M¥SS KETA è già un’istituzione

Provocazioni, burqa di Gucci e satira edonista: ecco come la performer è diventata un'icona, conquistando tutti i palchi italiani
Myss keta per Hunter Fashion Magazine - Foto di Giorgio Calace, styling Fabrizio Ferrini, Hair by Giuseppe Lorusso

Myss keta per Hunter Fashion Magazine - Foto di Giorgio Calace, styling Fabrizio Ferrini, Hair by Giuseppe Lorusso


Se guardi fra il pubblico, trovi un po’ di tutto: dai semplici curiosi agli appassionati di elettronica, dagli adepti del – boh? – indie italiano ai cinici cultori della LOL music; e ancora, giovanissimi che a squarciagola le fanno le doppie, ragazzi(ni) in delirio che non ne comprendono la satira, avventori occasionali abbastanza – diciamo – perplessi.

Se invece alzi lo sguardo verso il palco, vedi lei, M¥SS KETA, sintesi e perno della stessa massa informe che smuove a ogni concerto. In scena, oltre a lei, poco altro: una ballerina (la “Cha-Cha”), un dj incappucciato (come ti sbagli?) e tutta una serie di visual. Eppure, nonostante la sua apparente, scarna semplicità, il live della Diva è un’esperienza attualmente con pochi rivali in Italia. Una ritualità, quasi. Perché sì, quello che trovi su quel palco non lo trovi altrove, semplicemente perché un’altra M¥SS KETA non c’è, e dal vivo il suo personaggio trova una piena, strabordante espressività che in studio, gioco forza, rimane opaca.

E allora, così sia: latex, occhiali da notte, coreografie sensuali al limite della parodia, erotismo, divismo da popstar, visual kitsch, volutamente trash ed eccessivi. Sopra ritmi asfissianti, le sue storie prendono vita come la versione malata e affilata di quelle che potresti ascoltare da Il Pagante, si stagliano fra corse all’apparire a colpi di XANANAS, BOTOX e cocaina, inni a un divismo barocco (MONICA) e all’autocelebrazione (UNA VITA IN CAPSLOCK), manifesti di un erotismo claustrofobico e senza riguardi (IRREVERSIBILE).

È un edonismo satirico il suo, parossistico, tanto che si capisce presto che quella che si ha di fronte non è una vittima della Milano (leggi: del mondo) che racconta: il live è calibrato bene, ha una scaletta sua, una durata studiata e dei siparietti che oscurano bene le varie pieghe di ripetitività che potrebbero mostrarsi, le (tante) provocazioni sceniche funzionano tutte, il tributo sincero alla Berté (!) anche, e la sua satira diventa presto indipendente dai riferimenti in ballo, a connotare una sorta di fantasma metropolitano perfettamente disegnato; e poi “la politica”, la lotta al patriarcato, l’iconoclastia tagliente di certe frasi (la prima donna a dire la messa, no?). Tanta carne al fuoco, insomma.

“Una donna che conta”, dice lei, ma che non smette comunque ringraziare, emozionata com’è dall’accoglienza dei fan e dal loro affetto. L’appuntamento per dopo, allora, è “sotto cassa”, per un’artista che non manca mai di condividere momenti e abbracci con i suoi “ketamini”. Una Diva cosciente del suo successo, quindi, con un cuore d’oro.

Poi, in ogni caso, tutto rientra nella satira, nei confini di un personaggio che fra provocazioni, “raga”, “adoro”, scimmie da allattare e burqa di Gucci è già diventato un’icona, con un immaginario forte e rodato, unico e personalissimo. Così, quando, nel delirio generale, se ne torna sul palco per il bis di MILANO SUSHI & COCA (annunciatissimo, manca solo quella) e insieme agli altri due compagni di viaggio inizia a ballare come un’ombra su una cassa drittissima, il pubblico si lascia andare definitivamente alla festa, consacrando per sempre un pezzo che è già un classico di questi anni e un’artista che, nonostante abbia effettivamente conosciuto il successo da poco, è già una piccola istituzione della nostra musica, tanto più dal vivo. E poco importa se, alla fine, la gente abbia capito o no la sua satira: questi non sono problemi da M¥SS KETA.