Ministri senza rabbia ma con fiducia

'Fidatevi' è un album che ci mostra dei ragazzi lontani dalla furia quasi eversiva degli esordi. E forse è per questo che sembrano più veri, più sinceri.

I Ministri, foto press.


logo Michele Monina

Davvero strano il mondo dei Ministri. Federico Dragogna, Davide Autelitano e Michele Esposito, questi i nomi dei tre ragazzi della band, band che, scusatemi l’enormità, ha rappresentato una delle rare voci politicizzate dell’underground (vedi alla voce indie prima che l’indie diventasse un genere musicale, più che un’attitudine, ma soprattutto prima che l’indie scoprisse il Venditti minore degli anni Ottanta e partissero le clonazioni) negli ultimi anni, senza dover far ricorso a ironia o intimismo, insieme a Zen Circus e ai fu-Il Teatro degli Orrori, se ne escono con un lavoro rassicurante, assolutamente poco rabbioso. Un lavoro, per citarli, fiducioso. Zero rabbia all’orizzonte, quindi.

Sì, perché a prima vista dovrebbe essere proprio la rabbia a muovere gli artisti oggi. Non la stessa rabbia che muove il popolo sovrano, attenzione, quella che decisamente si è fatta sentire sul fronte elettorale. La protesta. L’indignazione. No, una rabbia intellettuale. Di chi guarda lucidamente all’oggi e non può non vedere il grado zero di acculturazione della nazione, ultimo tassello di un lavoro certosino iniziato decenni fa.

Eppure, a guardarsi intorno, oggi nessuno porta in scena la rabbia. Non lo fanno i rapper, più orientati a raccontare le loro vite tra successi e ambizioni, e non lo fanno i cantautori, sempre più accartocciati su loro stessi. Non lo fanno neanche i Ministri. Perché?
In un momento come questo in cui la demagogia e il populismo hanno preso il sopravvento, in cui noi stessi artisti corriamo il rischio di parlare per slogan e manifesti, inconsapevoli che chi ci segue sui social, come ai concerti, è già d’accordo con noi, a prescindere, corre sul nostro stesso solco, pensiamo che assecondare questo comune sentire non sia rilevante. Continuiamo a nostro modo a fare canzoni che guardano al sociale e alla politica, intendendo con questo il senso etimologicamente più alto del termine, ma lo facciamo dando una prospettiva diversa, la nostra.

I Ministri sono una realtà della musica rock italiana, un genere, quello rock, quello fatto di strumenti suonati in saletta, dalle chitarre al basso alla batteria, e già in questa definizione ci sono due aspetti oggi decisamente fuori moda.
Se il rock è quello dei Maneskin, intendiamoci, va anche bene che il rock si estingua. Manuel è stato bravo a lavorarli, ma l’idea di essere associati a un genere che preveda un ragazzo che canta cover attaccato al palo della lap-dance ci sembra quanto di più distante da quel che ha mosso noi, e che continua a muoverci. Noi siamo una band rock milanese, e in una città che ha puntato tutto sull’individualismo questo ci ha subito posti in una sorta di paradosso. Ma siamo tre amici con tre teste diverse cresciuti insieme, non potevamo che suonare in una band, perché l’idea di fare musica solo grazie all’apporto degli altri tre ci ha messo in moto, e l’idea che quello che cantiamo sia frutto della nostra interazione continua a muoverci.

Continua a muovere anche il vostro pubblico? Nel senso, il vostro pubblico è cresciuto con voi? O c’è stato un ricambio generazionale?
Se penso a un concerto tipo, che so?, all’Alcatraz, vedo che le prime file ogni volta cambiano. Non vediamo mai le stesse facce. Ma c’è un grande zoccolo duro che ha resistito, che è cambiato con noi. Se all’inizio li vedevamo pogare in mezzo alla sala, oggi che non si poga più, che ci si è tutti calmati, ci capita di sentire che quelle stesse persone hanno scritto un verso di una nostra canzone nelle fede nuziali. Quindi se da una parte c’è un ricambio, con un pubblico di giovani universitari che arriva per le prime volte da noi, dall’altra c’è il vecchio pubblico che continua a starci appresso.

Ok, partiamo dall’idea di fiducia, quello che cantate nel brano che regala il titolo al vostro album, e che in qualche modo ricorre anche negli altri brani, non avete l’impressione che oggi non sia il momento di fidarsi degli altri?
Gridare frasi che toccano la pancia della gente ci sembrava scontato. Non ci interessa dire qualcosa che sia già condivisa da chi ci ascolta. Noi puntiamo a scrivere essenzialmente canzoni che piacciano a noi tre, certo considerando il fatto che poi le andremo a proporre agli altri, ma a noi non interessa oggi parlare di terrore. Mettiamola così, siamo sullo stesso campo da gioco della canzone che ha vinto Sanremo, solo che abbiamo provato a raccontare quella storia con altre parole e cercando di essere meno retorici.

Quindi vi riconoscete nel discorso sulla vostra “parentela” con Zen Circus e Il teatro degli orrori…
Pur con una differenza anagrafica, partiamo tutti dagli anni Novanta, quando il rock aveva in sé l’idea stessa di affrontare temi politici. Come il rap. Oggi è tutto diverso. Non ci riconosciamo in una scena, perché semplicemente non pensiamo ci sia una scena. Guardiamo al sociale a partire da noi stessi, volendo anche dai sentimenti, certo non concentrandoci sui nostri ombelichi come magari capita a altri. Soprattutto proviamo a fare musica che risulti onesta e evitiamo di fare cose che non siamo capaci di riprodurre dal vivo. Siamo dell’idea che il lo-fi abbia senso, ma sentirlo fare da chi invece punterebbe verso un’idea di musica figa ci fa ridere.

È questa vostra presa di coscienza di essere altro che vi ha portato a stare lontani delle major in un momento di grande campagna acquisti da parte di queste ultime?
Per come lavorano le major direi che starne alla larga è cosa buona e giusta. Non è che all’epoca dei nostri lavori in Universal ci abbiano lavorato male o ci abbiano imposto cose. Semplicemente non ci hanno capito e hanno provato goffamente a muoversi intorno al nostro progetto facendo proposte che non stavano né in cielo né in terra. Se ci proponi di suonare come i Negrita, per dire, sarebbe il caso che prima ci chiedessi se ci piacciono i Negrita, se no c’è un problema di fondo. Ecco, nella nostra condizione di indipendenti ci troviamo bene, se le major hanno gettato le reti noi siamo lo squalo della copertina, che ancora non si è lasciato irretire.

Fidatevi è un album che ci mostra dei ragazzi nel mezzo del cammin di loro vita, cioè intorno ai trentacinque anni, lontani dalla furia quasi eversiva degli esordi. Forse per questo ce li mostra in una forma più vera, sincera. Non perché il furore iniziale fosse di maniera, o almeno non solo di maniera, ma proprio perché album dopo album il trio milanese ha provato a andare oltre un rassicurante cliché ormai dato per buono per chi segue la musica indipendente italiana. Anche musicalmente ci sono aperture, rallentamenti, ariosità che in passato sarebbero sembrate impensabili. I Ministri stanno invecchiando, lo si legga con compiacimento. E come chiunque faccia rock, invecchiando stanno continuando a guardarsi intorno, ma non necessariamente con la voglia di dar fuoco a una macchina, semplicemente con la consapevolezza di trovarsi a attraversare questa Italia oggi e di volerla mettere dentro canzoni da suonare in giro per la medesima Italia oggi. Se, come dicono i tre, tutto quello che facciamo o quasi si basa su gesti di fiducia, forse la vera rivoluzione sta nel non perdere la speranza, nello smettere di parlare alla pancia provando a spostare il ragionamento sulla testa, o semplicemente di mettere il cuore tra la pancia e la testa.

Sono lontani i tempi in cui la band metteva un euro nella cover del primo cd, simbolico richiamo al fatto che “i soldi sono finti”.
Sono lontani anche i tempi della hit sporca Diritto a un tetto, oggi abusivamente finita in bocca a gente come i tizi di CasaPound.
Oggi i Ministri dicono Fidatevi. Ne prendiamo atto e accettiamo la sfida. Provarci, a questo giro, non costa niente.

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