Michael Jackson: il Supereroe Nero

Da Jay-Z a Henry Louis Gates, la black culture americana racconta l'eredità del Re Del Pop: «Senza di lui Obama non sarebbe stato presidente»

Quando Michael Jackson era un ragazzo, non era necessario dire “nero è bello”, ma bastava solamente guardarlo per riconoscerlo immediatamente. Nel 1969, nei giorni in cui le persone di colore rivendicavano la bellezza dei tratti somatici africani, arrivò lui come fosse la conferma di quell’idea. Con il suo viso d’angelo e la sua pelle perfetta, un naso imponente e un esplosione di ricci in cima alla testa, proprio in un’epoca in cui le acconciature afro erano un simbolo dell’‘orgoglio nero’.

«La gente rispose in maniera viscerale alla bellezza di Michael Jackson», ha commentato il professore di Harvard Henry Louis Gates Jr. Nel 1969 era passato appena un anno dall’assassinio di Martin Luther King Jr., e il movimento per i diritti civili e in difesa delle persone di colore sembrava si sarebbe disintegrato, quando Michael fece il suo ingresso in scena: un prodigio della musica soul, sprizzante di ottimismo e di entusiasmo giovanile. «Era un bambino che aveva già totalmente capito la lingua dell’R&B», ha detto il veterano dell’industria musicale Gary Harris. «Era come il risultato di un esperimento da laboratorio del soul. Se Diana Ross e Stevie Wonder avessero avuto un bambino, quello sarebbe stato Michael Jackson».

Diventò immediatamente il primo ragazzino di colore nella storia a diventare una star. Tutti i primi quattro singoli dei Jackson 5 raggiunsero le prime posizioni della Billboard’s Hot 100 per una esordio incredibile. La gente di colore se ne innamorò subito e Michael diventò molto di più che un semplice artista, ero come se per ognuno quel ragazzino fosse un membro della propria famiglia. Le persone si sentivano protettive nei suoi confronti , pensavano a lui come si fa con un fratello più piccolo. «Lui era ‘nostro’», ha detto Q-Tip, «Lui ha significato tutto per la black culture».

Ma non riguardava soltanto Michael. Solo qualche anno prima l’amministrazione Johnson dichiarava ‘corrotta’ la famiglia nera con il Moynihan Report, e la grande famiglia Jackson con la sua immagine, unita, vivace, di successo e apparentemente felice, dava all’America una figura idealizzata della felicità domestica. Jay-Z mi ha confessato che da bambino cresceva con il desiderio di essere Michael Jackson, mentre cantava insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. «C’erano Michael e i suoi quattro fratelli», ha detto il reverendo Al Sharpton, «tutti talentuosi e belli, il padre forte e la madre che teneva le redini della famiglia, e poi c’era Janet, le persone di colore si sentivano come “Wow tutti questi talenti nella famiglia ci mostrano che possiamo contare qualcosa”. Eravamo orgogliosi di loro».

Michael ebbe anche una seconda famiglia: la Motown era un marchio fortemente radicato nelle comunità nere. Se Berry Gord diceva che il materiale era abbastanza buono per esser pubblicato, potevi scommettere che sarebbe stato un successo. I Jackson 5 erano l’ultimo grande nome ad essere uscito dall’etichetta di Detroit, ulteriore prova della teoria di Malcolm Gladwell in Outliers: The Story of Success per cui è il momento storico in cui si vive a determinare la possibilità o meno di successo. «I Jackson sono stati la prima famiglia di sempre a beneficiare concretamente dell’era post-diritti-civili in America e della nuova politica di apertura verso artisti di colore» ha detto ?uestlove. «Il 1969 è stato l’anno in cui i confini sociali si sono aperti a un undicenne che sulle sue spalle portava l’America del post Malcolm/Martin/Motown. Gli storici dimenticano sempre di come queste tre M aiutarono l’America nera».

Thriller arrivò alla fine del 1982 come l’affermazione definitiva che una generazione era pronta a fare la sua mossa. Jesse Jackson avrebbe fatto un tentativo per la presidenza, Eddie Murphy si stava lanciando all’assalto delle vette di Hollywood, Oprah Winfrey avrebbe iniziato il suo talk show leggendario mentre Bill Cosby metteva in piedi la miglior sitcom del decennio. Ma prima che tutto questo iniziasse, nell’aria già si respirava l’esplosione della black culture e Michael non vedeva alcun motivo per cui il colore della pelle avrebbe dovuto frenare la sua ascesa verso l’Olimpo della musica e di portare il suo talento allo zenith. L’attuale presidente della Motown, Sylvia Rhone, ha detto: «Durante la sua carriera, il suo successo ha cambiato drasticamente il mio punto di vista sulle possibilità che potevano aprirsi per gli afro-americani».

Sono in tanti infatti che ora paragonano Michael Jackson a Barack Obama – probabilmente il miglior complimento possibile per la comunità nera in America. Non soltanto sono stati entrambi simboli dell’integrazione e dell’armonia fra razze, ma hanno anche dimostrato come si possa arrivare al vertice rifiutando che il colore della pelle possa essere un ostacolo. «Ci sono molti fattori per cui Barack Obama è diventato presidente», ha detto Diddy, «e Michael Jackson è uno di questi. Ha dato via a un cambiamento mondiale del modo in cui percepire gli afro-americani: la sua forza, il modo di imporsi, l’essere visto come un eroe». Sharpton sottolinea il punto: «Molto tempo prima di Tiger Woods o Barack Obama, Michael fece ‘entrare’ le persone di colore dentro la cultura pop. Trovavi persone in Francia, Sud America, o in Iowa che non avevano problemi se i loro figli imitavano un ragazzino di colore di Gary, Indiana. E quando quei bambini dell’Iowa sono cresciuti non hanno avuto problemi a votare Barack Obama proprio perché prima non avevano avuto nessun problema a imitare un bambino nero chiamato Michael Jackson. L’elezione di Obama è stata certamente un fenomeno incredibile, ma è stata il frutto di un processo iniziato con Michael».

Michael è stato anche un distruttore di barriere. Nei decenni prima di lui, come diceva James Broen, gli artisti neri registravano si dischi ma non facevano davvero parte dello show business. Moltissimi finivano con il perdere i propri diritti d’autore o con l’incassare percentuali ridicole sugli effettivi guadagni della propria musica. Jackson sapeva tutto di queste storie: «Sapeva che Berry Gordy si era arricchito con i diritti d’autore», ha detto il critico Nelson George. «Sapeva il valore delle canzoni, era qualcosa che comprendeva a fondo». Nel 1984, quando fu messo in vendita il catalogo ATV, che conteneva 251 canzoni dei Beatles – fra cui Yesterday, Let It Be e Hey Jude – così come alcuni lavori di Bob Dylan, Jackson non si fece sfuggire l’occasione e dopo 10 mesi di negoziati si portò a casa il catalogo per 47,5 milioni di dollari.

Quel catalogo oggi vale dieci volte il prezzo d’acquisto e quella fu la mossa che più ha rappresentato il talento di Michael per gli affari – oltre a fornirgli le risorse a cui tenersi a galla nei periodi di guai finanziari. Ma più di ogni altra cosa, il valore simbolico del fatto che Jackson possedesse i diritti delle canzoni dei Beatles è qualcosa di molto difficile da comprendere. Non soltanto lui era diventato grande quanto i Beatles, ma addirittura li aveva comprati. A un secolo dalla schiavitù, in cui uomini bianchi compravano uomini neri facendone dei loro possedimenti, un artista nero acquistava il prodotto del più importante gruppo bianco del mondo. Fu un rivolgimento incredibile, un fatto di cui i neri erano orgogliosi. Qualche sera dopo la morte di Jackson mi trovavo a Los Angeles, e stavo cercando alla radio qualche sua canzone quando mi imbattei in Strawberry Fields Forever e ho pensato “Cazzo, anche questa è di Michael.

Durante gli anni novanta Michael non aveva più l’aspetto di una persona di colore – dopo una serie di interventi chirurgici i suoi lineamenti e il colore della sua pelle si avvicinavano sempre di più ai tratti caucasici. George dice: «Non credo ci sia molto da dire: nella comunità nera c’era del disagio per la questione del colore. Era un problema. La gente non voleva dire “Sta diventando fottutamente bianco”, ma si chiedevano perché lo stesse facendo». Mentre Jackson stava cambiando a vista d’occhio noi eravamo distrutti da quella scelta ma non abbiamo mai smesso di considerarlo uno di noi, anche se lui sembrava volerlo diventare chirurgicamente. «la ragione per cui le persone di colore non gli hanno mai voltato le spalle – ha commentato il Michael Eric Dyson professore a Georgetown – è perché abbiamo capito che lui stava cercando di fare con la sua faccia quello che noi avevamo tentato di fare in maniera collettiva con il nostro spirito: sbiancare la nostra memoria in modo da ripulirci da secoli di prevaricazioni razziali».

Ciononostante ci è ancora difficile capire perché lo abbia fatto. Alcuni hanno detto che la ragione era il fatto che Michael non voleva più vedere suo padre allo specchio, ma le ragioni sembrano più profonde. «Credo volesse diventare un simbolo universale – continua Gates – e che abbia erroneamente pensato che lo ostacolassero il colore della pelle, i capelli, la forma del naso o del mento. Si può anche dire che lui cercasse ‘l’universale’ ma non è possibile non interpretarlo come una derivazione dell’odio che le persone di colore provano nei confronti della propria razza come residuo di secoli di schiavitù e segregazione, che hanno portato i neri a odiare proprio quei tratti distintivi che li rendono belli».

Coloro che conoscevano bene Jackson dicono che lui non cercasse di cancellare chirurgicamente la sua etnia. Il producer Teddy Riley, che ha lavorato con Jackson per l’album Dangerous, ha rivelato: «È naturale che lui amasse essere nero, ci sono state sessioni in cui cantava al microfono “We are black, and we are the most talented people on the face of the Earth“. Quell’uomo amava la sua cultura, la sua razza, la sua gente». ?uestlove ha aggiunto: «Vengo da una famiglia povera e nessuno come me conosce come me la distorsione dell’insicurezza. Una persona che si vergognasse delle sue origini non avrebbe mai composto così tanti omaggi all’Africa come ha fatto lui». E anche se il suo volto diventava più chiaro, la sua musica rimaneva nera e radicata nella tradizione R&B con cui era cresciuto.

il giorno in cui morì, sembrava che qualcosa fosse cambiato nel mondo. «Quando ho ricevuto la notizia – dice Nas – accanto a me il tempo è cambiato all’improvviso. Ha subito iniziato a piovere fortissimo, il vento ha iniziato a soffiare all’impazzata e le nuvole non erano mai state così strane: era come se fosse possibile vedere il suo addio al mondo». «Le persone non riuscivano ad accettare la sua morte – aggiunge Q-Tip – è stata la più grande perdita dopo quella di Martin Luther King».

Ora che se ne è andato, tutto che è stato Wacko Jacko rimarrà sospeso, e tutto ciò che lo ha eletto a Re del Pop è andato a riempire uno spazio mentale. «Quando un artista ha un’opera così importante, va al di là della sua persona», ha detto il CEO della Motown Andre Harrell. «Si tratta solo del lavoro artistico, non sul lato umano ma soltanto sulla musica. La sua morte ha fatto si che che tutti i suoi affari personali, anche negativi, siano stati spazzati via e siano rimaste solo le ragioni per cui la gente lo ha amato». Con la morte, le sue canzoni sono state liberate dalle sue eccentricità, come fantasmi liberati da una casa infestata, nuovamente liberi di volare e di diffondere gioia. E dato che il music business non sarà più capace di creare una star del suo calibro, Michael rimarrà per sempre il Re del Pop.