L’ultimo incantesimo dei Doors

Il batterista John Densmore racconta gli ultimi giorni di Jim Morrison e del concerto all'Isle of Wight Festival, quando riuscirono a “incatenare Dioniso”.

Quando i Doors sono volati in Inghilterra per suonare all’Isle of Wight Festival, nell’estate del 1970, erano nel momento più buio della loro carriera. Durante la primavera dell’anno precedente Jim Morrison era stato arrestato, a Miami, e incriminato per “comportamenti sediziosi”: si era spogliato di fronte al pubblico, incitando alla rivoluzione e alla ribellione contro il governo. La band cancellò le restanti date del tour e sembrava che quella storia li avrebbe perseguitati in tribunale per l’eternità. Non c’è da sorprendersi, quindi, se sono saliti sul palco inglese con uno strano stato d’animo. «Jim sembrava una pentola d’acqua bollente con il coperchio pronto a saltare», ricorda il batterista John Densmore. «Non si è mosso granché, ma ha cantato con grande intensità».

Le riprese del concerto, l’ultimo della band registrato in video, sono nel documentario Live at the Isle of Wight Festival 1970. È stato un concerto insolito: hanno suonato alle 2 del mattino, avvolti in un’oscurità quasi totale – non sapevano che il lightshow era a carico degli artisti –, ma hanno regalato performance spettacolari di Break on Through, Light My Fire e Roadhouse Blues.

Anche se Morrison non era proprio in sé – «Roger Daltrey gli ha offerto un po’ di grappa alla menta, e lui ha rifiutato», continua Densmore. «Ho pensato: “Wow, questa sì che è una novità”» – ma c’era grande chimica sul palco. «A volte Jim diventava più, come posso dire, posseduto», dice ridendo il batterista. «Non è andata così quella sera, ma sentivo che c’era qualcosa di speciale nell’aria».

Nelle clip inserita poco più sotto, la band suona Light My Fire avvolta da una luce rossa, Jim Morrison canta nascosto dalla barba – «Era in incognito!», schera Densmore –, si aggrappa al microfono. Il momento più intenso, secondo il batterista, è stato suonare When the Music’s Over. «Quel pezzo è difficile», dice sorridendo. «Prima di iniziare prendevo sempre un gran respiro, non è mica una canzonetta pop di tre minuti. Era la nostra seconda “epic”, dopo The End. Ma The Music is Over non era una canzone d’amore, era una dichiarazione politica: “Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso”».

«Ci abbiamo lavorato a lungo, soprattutto sulla parte centrale, quella in cui Jim recitava le sue poesie. Ne vado davvero orgoglioso: a un certo punto ho smesso di suonare ma Ray non ha fatto lo stesso, ha continuato a tenere la linea di basso. Jim disse: “Cosa hanno fatto alla Terra? L’hanno presa a coltellate”, e ho iniziato a fare casino con i piatti, come se fossero lame. Era poesia a verso libero, ma in musica», dice.

«Quella sera gli Who hanno suonato Tommy, un’opera. La nostra invece era una sinfonia». Fu un momento unico, per molti la fine di un’era. Il pubblico contava 6 o 700 mila persone, tutte riunite per vedere Jimi Hendrix, Leonard Cohen, Miles Davis e Joan Baez, per fare solo alcuni nomi. Per Densmore quella cultura era arrivata alla massa critica. Joni Mitchell fu costretta a calciare via un hippie dal palco. «Non riesco a capire cosa stesse succedendo ai fan», dice il batterista. «Forse i biglietti erano troppo costosi, forse non c’erano abbastanza bagni, diamine non lo so. Guardando i video è evidente, quella sera rappresenta la fine di qualcosa».

Niente di tutto questo, comunque, era paragonabile a quello che stava succedendo alla band dietro le quinte. Morrison era sempre più imprevedibile – e sempre più dipendente dall’alcool -, e Densmore dice di essersi sentito sollevato alla notizia della cancellazione dei concerti. «Era un po’ che volevo fermarmi», racconta. «Insomma, se era troppo ubriaco in studio di registrazione, bastava andare a casa. Dal vivo no».

Dopo il festival i Doors hanno suonato solo una manciata di concerti, tra cui l’ultima esibizione a New Orleans, il 12 dicembre 1970. E Densmore non la ricorda con affetto. «Quella sera abbiamo messo i chiodi sulle bare della nostra carriera», dice. «Dallas, la sera prima, era andata bene. Non avevamo mai portato Riders on the Storm sul palco, l’abbiamo suonata alla grande. Ci sentivamo un po’ come una jazz band. Poi, a New Orleans, Jim era… non saprei. Non aveva nessuna energia. Avevo preparato una scaletta, ma non riuscivamo a metterci d’accordo se non per quattro brani. A un certo punto, durante il concerto, Jim si è seduto sul seggiolino dietro la batteria e io ero lì, accanto a lui. “Cosa vuoi suonare, amico?”, gli ho detto così davanti a tutto il pubblico. Lui ha solo sospirato. Non c’era più niente, neanche le sue battute erano divertenti».

«Io, Ray e Robby siamo andati a bere qualcosa dopo il concerto. Eravamo solo noi tre di proposito. Ho detto: “Ok, smettiamo per un po’?”. Mi sembravano sollevati, mi hanno detto: Sì, grazie. Ci siamo fermati perché eravamo fottutamente grandiosi dal vivo, e odiavo quello che ci stava succedendo».

I Doors hanno registrato un ultimo album prima della morte di Morrison, L.A. Woman, ma l’atmosfera era incrinata irreparabilmente. «Jim mi chiedeva di andare a bere insieme, ma non riuscivo più a stargli dietro», dice Densmore. «Lui riusciva a trascinarti a fondo. Sapevo che aveva dei problemi, ma non c’erano cliniche. Non c’era nessuno ad aiutarlo. Sì, gli Alcolisti Anonimi, ma all’epoca era un posto per ragazzini. Jim sapeva che gli volevo bene, che amavo la sua creatività, ma anche che detestavo la sua autodistruzione». Morrison è morto a luglio di quell’anno, a Parigi.

Se fosse sopravvissuto all’infarto, Morrison sarebbe rimasto un alcolista. Almeno così ha detto Densmore per anni, ma oggi sembra aver cambiato idea. «Ero convinto che non si sarebbe mai ripulito, perché era un ubriaco kamikaze», spiega. «Adesso non la vedo più così. Penso a Eminem, anche lui è un creativo incazzato come Jim, e Clapton… e forse c’era davvero una speranza. Perché no? Sai, Ray e Jim studiavano cinema. Magari avrebbe ritrovato la sobrietà e si sarebbe messo a fare il regista, a girare i suoi film».

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