Mango, il musicista che è morto cantando (e ha portato con sé anche il fratello) | Le 10 canzoni più belle

Molti lo conoscono per "Oro" e "Bella d'estate". Ma è stato molto di più: un ricercatore sonoro, che cesellava ogni canzone e spingeva tutto fino al limite
Giuseppe Mango, detto Pino, aveva compiuto 60 anni il 6 novembre

Giuseppe Mango, detto Pino, aveva compiuto 60 anni il 6 novembre


Mango è morto dentro la musica come i musicisti sognavano di fare. Ed è morto facendo ciò che sempre meno musicisti fanno: cercando la propria perfezione. Palaercole di Policoro, provincia di Matera a pochi chilometri dalla sua Lagonegro: «Scusate». Il malore. E poi l’ultimo respiro.

Tanti ricorderanno la sua fine grazie a un video traballante che l’ignoto autore ha postato sul web ottenendone subito la deflagrazione su tutti i social network in tempo quasi reale. Risultato: polemica tra fan offesi e integralisti eccitati, tra difensori del diritto di cronaca (sempre numerosi quando quella cronaca interessa pochi) e difensori del buon gusto, peraltro sempre più rari. Bagatelle fugaci.

Di Mango, che aveva 60 anni e, secondo indiscrezioni, aveva pure appena superato con successo una visita cardiologica, si ricorderanno alcuni brani, tra i quali Bella d’estate, Mediterraneo e Oro, che è stato anche l’ultimo cantato nella sua vita. Tutti cesellati e impreziositi dal suo semi falsetto, una vocazione naturale, quindi non imposto dalla tecnica ma frutto proprio della conformazione della laringe e delle corde vocali.

Su questo talento, Giuseppe Mango detto Pino aveva posato la sua vocazione di ricercatore sonoro. Sin da quando era autore per Patty Pravo e altri, Mango vaporizzava ogni sua energia nella ricerca. Per crescere. Per diventare sempre più aderente alla propria idea di musicista perfetto. Un percorso che poi l’incontro con Mogol (avvenuto un giorno alla Fonit Cetra chez Mara Maionchi).

«Io voglio essere la mia musica», ha detto un giorno. E senza dubbio ci ha provato fino all’ultimo.

Il più grande autore della musica leggera italiana rielaborò il testo scritto da Armando, fratello di Pino, cambiandone anche il titolo che era un improbabile Mama Voodoo. Da quel 1984 Mango nell’immaginario collettivo è rimasto legato a quel cliché anche se in realtà se ne sganciò quasi subito, specialmente con il disco Sirtaki del 1990 (firmato sempre da Mogol e Armando Mango) che è più arioso, più mediterraneo e meno patinato.

«Io voglio essere la mia musica», ha detto un giorno. E senza dubbio ci ha provato fino all’ultimo, fino al maledetto attacco cardiaco che gli ha spento la vita su di un palco. Con lui, che pure ha “creato” un suono personale, se ne va uno degli ultimi musicisti davvero onnivori e curiosi, mai stanco di andare un po’ più avanti. E non è un modo di dire.

Chiunque lo abbia conosciuto, sa che Mango spingeva tutto fino al limite estremo. Ha fatto così anche con la propria vita, portandola a terminare su di un palco. E lo ha fatto anche nelle proprie canzoni, comprese le ultime che ha inciso nel disco L’amore è invisibile uscito sei mesi fa: molte sono cover personalissime e inattese come quella di One degli U2. Una bella collezione di brani. E una sorta di testamento del cesellatore instancabile che forse solo invecchiando avrebbe ricevuto l’omaggio che meritava.

Ascolta le 10 canzoni più belle di Mango.