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Massimo Martellotta: «Colleghi musicisti, basta lamentele»

Con un lungo post pubblicato sulla sua pagina Facebook, il chitarrista dei Calibro 35 ha parlato di come i musicisti stanno affrontando l'emergenza: «Dobbiamo inventare un nuovo modo per fare il nostro mestiere»

Foto: Chiara Mirelli

«Io a lamentarmi non ce la faccio. Non ce l’ho mai fatta. Non lo capisco, non capisco a cosa serva. Che il tema cultura sia ignorato a livello governativo è evidente, molto grave e soprattutto non è una novità, ma sono convinto che troveremo strade migliori: perché nel gran mare degli opinionisti e dei filosofi degli scenari, quelli che la soluzione la trovano sono quelli che pensano lucidi, che agiscono».

Inizia così un lungo post che Massimo Martellotta, chitarrista dei Calibro 35, ha pubblicato sul suo profilo Facebook per parlare di come i musicisti stanno affrontando la crisi in cui sta sprofondando il settore durante l’emergenza Covid-19. Non ci sono concerti, non sappiamo se ci saranno prima di diversi mesi, e negli studi si produce pochissima musica. Ma invece di pretendere un aiuto da terzi, dice Martellotta, c’è bisogno di «inventarsi un modo nuovo di fare quello che facciamo, che è quello che succede tutti i giorni dal giorno zero in cui si inizia a realizzare che la musica forse è anche un mestiere».

In sostanza, si tratta di aggiungere alla discussione sullo stato del settore musica un piano di ragionamento diverso. Da un lato c’è l’emergenza, la necessità di aiutare le maestranze in difficoltà e i musicisti che non riescono a pagarsi da mangiare; dall’altro ci sono gli artisti, i musicisti che per fortuna, talento o determinazione sono nelle condizioni di poter trovare le opportunità nascoste nel disastro che stiamo vivendo. Per loro questa crisi potrà essere l’occasione per imparare e cambiare rotta: «Lo tsunami che sta passando, di cui vedremo gli effetti veri nel prossimo anno o forse molto prima, è enorme. Ma chiunque fa quello che facciamo ha una pellaccia alta così. Sappiamo che ogni momento difficile è un momento di grandi sacrifici, ma anche di mega opportunità». Potete leggere il post integrale qui sotto.

Io a lamentarmi non ce la faccio. Non ce l’ho mai fatta. Non lo capisco, non capisco a cosa serva. Che il tema “cultura” sia completamente ignorato dalle discussioni rilevanti in questo momento a livello governativo è evidente e molto grave e soprattutto non è una novità. Però sono convinto che troveremo strade migliori di quelle tracciate fino ad ora. Perché nel gran mare degli opinionisti, e dei filosofi degli scenari, poi quelli che la soluzione la trovano sono quelli che le cose le fanno, che pensano lucidi. Che agiscono.
È un momento difficile, ma sarà molto utile a tutti. E’ un’esperienza di cui fare tesoro senza precedenti. Ora, anche fare un mestiere di una passione è enormemente difficile. E chiunque lo fa lo sa benissimo. Ed è ancora più difficile perché ci piace alla follia e pur prevedendo, come tutte le libere professioni, una percentuale di rischio enorme, con probabilità di successo – anche nella sua accezione totalmente personale (per alcuni fare gli stadi e dominare le classifiche, per altri tirarci su una pizza extra ogni tanto) – prossime allo zero virgola zero zero zero zero zero zero zero uno, siamo disposti a farlo comunque. Perché lo vogliamo, lo vogliamo fortissimo.Ma come tutte le passioni sappiamo che brucia forte e ci si scotta, anzi ci si ustiona spesso. Nel bene e nel male. Chiunque fa quello che gli piace, come i compositori, i musicisti ma anche gli architetti o gli avvocati, i restauratori, i pittori, gli artigiani, o chiunque abbia un’attività in proprio di cui è appassionato, convive da sempre con un punto interrogativo enorme sul proprio futuro e sul proprio presente. Non abbiamo MAI la sensazione di “sederci” e avere “un posto”.
Cioè nessuno ti regala le occasioni, te le prendi letteralmente con grande impegno e fatica e sei perfettamente cosciente che la possibilità che resti un lavoro possa svanire da un momento all’altro.
Lo sai da quando hai iniziato. Non sei mai, mai, mai sicuro che veramente lo stai facendo di mestiere. Non sai quanto durerà. È così, va bene così. Le occasioni sei abituato a cercarle, inventarle, trovarle, costruirle, sperarci, fallire, cadere, di nuovo fallire, rialzarti, ricadere, sperare, fare, deprimerti, saltare di gioia, essere a posto per mesi, tirare il freno a mano per altri, avere dubbi, continuare ad avere dubbi, provare un modo, provarne un altro, cambiare rotta, tenere la stessa, mollare tutto, tenere botta e potrei andare avanti mille anni.
Fare. Fare. Fare. Disfare tutto. Ricominciare. Mai nemmeno per un minuto ho mai pensato di essere nella posizione di poter PRETENDERE da terzi, stato compreso, perché il mio tema e quello di molti è fare le cose e trovargli un posto nel cuore di qualcuno interessato ad avere quella cosa. E se non riesco a trovargli sto posto, significa che non son capace, o che devo cambiare posto, oppure che devo cambiare modo oppure chissà cos’altro. Ma o sono disposto a imparare e cambiare rotta, o mi va bene comunque, oppure se il risultato è solo lamentarsi lascio perdere.Lo tsunami che sta passando, di cui vedremo gli effetti veri nel prossimo anno, forse molto prima, è enorme. Ma chiunque faccia quello che facciamo ha una pellaccia alta così: quante volte ci siamo trovati davanti a un tour che salta? O a un’aspettativa bassa tramutatasi in un successo o al contrario un progetto che non va come speravamo? Io personalmente molto spesso. Fa parte del rischio.
Ma sappiamo bene che ogni momento difficile è un momento di grandi sacrifici ma anche di mega opportunità.
L’unico esame della mia vita dove ho studiato come un pazzo è stato l’esame di istologia a medicina. Avevo studiato come mai prima nella vita, sapevo tutto.
Il professore che mi bocciò senza appello dopo mezza domanda mi fece il più grande regalo della mia vita. Farmi capire che non era quella la mia strada, lo sapevo già ma mi aiutò moltissimo. Anche se li per li col cazzo che mi sembrava una figata. Ma lo fu. Perché se avessi avuto la voglia e la fame vera di fare il medico probabilmente avrei incassato, ristudiato tutto, e sarei tornato con più fotta di prima a fare quell’esame. Ed invece per me fu la conferma definitiva che la musica era l’unica strada.Adesso con le dovute proporzioni, c’è da inventarsi un modo nuovo di fare quello che facciamo. Punto. Cioè come molti fanno TUTTI I GIORNI dal giorno ZERO in cui hanno iniziato a realizzare che forse era anche un mestiere.Io a lamentarmi della situazione non ce la faccio proprio. Non ce l’ho mai fatta, non l’ho mai capito. Un po’ perché credo molto in cosa si genera con le proprie affermazioni, e lamentarsi genera altra gente che si lamenta in un pianto sterile e contagioso peggio di un virus. Un po’ perché purtroppo ho gli echi di tutti quelli che da sempre additano il “sistema” ( ma che cazzo è sto sistema? la gente vestita bene? Il governo? La gente vestita male? Gli “altri”? Dio? Il caso? mai capito ) di qualcosa che non sono in grado di fare loro.Che è un adagio antico, interdisciplinare, multiculturale , ottimo per tutte le stagioni, recitato come un mantra dall’anticamera delle pippe e di tutto l’elettorato che mi disgusta profondamente. Che è quel mantra lagnoso di sottofondo costituito dalle voci di tutti quelli che pretendono dagli altri, che sanno come si dovrebbe, che sanno come avrebbero dovuto fare gli altri, che conoscono nomi e cognomi dei gran raccomandati che ti credo che non sei in difficoltà sei figlio di famiglia ricca, che in Italia ancora siamo messi così, che guarda in Francia, che fino al giorno prima delle regole se ne sono sbattuti, senza neanche sapere che posizione fiscale hanno, che si fanno fare la contabilità dalla mamma e ora sono in prima fila a riempirsi la bocca di minchiate filocomuniste di sussistenza obbligatoria, che è indegno, che adesso ci dovete, che ora voi dovete metterci nelle condizioni, che adesso mi autocensuro, che dalla loro cazzo di incapacità non ce l’hanno mai fatta ad accettare e a dirsi semplicemente “non sono capace”.
Ecco questo è il momento buono. Fatevi da parte. Cambiate obiettivo. Lasciate spazio e risorse a quelli che fanno. Trovate qualcosa che non vi faccia sempre lamentare. Siate felici. Perché non è cavalcando un moto di assistenzialismo corporativo che otterrete migliori feedback dal mercato. Magari vi beccate un assegno di supporto ma non è quello che vi permetterà di andare avanti veramente. La fame di fare non vi verrà se non ce l’avete. Trovatevi un altro mestiere.

È come se alcuni PRETENDESSERO dal sistema di DOVERCELA fare. Troppo facile. E l’han sempre fatto, adesso in maniera esponenziale. Io credo che nelle condizioni che vogliamo ci mettiamo NOI. Fare diventare un lavoro qualcosa che ci rende felice E’ di per sé un lavoro. Non ce lo dà nessuno.

Apprezzo moltissimo e supporto in prima persona sempre, nel mio minuscolo, lo sforzo di teste lucide che prova a concretizzare in proposte possibili scenari, e possibili rappresentanze per dare peso politico a una categoria ( che teoricamente ci sono già ). Ma noi facciamo i liberi professionisti. Alti e bassi, bassi e alti. E se non stiamo in piedi cambiamo modo di procurarci la sussistenza, e facciamo quello che ci piace nei ritagli di tempo.

Non ce la faccio. Non ce la faccio a PRETENDERE che qualcun altro tuteli me che ho deciso di rischiare come un pazzo per fare quello che mi piace e mi va, o si inventi per me un modo di sopravvivere, e non l’ho neanche mai messo in conto.
Io non ho altro che quello che so fare e una capoccia tosta e una presunzione enorme. Probabilmente sbaglio di grosso. Ma sbagliare mi è sempre piaciuto moltissimo.

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