Home Musica News Musica

Marilyn Manson: «’We Are Chaos’ è come un libro fatto di specchi»


Il musicista ha parlato del suo undicesimo album in studio in un’intervista: «È un concept in cui tutti troveranno la loro storia. Mi ricorda quello che provavo ascoltando Bowie e Alice Cooper»

Foto press

We Are Chaos, l’undicesimo album in studio di Marilyn Manson, uscirà il prossimo venerdì. Si tratta di un concept, scritto come un LP tradizionale, che parla di ricordi e fantasmi. Il musicista ne ha parlato per la prima volta in un’intervista con Consequence of Sound, in cui ha anche raccontato come ha vissuto la pandemia, l’influenza del glam rock e della new wave, e del suo disco preferito di David Bowie.

«Credo di essere fortunato, non mi piace molto uscire e socializzare. Ovviamente mi mancano i concerti, non suonare dal vivo lascia un buco nelle mi emozioni, ma ho cercato di concentrarmi sulla mia arte», ha detto. «Ho visto più televisione e più film di quanto avrei dovuto, ma ho provato a finire il mio artbook. Il disco, invece, era chiuso già a gennaio». Manson ha anche spiegato che il primo singolo uscito, la title track, non parla direttamente della pandemia. «L’ho scritta un anno e mezzo fa. Forse il tempo è circolare».

«È terrificante pensare a quello che sta succedendo, perché credo che i nostri genitori abbiano affrontato sfide molto più difficili, dalla guerra alla grande depressione fino ad altre malattie che hanno distrutto interi paesi», ha detto il musicista dell’epidemia. «Allo stesso tempo, spero che riusciremo a smettere di preoccuparci degli elementi negativi della nostra cultura, spero che noi americani riusciremo a unirci il più possibile. Non voglio sembrare John Lennon, ma penso che le persone di diversa cultura, diverso stile di vita, età e personalità, sesso e razza, anche religione, dovrebbero quantomeno cercare di unirsi e salvare la situazione tutti insieme».

Per quanto riguarda i temi del disco, invece, Manson ha spiegato che quando lo ascolta ha l’impressione di essere di fronte a uno specchio. «C’è anche un elemento romantico, in senso tradizionale. Ascoltarlo mi fa emozionare, a volte in maniera triste, altre in maniera felice».

«Ho immaginato di riempire le pagine dei testi di specchi, così chi lo ascolterà potrà ritrovarci la sua storia. È un concept che racconta una storia che sarà diversa per tutti, incluso me stesso, ma ha un suo arco narrativo», ha detto il musicista. «Mi ricorda quello che provavo ascoltando i dischi che amavo di più da ragazzo, da Diamond Dogs di David Bowie a Welcome to My Nightmare di Alice Cooper, o The Wall. Non credo di aver anticipato il lockdown, ma adesso ascoltarlo mi aiuta a fuggire dalla realtà, e spero che chi lo ascolterà potrà interpretare quello che sta succedendo in modi che neanche io riesco a immaginare».

Manson ha raccontato anche di come il disco sia influenzato dalla musica degli anni ’80: Echo & the Bunnymen, Joy Division, Bauhaus e Scary Monsters di Bowie. «È difficile dire quale sia il mio disco preferito di Bowie. Monsters è il primo, ma Diamond Dogs è quello a cui sono più legato emotivamente. Ziggy Stardust, invece, ha influenzato molto la prima parte della mia carriera. Io e Shooter (il produttore) ci siamo resi conto che eravamo attratti da un certo periodo della storia della musica, cioè l’era della new wave. Quelle canzoni sono distanti, cupe. Non erano tristi, ma cupe e affascinanti, come se non avessero emozioni. Mi hanno portato a scrivere Sweet Dreams e molti altri pezzi».

Infine, Manson ha parlato di un altro brano del disco, Don’t Chase the Dead. «Mi fa sentire inquieto e romantico allo stesso tempo. Suona come la fine del mondo, in un certo senso», ha detto. «Ma anche alla fine del mondo c’è speranza. C’è sempre speranza nell’arte, non puoi essere nichilista e fare l’artista, è impossibile».

Altre notizie su:  Marilyn Manson