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Luchè, oltre la rabbia c’è di più

Ha imparato a fidarsi degli altri e vuole anche aiutarli, ma ora il rapper vuole guardare oltre

Luchè. Foto Press

Nel rap italiano ci sono dischi che sembrano vietati ai maggiori di sedici anni, tanto sono infantili. Per fortuna, però, esistono anche artisti come Luchè, che ribaltano il paradigma. «Per capire la mia musica devi avere vissuto, provato delle delusioni, aver amato almeno una volta: non puoi essere un bambino», conferma il diretto interessato.

Classe 1981, cresciuto a Marianella, quartiere alle porte di Scampia, prima della carriera solista ha fatto la storia del rap napoletano con i Co’Sang, forse l’unico gruppo italiano che poteva davvero competere con il gangsta rap.
Il suo ultimo album, Potere, è uscito a fine giugno e lo vede nelle vesti di rapper, cantante, compositore e direttore artistico («Voglio sviluppare un sound unico, per quello seguo ogni dettaglio»): dai cultori della musica urban è considerato un pilastro, ma al di fuori della scena hip hop non sempre è altrettanto conosciuto. «È la storia della mia vita: sono sempre stato un artista sottovalutato», sospira. Il potere che reclama nella title track è anche quello di cambiare questa situazione, che Luchè definisce apertamente molto frustrante.

«Mi hanno detto che non sarei mai andato da nessuna parte, ho sempre dovuto dimostrare il contrario», racconta. «Mi chiedevano perché scrivevo canzoni d’amore anziché continuare a raccontare la strada come i Co’Sang. Pochi hanno scommesso su di me».

A spingerlo a non mollare è stato un mix di grinta, ostinazione e visione, al di là delle aspettative della gen- te. «Inizio il disco dicendo “Ringraziando Dio non ho mai fatto un giorno di galera”. Spesso c’è chi cerca di dimostrare di essere più street di me, come se avesse un complesso d’inferiorità», riflette. «La street credibility ce l’ho, ma non è tutto ciò che sono e non voglio farne un vanto. Voglio guardare oltre». E invita anche i suoiconcittadini a fare altrettanto: «Napoli ha un potenziale immenso, ma è una città sfruttata dai media solo per fini di marketing, sensazionalismo, gossip: piace solo se fa folklore. L’orgoglio lo tiriamo fuori nei momenti sbagliati, magari quando vinciamo contro la Juve, e non per migliorare le cose». Da anni vive all’estero, dove parallelamente al rapper fa l’imprenditore: è socio di due ristoranti a Londra e uno a New York. Portare avanti business e carriera artistica a questi livelli non è facile, ammette.

«Lavoro ventiquattr’ore al giorno e vivo pensando al passo successivo: ho dovuto imparare a fidarmi degli altri, perché non posso essere sempre dappertutto. Ma sono soddisfatto», sorride. Oggi i suoi traguardi sono una solida piattaforma di lancio per i sogni di qualcun altro, come la sorella Paola, soprano: «La voce che senti nell’intro è la sua. Il mondo della lirica è ancora più complicato e cattivo di quello del rap: tutto si basa su politica e raccomandazioni, Paola fa un’audizione dietro l’altra fin da quando si è diplomata in conservatorio. Quella traccia era un mio regalo per lei. Il vero potere, per me, è anche quello di aiutarla a realizzarsi».

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