Massimo Zamboni, i soviet e l’elettricità

Lo storico chitarrista di CSI e CCCP racconta la sua nuova avventura live dedicata al centenario della Rivoluzione d'ottobre

Gli ultimi sei mesi vissuti ricercando emozioni e appunti. Però l’intuizione-madre è di tre anni fa. È così che sta per nascere 1917 – 2017. I Soviet + l’elettricità, nuovo progetto itinerante di Massimo Ulisse Zamboni. Il musicista/scrittore, emblema delle band CCCP, prima, e CSI, poi, il 7 novembre dal teatro Augusteo di Napoli incomincia una ennesima avventura live (in calendario esibizioni anche a Firenze, Bologna, Udine, Torino, Reggio Emilia, Milano, Roma) dedicata alla celebrazione del centenario della rivoluzione sovietica. «Sarebbe servito probabilmente un anno in più per completare quel che desideravo», dice caparbio Zamboni, «ma l’anniversario non aspetta me. Adesso è il momento di partire».

Zamboni, perché intitolare I Soviet + l’Elettricità questo tour?
L’incipit di una delle canzoni più famose dei CCCP – Fedeli alla linea era proprio questo: I soviet più l’elettricità non fanno il comunismo. Il brano era Manifesto, con cui si apre il concerto. Parafrasando Lenin, che diceva proprio l’opposto, cioè che l’elettrificazione e i soviet avrebbero condotto al socialismo. La storia ha dimostrato che il sogno si è infranto. Nel gioco del palcoscenico, noi musicisti siamo l’elettricità.

Il concerto permette di rivendicare, o esaltare, alcune intenzioni sociali e civili. Tu credi che la musica sappia o possa esercitare, oggi, ancora un ruolo di fiducia comunitaria, di cosiddetto bene pubblico?
Questo è un tema antico. La musica può fare questo ma prima viene l’intelligenza delle persone. La loro generosità, il sentirsi una collettività. La musica esprime questi bisogni ma bisogna provarli. Ammetto che a me sembra sempre più che la gente viva in maniera disperata e isolata. Eppure ci assomigliamo nelle disgrazie, tutti. L’umanità è in mano a un pugno di potenti, non dimentichiamolo. In questi concerti voglio anche far risorgere parole proibite che sono scomparse dai nostri orizzonti: utopia, emancipazione. I nostri giorni sono sgonfi, ci si affida più ai gratta e vinci che non al panorama collettivo.

Tant’è che il sottotitolo recita ancora comizio musicale. Una attitudine che non si è perduta, rispetto agli album prodotti con CCCP?
Diciamo che io non mi intendo di orazioni ma è una bella espressione. È tutto tranne che un concerto. Sul palco abbiamo un podio, delle tribune, moduli in metallo su cui poggiano schermi a led per le proiezioni. Un fondale nero e rosso a seconda dei momenti. E poi i costumi: uniformi futuribili sui toni di grigio per una visione imponente ma calibrata. Vorrei trasmettere alla platea che siamo là come un comitato centrale. Mini-funzionari, simili all’equipaggio di Star Trek. E siamo anche parecchio tiranni. Quel che non voglio è realizzare una arlecchinata.

Che cosa custodisci – stilisticamente e emozionalmente – di quell’era da musicista quando eravate in giro da confine a confine, epicentro a Berlino, poi fino alla Mongolia, tra squat, militanza, anarchia, controcultura mitteleuropea?
Penso di conservare tutto. E tutto rivive in contemporanea perché possa vivere simultaneamente tante emozioni. Ho sessant’anni e ricordo bene cosa pensavo quando ne avevo venti. Io lo pratico ancora. I concetti di ‘Manifesto’ non si svendono anche se non hanno funzionato fino in fondo (insiste, citando le strofe del brano, nda). Tanto, del mio immaginario, non ha funzionato; ma continuo a crederci. E ciò traina il mio pensiero e le mie opere.

Questo tour inizia da Napoli. Un modo per rendere omaggio alla storia e al golfo, che accolse Lenin e Gorkij?
Mi piace ricominciare il 7 novembre, giorno cruciale della rivoluzione. Napoli solitamente viene sacrificata a vantaggio di Milano e Roma, quando si pensa alla musica, eppure per me simbolicamente questa città è indispensabile. Lenin fece un paio di viaggi tra Napoli e Capri per raggiungere in esilio Maksim Gorkij. Cercavano la parte teorica del bolscevismo che si sarebbe creato di là a poco. Tensioni, speranze. Poi Lenin prese la sua strada per tornare a Pietroburgo…

In palcoscenico al tuo fianco ci sono tanti autori-performer: Angela Baraldi, Max Collini, Danilo Fatur, Simone Filippi, Simone Beneventi, Cristiano Roversi, Erik Montanari. Attraverso quale criterio li hai scelti?
Il progetto è nato tre anni fa. Lo avevo abbandonato e poi all’ultimo momento è arrivata una produzione per sostenermi. Collini (Offlaga Disco Pax) ha una voce perfetta, di appartenenza. Angela Baraldi so quanto può rendere, altrettanto. Da cantante e da attrice. Fatur, che conosco da sempre, distruggerà tutto quel che costruiremo: lui non ha la divisa. Lui è l’umanità.

Si parte dagli inizi del Novecento e, azione dopo azione, attraversando sonorizzazioni e video, si rievocano i conflitti nei Balcani e in Afghanistan. Con la consapevolezza che il secolo appena passato è stato il più violento dei precedenti?
È stato un secolo terribile. Ti parlo dall’Appennino reggiano, il sole mi fa sentire in paradiso. Ma noi tutti sappiamo i disastri e le violenze del ‘900. Probabilmente noi siamo l’unica generazione che non ha adoperato le armi in vita. È un lusso che abbiamo avuto in seguito al massacro che ci ha preceduto. Occorre essere lucidi su questo argomento. La pace va coltivata e io sono contadino di natura, consapevole che non esiste fino in fondo, ovunque, la volontà di coltivare questo sentimento.

Stai scrivendo colonne sonore per nuovi film, come fatto in passato per quelli diretti da Daniele Vicari?
Ho in programma un paio di lavori. Mi piace molto sperimentare fuori da me stesso. In particolare nei documentari. Quindi lavorerò a uno sulla Mongolia e a un altro su un pittore naif del Reggiano. Cose piccole ma intime. Le preferisco ai film di finzione, in cui faccio più fatica. Ah, a novembre esce pure un nuovo documentario di Davide Ferrario sul Novecento italiano. E in una sezione, le musiche sono le mie.

L’esperienza CCCP-CSI è terminata oramai da tanti anni. Cosa pensi dei ritiri agricoli e dei commenti pro-Berlusconi, pro-Ratzinger e pro-Bergoglio di Giovanni Lindo Ferretti?
I commenti che fa Lindo Ferretti su argomenti e personaggi come quelli che hai nominato non mi riguardano. Conosco bene Giovanni. Prima ti dicevo che io vivo simultaneamente. Una parte importante della mia vita l’ho vissuta con lui. Ho tanto affetto dentro e mi rendo conto che la sua presenza è tutt’ora molto forte in me. Anche se non ci vediamo.

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