. Ma siccome non rispecchiavano più quello che faccio, soprattutto a livello qualitativo – da ragazzino non avevo i mezzi per fare le cose per bene – ho deciso di togliere da Internet tutti i miei vecchi pezzi e ricominciare da zero. Non è stata una scelta di marketing, però: vorrei solo che tutti avessero la possibilità di sentire la mia musica al meglio.

I tuoi nuovi singoli hanno testi molto riflessivi e profondi, a tratti anche malinconici. È stata una scelta?
In realtà non riesco a fare musica pensando a un possibile filo conduttore per tutti i miei pezzi: faccio musica solo quando sono ispirato, e se non ho niente da dire preferisco stare zitto. Non mi piace fare canzoni come riempitivo, e non ci tengo neanche particolarmente a fare delle hit: voglio fare delle belle canzoni, e basta, che rimangano anche a distanza di tempo. E non voglio neanche trasmettere per forza un messaggio, ma piuttosto delle sensazioni, a parole e per il modo in cui uso la voce e costruisco le melodie.

Un’ultima curiosità: in Italia i ragazzi di origine eritrea hanno sempre ascoltato un sacco di rap e negli anni sono stati tra quelli che hanno frequentato di più le serate e i concerti, ma finora i rapper italo-eritrei sono stati pochissimi anche a livello underground. C’è un motivo, secondo te?
Un sacco di rapper italiani dicono di arrivare dal nulla, di non avere mai avuto niente nella vita; ecco, c’è chi arriva davvero dal niente. Magari, come nel mio caso, hai una madre che fa tre lavori e non ha il tempo di insegnarti come si fa a prendere in mano un progetto e portarlo fino alla fine. Gli anni ’90 e i primi ’00 erano difficili da molti punti di vista, soprattutto a Milano si respirava un’aria pesante, e tra i ragazzi della comunità eritrea – che comunque è sempre stata molto integrata, visto che storicamente siamo qui da tantissimo – non c’è mai stato un vero esempio di qualcuno che ce l’abbia fatta davvero, a sfondare con il rap. Qualcuno a livello underground c’è stato: Binny Ghetto a Milano, Yared dei Camelz a Bologna… Ma credo che per stimolare anche i ragazzi più giovani a fare sul serio ci volesse qualcuno che potevano prendere come esempio, qualcuno di cui poter dire “Ecco, se ci è riuscito lui, posso riuscirci anche io”. Quando ci sarà, non ci saranno più scuse per non provarci sul serio.

Sarai tu, quel qualcuno?
Devo farcela per forza, sì. Sono troppo vicino alla meta, non posso sbagliare proprio ora. Non solo per me, ma anche per quel quattordicenne che parte dalle mie stesse condizioni e che guarderà a me e penserà “ce la farò anche io”.

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