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Malika Ayane, torna con “Naïf”: «Non avessi famiglia, sarei sempre in giro»

Martedì 12 esce il nuovo album della cantante milanese dal mood leggero e positivo: «È nato da un viaggio in Marocco, non sono una fan dell'etnico fine a se stesso ma la musica berbera mi ha travolto»

Malika Ayane, foto stampa

Malika Ayane, foto stampa

«Noi italiani siamo troppo piangine, non facciamo che lamentarci». Malika Ayane parte da qui per spiegare il bisogno di positività che l’ha spinta a realizzare un album, il quarto della sua carriera, che già dal titolo vuole trasmettere una sensazione di leggerezza. Naïf, così si chiama il nuovo disco della cantante di casa Sugar in uscita il 12 febbraio: dieci tracce – tra cui Adesso e qui (Nostalgico Presente), in gara a Sanremo – scritte e registrate tra Milano, Parigi e Berlino con vari autori nostrani, da Pacifico a Bungaro, ma non solo: ad affiancare la 31enne Ayane, tra gli altri, Shridhar Solanki, già autore per Craig David e Natalie Imbruglia, e, alla produzione, Axel Reinemer e Stefan Leisering del collettivo tedesco Jazzanova.

«Tutto è nato da un’idea che mi è venuta durante un viaggio in Marocco», spiega Malika. «Non sono una fan dell’etnico fine a se stesso, anzi, a volte trovo l’ossessione per Africa e Oriente un po’ stucchevole, ma in quell’occasione mi sono sentita travolgere dalla musica tradizionale berbera. Dopodiché il caso ha voluto che un amico mi avesse procurato del materiale di un gruppo di musicisti africani a Londra, un mix di suoni pazzesco che mi ha ulteriormente ispirata. Per cui sono andata a Berlino dai Jazzanova con dei riferimenti ed è venuto fuori questo disco che a me diverte molto».

Disco dal mood sostanzialmente positivo.
«Sì, perché positività e leggerezza sono un dovere morale. Voglio dire, c’è chi rischia la vita in zone di guerra, ma io non apro cuori, non curo malattie rare, faccio intrattenimento. Del resto molti dei balli tradizionali nascono proprio come istinto di sopravvivenza alla negatività».

Avendo un papà marocchino non ti senti più sensibile nei confronti di alcuni temi? Penso al dibattito sull’immigrazione.
«La mia famiglia è un incrocio di radici, dalla parte di mio nonno siamo ebrei, da quella di mio padre musulmani, ma non credo ci sia bisogno di essere figli di immigrati per riconoscere la bassezza di argomentazioni idiote come “quelli ci rubano il lavoro”. Ciò che mi spaventa è che la gente parla sempre più senza conoscere; la Rete, così come dà la possibilità di informarsi, crea capre ignoranti e ostili».

Per Naïf ti sei ancora una volta circondata di autori; ogni tanto ti viene voglia di firmare un brano tutto tuo?
«A me piace pensare che ci possano essere più livelli di autonomia. Ho un’idea registica del mio lavoro, so come si produce un disco, ma magari non so come si produce questo disco, e trovare persone più brave di me in grado di aiutarmi è gratificante. Certo, se fossi capace di scrivere come Leonard Cohen non ne avrei la necessità, ma comunque ci tengo allo scambio».

Tra qualche giorno sarai a Sanremo: non ti sembra che questa edizione segni un ritorno marcato a un’impostazione nazional-popolare rispetto al percorso intrapreso con Fabio Fazio?
«Bah, in realtà anche Fazio ha ospitato Toto Cutugno e Albano, che tra l’altro fa sganasciare dalle risate, non vedo questa differenza. Sanremo è sempre Sanremo, no?»

In questi ultimi anni sei stata a New York, Parigi, Berlino, Tokyo. C’è qualche posto che ti è rimasto nel cuore?
«Guarda, io se non avessi famiglia non avrei nemmeno una casa, sarei una matta con la valigia».

Invece hai una figlia di 10 anni: come va con i suoi ascolti?
«Intanto ha voluto andare al concerto di Violetta, per fortuna l’ha portata suo padre, non avrei retto! (ride, ndr). Poi c’è stata la fase One Direction, a furia di sentirne parlare a scuola si era fissata, ma non mi sembrava venisse da lei. Sono stata più contenta quando mi ha chiesto di comprarle di nascosto, se no gli amichetti l’avrebbero presa in giro, i dischi dei Subsonica. In ogni caso cerco di darle degli input, adesso sto provando a farle sentire i Beatles, solo che non ha pazienza… Ma vincerò io!».

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