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Marco Mengoni: «Con ‘Atlantico’ ho cercato la solitudine e il dolore»

Un viaggio di due anni e mezzo per un nuovo album in cui canta il passato che aveva nascosto, tra le collaborazioni con Tom Walker e Celentano o un messaggio diretto anche alla politica: «Bisogna abbattere i muri e i confini»

«Buongiorno, vi vedo riposati» scherza Marco Mengoni con i giornalisti nella sala stampa della Torre Velasca a Milano, molti dei quali provati dalle occhiaie dopo il concerto a sorpresa realizzato ieri notte in Stazione Centrale per presentare l’ultimo album, Atlantico. «Abbiamo deciso di iniziare questa nuova avventura da un luogo di partenza, simbolo dei due anni e mezzo trascorsi in viaggio con cui ho voluto staccare la spina dal mio ultimo progetto, per cui avevo dato tutte le energie».

«Avevo bisogno di ricominciare da capo, di forzarmi alla solitudine e al silenzio per prendere nuovi input, per andare a riprendere sensazioni dolorose e gli errori che avevo congelato e che ora rimpiango di aver messo da parte. Da qui è nata l’idea di un viaggio per staccarmi dalla quotidianità, per capire l’importanza di rallentare il tempo attraverso l’incontro con culture e influenze sonore diverse tra loro, lantane dal mondo cui ero abituato; è dai continui spostamenti che nasce il titolo di questo album, Atlantico, come l’Oceano che ho sorvolato così tante volte in questi ultimi due anni».

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Marco Mengoni durante il concerto in Stazione Centrale. Foto di Brainstorm Agency

Un lavoro, infatti, che raccoglie gli appunti scritti da Marco, tra Cuba e New York, tra il Portogallo e il Sud America, passando per gli Emirati Arabi, la Tunisia e la Tanzania. «Sono andato a cercare il contrasto con la mia vita di sempre, cercando esperienze mai provate prima e che non immaginavo neanche: ho girato Cuba in autostop – andando a ricercare i suoni della tradizione salsera e rumbera – e poi New York, dove mi sono sentito solo in una città dal melting pot incredibile». E ancora, il fado portoghese, il folk brasiliano, le ritmiche arabe, tutto filtrato nelle sonorità pop, fil rouge che collega l’Odissea sonora che Mengoni ha cercato di costruire dentro il suo Atlantico. «Con i miei musicisti di sempre siamo andati in studio dal maestro Mauro Pagani: il suo apporto è stato decisivo, ha decine di strumenti rarissimi, provenienti da ogni parte del globo».

Oltre a Pagani, per Atlantico Mengoni ha radunato alcune superstar del banco mix, con Rudimental, Takagi e Ketra e El Guincho, produttore da cui nascono le sonorità di Rosalía. «Tanto di questo disco significa condivisione, mi sono sentito sbloccato nella mia intimità artistica mentre prima d’ora non era mai successo che collaborassi con così tante personalità in un mio disco». Da qui la decisione di aprire il microfono ad altre voci: «Ero restio a fare duetti, in questo caso mi sono sentito libero, non ho ragionato, ho seguito l’istinto: ho trent’anni e ho deciso di mettere da parte l’individualismo», commenta Mengoni mentre racconta di Hola (I Say), seconda traccia dell’album, realizzata insieme a Tom Walker: una ballata per piano e synth che diventa il primo ‘contrasto’ con cui si apre Atlantico dopo il pop sfavillante di Voglio – «Canzone con cui ho voluto andare contro al mio passato, alla mia educazione».

«Tom è diventato un fratello, in studio gli ho detto “se questa deve essere una relazione, una coppia, devi fare quello che vuoi” e così lui ha scritto un inciso totalmente diverso dal mio, il risultato è un Frankenstein bellissimo». E poi le ritmiche dichiaratamente cubane di Buona Vita, o Muhammad Alì, una delle canzoni cui Mengoni tiene di più dell’intero lavoro: «Mi sono sentito molte volte debole, ho fatto tante volte scelte sbagliate per paura, quindi ho sentito l’esigenze di andare a vedere chi non aveva avuto paura di salire sul ring per un ideale. Sono andato a rileggere tutta la sua storia, tantissime interviste, e ho scoperto un lato che non conoscevo: è stato il primo rapper della storia, per il modo con cui rispondeva ai microfoni, praticamente in freestyle», racconta divertito Mengoni, per poi aggiungere, «Spero che Alì rimanga il mio punto di riferimento, per come è riuscito a trovare la sua libertà al di là del giudizio altrui, per come è stato invincibile sul ring e allo stesso tempo tremante per il Parkinson mentre teneva la fiamma olimpica ad Atlanta ’96: è un simbolo per come ha dimostrato di essere umano, e così io posso permettermi di commuovermi per questa canzone».

Altra canzone, altra dedica e altra collaborazione, questa volta di extra-lusso, perché è arrivato il momento di La Casa Azul, brano in cui risuona il Messico di Frida Kahlo – «per come incarnava l’importanza del senso di rivoluzione» – e la voce di Adriano Celentano: «La sua voce entra dopo un silenzio, lui che per di lunghi silenzi se ne intende (ride). Anche a lui ho dato carta bianca, e senza la sua voce non sarei riuscito a dare la profondità giusta a questo brano. Lavorare con un artista come Adriano è stata un’esperienza incredibile». Il Brasile e la collaborazione con Vanessa De Mata e i Selton per Amalia, omaggio alla cantante Amália Rodrigues, o Rivoluzione «con cui parlo di me in prima persona, dei miei trent’anni e dei dieci anni di attività», fino a Dialogo tra due pazzi e «le voci che tutti abbiamo in testa».

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Marco Mengoni. Foto di Carolina Amoretti

Insomma, un lavoro importantissimo per Mengoni, testimoniato anche dall’experience creata al quinto piano della Torre Velasca, dove ogni stanza racchiude una performance artistica ispirata dagli input dietro le canzoni che compongono Atlantico, o la mostra fotografica di Mindy Baker realizzata insieme a National Geographic, per sensibilizzare sull’inquinamento che sta martoriando l’Oceano cui Mengoni ha dedicato il suo disco: «Voglio invitare a riflettere su un tema che mi sta a cuore», sottolinea Marco parlando della campagna con National Geographic, aggiungendo: «Partirò dall’estero con il tour e come successo in passato cercherò di diffondere un messaggio, già racchiuso nel titolo dell’album: nel mondo ci sono confini che non dovrebbero esistere, bisogna abbattere i muri assurdi che si stanno ricreando nel mondo; basta guardarsi indietro, pochissimo tempo fa è stato buttato giù un muro, ricrearne significa tornare indietro».

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