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Un ex manicomio su un’isola veneziana può diventare il posto perfetto per un festival

Siamo stati al More Festival, 4 giorni di musica e arte sull'isoletta di San Servolo, che lo scorso weekend ha ospitato artisti elettronici con i contro attributi

Il More Festival è giunto alla sua terza edizione ed è terminato ieri dopo 4 giorni di festa. Foto: Nicolò Boatto

Il More Festival è giunto alla sua terza edizione ed è terminato ieri dopo 4 giorni di musica e arte. Foto: Nicolò Boatto

Il More Festival è giunto alla sua terza edizione ed è terminato ieri dopo 4 giorni di festa. Foto: Nicolò Boatto

Se dal canale della Giudecca proseguite verso il Lido, prima o poi vi imbatterete nell’isoletta veneziana di San Servolo (l’accento sulla prima sillaba, non sbagliatelo al cospetto di un veneziano). Un rettangolo, a malapena 5 ettari, nato come monastero benedettino e successivamente riconvertito in ospedale psichiatrico, dalla metà del Settecento a una ventina di anni fa.

Ecco, quindi che fareste voi dell’isola? Tenuto conto che in qualche modo bisognerà pur spezzare la boriosa quiete da polo universitario che aleggia fra le sue mura di mattoni per tutto l’anno.

Matias Aguayo ha riportato l'isola agli antichi splendori. Foto: Nicolò Boatto

Matias Aguayo ha riportato l’isola agli antichi splendori. Foto: Nicolò Boatto

La risposta si concretizza in 4 giorni (dal 4 al 7 giugno) di musica elettronica e arte con tutti i crismi, mentre a Venezia impazza la Biennale: il More Festival. La battuta del manicomio che riapre i battenti per 4 giorni all’anno risulterebbe scontata, ma non troveremmo metafora più esauriente per descrivere la serata conclusiva di sabato.

Organizzazione impeccabile a parte — sarà un caso, visto che l’agenzia dietro a tutto è francese? — il vero sballo è stata l’esibizione di colui per il quale molti si sono mossi dalla propria città, affrontando il caldo e le zanzare della Laguna: Matias Aguayo. Senza nulla togliere a mostri sacri come Dimitri From Paris e all’autoctono Spiller, il genio di Aguayo ha oscurato qualsiasi artista abbia suonato prima e dopo. Una consolle e un microfono. Non è servito altro per fomentare la folla con pattern tribali e rimandi alle origini cilene dell’artista naturalizzato tedesco.

Più che un DJ Set è stata un’ora e mezza di bombe a mano (non sono mancati i classiconi come El Sucu Tucu e Walter Neff), terminata con l’annuncio microfonico dallo stesso Aguayo, in stile hostess: «Avvisiamo la gentile clientela che l’ultimo traghetto partirà alle 4. Siete pregati di avvicinarvi al molo!» Ubbidiamo senza batter ciglio, completamente soddisfatti.

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