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Luca Carboni uno di noi

Il ritorno del cantautore poteva essere un riciclaggio paraculo, invece è una nuova, sottovalutata fase della sua carriera. Un pop onesto, senza lifting imbarazzanti

A rileggerla oggi, la scelta che Luca Carboni fece a inizio carriera, all’alba degli Ottanta, fu un bell’atto di coraggio. In un’epoca che stava mettendo il cantautorato alla porta come emblema di un periodo ormai agli sgoccioli, con tanto di contro-risposte evasive che andavano dall’aprirsi ai mutamenti culturali (Venditti), allo svaccarsi sul pop più eccentrico (Dalla), fino addirittura all’auto-sabotaggio (De Gregori), il Nostro si presentò alla RCA per chiedere ai discografici di allora di scommettere su di lui, cantautore giovane e introverso apparentemente in ritardo sui tempi.

La sfida? Interpretare le ansie, il senso di inadeguatezza e le fragilità di quella generazione che, un po’ svagata e meno impegnata della precedente, all’epoca si affacciava a un decennio di lusinghe e promesse scintillanti chissà poi quanto veritiere. Un cantautorato rinnovato, quindi, calato meglio nella cornice, meno politico e più intimista, melodico, a cui la sensibilità di Carboni seppe conferire spessore fino a vendere una roba come un milione e mezzo di dischi in appena tre album. Così, l’autore di pezzi piccoli e struggenti come Farfallina e Silvia lo sai divenne cantautore “generazionale”, fratello maggiore di ragazzi meno superficiali di come si dicesse, disinteressati all’impegno sociale eppure preoccupati dalla propria inadeguatezza – presunta o reale che fosse.

Poi, eclissatosi quel periodo, Luca se ne è andato in letargo, nel ventre di una musica schiva e minimale. L’ora del ritorno è scoccata all’inizio degli anni dieci, stavolta sulla rotta di un pop decisamente più leggero e festaiolo. Eppure, quello che a conti fatti avrebbe potuto essere un riciclaggio paraculo, lo sputtanamento di un’intera carriera (quanti ne abbiamo visti…), si è rivelato invece una nuova – sottovalutata? – fase della sua vista artistica, per giunta in continuità con le precedenti.

Certo, magari non sarà ultra-moderno, ma l’ultimo Carboni è comunque inossidabile e contemporaneo (hai detto niente), e il merito di ciò è anche della scelta dei co-autori per il rilancio. Tommaso Paradiso e Calcutta (fra i tanti) sono esempi, infatti, di artisti che hanno preso tanto da lui, tanto dai suoi dischi vicini e lontani, per portare la lezione verso un eden in cui convivono vintage e attualità, melodia e cantautorato. Il risultato, il ritorno del boomerang carboniano, sta tutto negli ultimi Pop-Up e Sputnik: un pop onesto, talvolta vicino all’EDM di certe produzioni internazionali e talvolta più pacato, comunque elettronico e senza ruffianerie o lifting imbarazzanti. E questo, di per sé, è già un traguardo.

In ogni caso, però, la vera forza di Carboni è sempre stata la poetica dei testi: tenera e malinconica, struggente e sincera, manifesto di chi si scopre fragile all’improvviso, di chi tiene costantemente in tasca un filo di tristezza, di chi non è mai davvero sicuro di sé, sempre fuori posto, mai abbastanza. Non è la retorica del perdente, no: è proprio che la sua sensibilità da sempre e per sempre vivrà e sentirà in sé queste storie. In tal senso, allora, i cinquant’anni hanno portato in dono una maggiore lucidità nell’osservare i nodi, ma non la dote di scioglierli. Un coraggio quotidiano, una malinconia più rasserenata, ma non la quiete.

La voce è sempre quella stanca degli esordi, solo che stavolta l’integrazione col pop iper-spettacolarizzato ne esalta ancora di più l’attitudine goffa e insicura. Carboni è di nuovo l’inadeguato, l’insicuro che più che godersela ha come priorità quella di ricordare con tenerzza che, nonostante il cambio di rotta, lui resta “Luca lo stesso” – come se non l’avessimo riconosciuto: ma per chi ci hai presi?. È ancora quello dei dubbi della prima volta, delle eterne insicurezze di “Bologna è una regola”, che si levano dallo sfondo come rapidi flashback di malinconia da prendere con serena rassegnazione, con distensione, perché alla fine “questa vita è bellissima, anche se a volte ci tira giù”. È colui che ha capito che certe ansie non sono semplici turbe adolescenziali, ma piccole ombre trans-generazionali con cui imparare a convivere.

Luca è lo spaesato che si guarda attorno perplesso, che arranca con la voce, trema con lo sguardo e resta malinconico anche quando i suoi pezzi si vestono succinti, per farsi notare – riuscendoci, tra l’altro. L’ultimo singolo Una grande festa siamo noi quando ci buttiamo in pista perché lo fanno gli altri, quando cerchiamo di divertici a tutti i costi, anche se sappiamo che tanto non accadrà, anche se balliamo male, siamo goffi, fuoriluogo e due metri più in là la ragazza che ieri ci ha lasciati sta limonando con un altro. Luca è l’imbucato alla “grande festa” di questo 2018 ansiogeno, l’imbucato al party a cui tutti vogliono essere ma di cui che nessuno ha capito le logiche. Luca, insomma, è uno di noi.

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