Rolling Stone Italia

L’ultimo giorno di festival al Circolo Magnolia, MI AMI?

La terza giornata della rassegna estiva milanese che si è concluso il 7 giugno con Morgan, Wow e Rachele Bastreghi
Foto Giovanni Battista Righetti

Foto Giovanni Battista Righetti

Negli articoli precedenti vi abbiamo spiegato che il MI AMI è come il matrimonio di un parente lontano, una festa con una famiglia davvero grande. Ieri abbiamo fatto le quattro con lo sposo ubriaco che cantava Venditti al karaoke e tutti i suoi cugini, oggi ci siamo alzati tardi e abbiamo ripreso a festeggiare in compagnia di chi è rimasto: chi è passato per i saluti, chi cercava ancora qualcosa da bere, chi è venuto a recuperare qualche oggetto smarrito, o ha usato questa scusa per cercare di incrociare di nuovo la cugina della cognata di qualcuno che boh – però era bellissima – e chiederle il numero di telefono. Al Magnolia si respira un’atmosfera serena da “ieri-seratona-ma-tanto-oggi-non-lavoro”: la gente gira fra i banchetti e cena rilassata di fianco al palco principale. A un certo punto arriva anche il temporale a dirci che la festa è finita, proprio sulle note di Mi ami? dei CCCP, la canzone dalla quale il festival ha preso nome. Ma nessuno se ne può andare prima di aver assaggiato le ultime ma squisite portate del menù di oggi.

Wow
In due parole: Al Tarantino non far sapere…

Quattro ragazzi dall’aspetto un po’ nerd. Chitarra, basso, batteria e un polistrumentista che alterna un clarinetto e una sega da falegname suonata con un archetto da violino (sì, avete capito bene). Una cantante con l’impostazione vocale di Mina e in volto qualcosa di Uma Thurman. Nella loro musica convivono atmosfere squisitamente vintage, suggestioni vagamente western (da colonna sonora di un film di Sergio Leone per intenderci) e qualche accenno di psichedelia. I cinque si destreggiano magistralmente fra i loro particolarissimi suoni: se chiudiamo gli occhi ci sembra di essere un po’ negli anni ’60 e un po’ sulla luna – manca solo Quentin Tarantino in prima fila per completare questo squisito cammeo. Le sette e quaranta è l’orario più infame di tutti, quando il palco è così vicino all’area ristoro, ma gli Wow reggono bene la concorrenza con pizze ed hamburger, regalando uno dopo l’altro tutti i brani del loro disco d’esordio ad un pubblico estasiato, oltre che qualche anticipazione sui prossimi lavori. Unica nota stonata (di poco) la sezione ritmica, che a tratti faticava a tenere il passo con le aeree armonie degli altri strumenti. Il progetto è estremamente ambizioso, la messa in atto non certo una passeggiata – ma la strada decisamente quella giusta.

Rachele Bastreghi
In due parole: Rachele invade la Polonia

Rachele è appena salita sul palco, e con la risolutezza di un grande condottiero ha dato il via: la musica abbia inizio. I suoi generali la seguono senza esitazione con una sezione ritmica serratissima ed eleganti chitarrismi, mentre lei dirige tutto dietro al suo sintetizzatore. Fra il pubblico c’è anche Appino che annuisce a tempo e scambia due parole con i compagni di platea (se volessimo farlo rientrare nella metafora della festa di matrimonio lui sarebbe il cugino che si è trasferito all’estero dopo i diciott’anni: arriva senza conoscere nessuno ma dopo cinque minuti è già amico di tutti, e sbuca da dietro ogni angolo sempre in compagnia di qualcuno di diverso). Il concerto fila via veloce tra i brani del disco e una cover di Dalla, mentre il pubblico canta e batte le mani, cercando a volte un’interazione non corrisposta da Rachele, che tira dritto come lo Sputnik. Con il suo recente esordio solista Marie ci ha dimostrato sì di saper camminare sulle proprie gambe, ma anche di non aver saputo (o voluto) mutuare dai compagni Baustelle quella minuziosa attenzione ai dettagli mista all’eclettismo negli arrangiamenti che ha fin ora incorniciato la sua voce così bene. Rachele Bastreghi però è un animale da palcoscenico, e noi la perdoniamo, perché la sua performance vocale è stata veramente impeccabile. Rachele ha finito e saluta il pubblico, mentre una ragazza in prima fila chiede timida ed eccitata ad un buttafuori all’ingresso del backstage quello che probabilmente si stanno già domandando in molti: «ascolta, ma Morgan è già arrivato?».

Morgan
In due parole: Il bello della non-diretta

Sale sul palco imbracciando una Firebird rossa e attacca con Contro me stesso. Ed è proprio perché Morgan è contro se stesso che ci piace così tanto: da lui il pubblico si aspetta l’imperfezione, cerca il forellino nel costume da istrione per sbirciare nel suo profondo. Per questo nessuno a parte lui si preoccupa troppo per i piccoli disguidi tecnici con i quali il concerto inizia (qualche cavo fa crac, la chitarra a tratti scompare). Ad accompagnarlo ci sono il produttore padovano Megahertz e il chitarrista Marco Carusino (ha appena finito di suonare con Rachele Bastreghi, ma forse si sta allenando per la maratona). Anche se Morgan è visibilmente sobrio qualcuno chiede al vicino «ma secondo te adesso è fatto o no?» – perché è una domanda di rito, perché in Morgan è fortissimo il fascino della trasgressione. E perché lui è Orfeo, e il pubblico è pieno di Menadi, che provano nei suoi confronti un amore che tende alla distruzione. Questa sera di Orfeo Morgan ha anche la voce: a Contro me stesso seguono Crash, The baby, Non arrossire e poi finalmente Altrove; tutte riarrangiate, cantate e suonate benissimo. Poi è il momento delle cover: Lontano lontano di Tenco e una Psycho Killer a sorpresa, durante la quale Megahertz passa dal theremin al basso e si lancia con Morgan in un dialogo a suon di slap. Ad un certo punto un ragazzo fra il pubblico urla ironico verso il palco «Morgan, fanculo a te e tutti quelli sotto major!». Risposta: «Ma io non sono più sotto major. Questa però l’ho scritta con i Bluvertigo, quando eravamo sotto major» – ride e comincia a suonare Altre forme di vita. Quando sembra che il concerto sia finito, senza lasciare quasi il tempo di chiedere il bis parte una cover di Space Oddity di Bowie che fa quasi commuovere. Insomma Morgan è quell’artista capace di passare in modo organico da una cover di Tenco a una dei Talking Heads facendo risuonare in ciascuna la proprio personalità, e questa sera ha anche risposto a tutti coloro che lo dipingono come “ormai senza voce”. Non sarebbe tuttavia corretto dire che questa esibizione è stata perfetta: non è quello che Morgan sta cercando, tantomeno il suo pubblico. A Morgan non dobbiamo chiedere di essere incredibile, perché la sua forza è quella di essere credibile. Forse più di tutti, qualsiasi cosa faccia.

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