Home Musica News Musica

Massive Attack love Italy, il video del dj set a casa di un fan

Guestar.com ha portato Robert del Naja e Daddy G a suonare in una villa privata a Roma, tra anfratti e cunicoli. Più che musica, poesia

C’è un solo modo per andare a questo concerto romano dei Massive Attack, ed è a piedi, con lo stesso divino sdegno che sfoggia Shara Nelson nel video di Unfinished Sympathy mentre cammina per le strade di Los Angeles, segnata assieme da un desiderio lacerante e dal rischio di non poterlo appagare. E così faccio, con partenza dal buio e dai vuoti di via Alessandro Severo, rischiando la vita lungo i 300 metri senza marciapiede dell’Ardeatina, con camion e macchine che sfrecciano a ricordare come questo sabato sera sia in realtà un lunedì.

Robert 3D Del Naja e Daddy G suonano in una villa privata tra Ardeatina e Appia Antica, dove Roma, solo poco più in là tutta palazzine e viali trafficati, si trasforma in un avamposto di campagna gelosamente recluso tra l’acciottolato e le muraglie, sopra chilometri di grotte e catacombe. Il paesaggio, così, trapassa rapidamente dall’en plein air urbano di Unfinished Sympathy (o, meglio, da quello notturno-metropolitano di Live with Me) alla tesa claustrofobia dei corridoi nel video di Karmacoma, sicché arrivo a destinazione con una certa tachicardia, nelle cuffie l’ultimo parto in casa Massive Attack, ossia la colonna sonora che 3D, con l’aiuto degli Young Fathers, ha composto per un corto di Mark Donne sui cambiamenti climatici (La Fête Est Finie), fatto uscire in concomitanza con il meeting parigino. Se è un suggerimento sul nuovo corso dei Massive Attack (il prossimo album è atteso per il 2016), c’è da essere molto fiduciosi: la piega paranoide, tra tribalismi e cupezze electro in odore di Andy Stott o Forest Swords (che, infatti, produce), è degna delle cose migliori in giro adesso, oltre ogni passatismo e imbevuta invece di attualissime ossessività. Stasera suoneranno nel posto giusto.

Arrivando molto presto, riesco a individuare, già «un po’ preoccupato» (parole sue), il proprietario di questa villa, una cui ala è affittata all’organizzatrice della festa. Di solito, mi spiega, locano la domus per cene aziendali o matrimoni, sfruttando il fascino del giardino, la spaziosità della dépendance, la suggestione del tunnel ricavato da una cava risalente al III-II secolo a.C. e l’ampiezza del parcheggio (sic). Una cosa come questa, però, non l’hanno mai fatta. E una cosa come questa, tanto folle quanto splendida, l’hanno organizzata, con l’aiuto della Onlus TimeToLove, quelli di Guestar, una piattaforma che mette in contatto musicisti e privati. Funziona così: una persona qualunque, individuato, nella lista di artisti inclusi nel sito di Guestar, un musicista interessante, può contattarlo e invitarlo a suonare a casa propria. Se l’artista accetta, Guestar si occuperà degli aspetti logistici e tecnici (strumentazione, service etc.), il privato di tutto il resto (cachet incluso). Per adesso, in verità, Guestar ci mette del suo anche economicamente, tanto più che gli artisti invitabili sono ristretti a pochi volti noti (da Dargen D’Amico a Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours). More to come.

«All’inizio, quando si spiega il meccanismo», mi confessa Francesco Gaudesi di Spaceship Management, a capo di Guestar, «rimangono tutti un po’ perplessi, musicisti e non, ma poi prevale l’entusiasmo». La mia perplessità: in un periodo di micragnosa atomizzazione, in cui tutti amano trincerarsi dietro i serramenti in pvc rinforzato e le porte blindate e i cancelli automatici vigilati dai rottweiler, non sarebbe meglio, ogni tanto, uscire? Il mio entusiasmo: se effettivamente, come accade quasi ovunque, i locali hanno abdicato alla loro funzione socio-culturale, limitandosi a chiamare soltanto musicisti che diano sicurezze al botteghino, perché non lasciare che sia la gente comune a fare cultura, consentendo ad artisti emergenti di esibirsi nel proprio salotto o nel disimpegno tra la camera e il bagno, finalmente aperti agli amici (e agli imbucati, vivaddio)?

Robert 3D Del Naja e Dadddy G ( al trio iniziale dei Massive Attack manca Mushroom). Innamorati dell'Italia, hanno accettato l'invito di Guestar, che ha organizzato l'evento con TimeToLove, per un dj set speciale seguito per noi da un inviato altrettanto speciale, il poeta Franco Targhetta. Foto Ilaria Magliocchetti Lombi

Robert 3D Del Naja e Dadddy G ( al trio iniziale dei Massive Attack manca Mushroom). Innamorati dell’Italia, hanno accettato l’invito di Guestar, che ha organizzato l’evento con TimeToLove, per un dj set speciale seguito per noi da un inviato altrettanto speciale, il poeta Franco Targhetta. Foto Ilaria Magliocchetti Lombi

 

Stasera, per lanciare il progetto, Guestar fa le cose in grande, sfruttando un vecchio contatto con i Massive Attack: sono stati loro a scegliere, tra decine di inviti giunti da tutta Italia, questa location romana. Se ogni aspetto di un artista, a un certo punto, fa poetica, questa preferenza cunicolare la fa all’ennesima potenza. Le macchine e le console sono alla fine della zona praticabile della cava, oltre la successione di nicchie, edicole, vani e anfratti guazzosi adibiti a bar e guardaroba che ne scandisce il percorso. I Massive Attack suoneranno in fondo, nella stessa posizione della macchina lustrascarpe in Karmacoma. Le gallerie, che poi si fanno più strette, arrivano (mi dice il proprietario) fino al parco della Caffarella, sfiorando la Tuscolana. I Romani, ai tempi delle guerre contro Cartagine, ci ricavavano la pozzolana, che poi usavano nell’edilizia come malta. Erano gli anni di Annibale e di Scipione l’Africano (quello dell’elmo). Più recentemente, fino a trent’anni fa, in queste cave si sono coltivati funghi. Consegnare l’underground, con tutte le sue tenebre e i suoi sgocciolii, alla musica (giusta) è un atto d’amore che andrebbe fatto più spesso.

È un caso, in realtà, che manchino gli champignon, stasera. A suonare, prima dei Massive Attack, è Don Pasta, che scratcha e spadella contemporaneamente, circondato da vinili, grattugie, Mac, finocchi, mixer, fettuccine, e piatti di ogni tipo (è incredibile quanto il fornello somigli a un giradischi). Nel frattempo, in giardino, si svolge uno “spettacolo di droni”. Decido di eluderlo, dopo aver capito che non si tratta di droni nel senso musicale, ma di aerei radiocomandati. Meglio il cibo.
Don Pasta dimostra come si possa mangiar bene e diffondere assieme buona musica (reggae, dub, soul, lounge), cosa che peraltro gli antichi Romani sapevano già, se si pensa agli intrattenimenti sonori con cui usavano accompagnare i banchetti. Mi pare che il gesto più interessante, tra quelli che caratterizzano la sua frenetica ma armoniosa iperattività, sia l’imboccamento degli astanti: afferra con le mani un pezzo di polpo, ci soffia sopra e poi lo serve, con mossa da officiante, direttamente in bocca a chi si avvicina, e il rito acquisisce, contro ogni aspettativa, una sua aliena sacralità. Poi arrivano i Massive Attack. Amen.

Sono circa 500 i presenti, (quasi) tutti invitati dall’organizzazione. Tra i 25 e i 40 anni, ma anche oltre. Si snodano lungo la cava, le cui sporgenze umidicce, protuberanze muschiose e gibbosità irregolari stillano alla perfezione sui suoni che 3D e Daddy G decidono di inserire nel loro dj set, formato quasi esclusivamente da pezzi altrui. La base è per lo più dub, con passaggi a tratti deviati verso molleggiature reggae, più spesso verso lidi elettronici con beat muscolosi. Delirio Jamaica-and-Roma su You Don’t Love Me di Dawn Penn (era il 1994, l’anno di Protection), così come su un remix paraculo di Seven Nation Army (3D sa molto di calcio e degli italiani. Tifa Napoli, si sa: al termine del concerto intonerà cori a Higuain), mentre a concludere c’è Smells Like Teen Spirit (era il 1991, l’anno di Blue Lines).

Viene spontaneo datare ogni pezzo ante o post Massive Attack, visto che qua ci stanno loro, e quando tutto coincide, ossia allorché suonano finalmente se stessi, sembra compiersi un allineamento perfetto che si sarebbe voluto meno fugace, e invece, nell’ora e mezza totale della loro performance, dura il tempo di due brani soltanto: Paradise Circus (il motivo principale per cui riascoltare l’ultimo Heligoland), dopata da una dose massiccia di beat che la adattano alla pista pur difendendo la voce-meraviglia di Hope Sandoval, e una salvifica Unfinished Sympathy, che i Romani avrebbero usato come colonna sonora di un loro trionfo. L’aria, madida, si scalda, mentre qualche auto-sample vocale (da Angel, ad esempio) va a fare da collante tra un pezzo e l’altro, in un intreccio di autocitazioni e rimandi a brani altrui che arroventa il clima, tanto più se si considera la distanza nulla che separa i due dal pubblico. A un certo punto si avvicina a Daddy G una ragazza e chiacchiera un po’ con lui. Le chiedo cosa si siano detti. Gli avrà mica chiesto un pezzo? No. Gli ha detto che la loro musica trasmette amore. «E lui cosa ti ha risposto?», le domando. «Non ha capito un cazzo», mi urla. Che è, poi, l’effetto principale dell’amore. I due, che durante il dj set hanno dato evidente aria di divertirsi, pare che abbiano buttato nel calderone anche un inedito. Quale fosse, però, è difficile dirlo. Sicuramente si potrà riascoltare con più agio nel tour europeo che i Massive Attack faranno a inizio 2016 (due le date italiane: 12 febbraio, Milano, Fabrique, e 14 febbraio, Padova, Gran Teatro Geox), durante il quale saranno anticipati brani del prossimo disco. Io un’idea me la sono fatta, su quale fosse, e confermerebbe le impressioni di cui sopra: ipnotismo primitivista, basi più dure, interpolazioni da hauntologia, e la conferma che le collaborazioni con Young Fathers (in tour con loro) e Forest Swords (recuperate i suoi Dagger Paths e Engravings: eccellenti) stanno facendo molto bene al duo di Bristol.
Fuori, poi, si sciama piuttosto in fretta. All’uscita della caverna è stato allestito un presepio. Pochi, passandoci accanto, lo notano: per un errore, hanno già messo il Gesù bambino.

Un appunto finale. Unfinished Sympathy uscì nel 1991 a nome Massive. Era in corso la guerra del Golfo, e il produttore ritenne opportuno cassare la parola Attack dal nome della band. Di lì a pochi giorni la guerra finì e tutto rientrò. Le parole allora contavano di più? Era ipocrisia? Non lo so. Ma, andandomene, mi riesce difficile non pensare che stasera i Massive Attack hanno suonato vicino a delle catacombe, a poche centinaia di metri dalle Fosse Ardeatine, a pochi giorni da Parigi, in luoghi e tempi violenti.
Che l’attacco loro, e di quelli come loro, duri ancora a lungo. E trionfi.

Questo articolo è pubblicato in versione integrale su Rolling Stone di gennaio.
Potete leggere l’edizione integrale della rivista in digitale,
basta cliccare sulle icone che trovi qui sotto.
rolling-appstorerolling-googleplay

Altre notizie su:  Massive Attack