Lou Reed, il poeta che voleva abbandonare la musica

'Do Angels Need Haircuts?', la prima raccolta di opere in versi della leggenda dei Velvet Underground, è il ritratto inedito di un giovane autore alla ricerca di se stesso

Lou Reed, foto Lewton Cole / Alamy / IPA


Lou Reed è il padrino del punk e lo sappiamo tutti. Tuttavia la sua raccolta di poesie – Do Angels Need Haircuts? – lo inserisce di peso nella tradizione dei poeti beat e della New York School.

Mentre studiava all’università di Syracuse era il pupillo di Delmorse Schwartz, un poeta e scrittore che Reed amava definire come «il più grande uomo che io abbia mai incontrato». Schwartz era un ebreo di Brooklyn, pensatore infaticabile cresciuto da una famiglia borghese e ambiziosa, un prodigio che ha trovato il successo a poco più di vent’anni con la raccolta In Dreams Begin Responsabilities, un trionfo di critica.

Non è mai riuscito a ripetersi, e quando ha incontrato il giovane Lou Reed era un vecchio su una pessima china, consumato dall’alcool e dalla droga, malato di mente e ridotto a dormire su una branda nel suo ufficio del campus universitario. Ma era ancora un insegnante incredibile, e le sue lezioni su James Joyce e T.S. Eliot erano memorabili sia in classe che nei migliori bar della zona. Reed, all’epoca, amava la scrittura come un pesce ama l’acqua.

Dopo i primi studi di giornalismo fondava The Lonely Woman Review, un giornale underground intitolato come il capolavoro di Ornette Coleman, dove avrebbe pubblicato le sue prime opere: poesie, saggi e persino qualche corsivo politico. Le sue ambizioni letterarie – e ovviamente quelle musicali – sarebbero esplose di lì a poco con i Velvet Underground, una band nata all’interno di una scena traboccante di poeti. Il primo batterista Angus MacLise scriveva con Piero Heliczer, poeta e regista coinquilino di Reed. Anche Gerard Malanga, il ballerino di Exploding Plastic Inevitable, aveva velleità da poeta, e pubblicava sul giornale Intransit insieme a Reed, MacLise, Nico e John Cale.

Tutti i poeti di New York conoscevano la band, e tutti erano al leggendario concerto suonato all’East Village nel 1966 così come al canto del cigno dell’estate 1970. Patti Smith e Jim Carroll erano presenza fissa nel pubblico, e con loro anche Anne Waldman, una delle ultime autrici della beat generation.

lou reed velvet underground

«The Exploding Plastic Inevitable è uno spettacolo magnifico di desideri sensuali, eros e crudeltà. Una manifestazione potente, mistica, che fa pulsare tutto il corpo», scriveva nel testo che fa da prefazione a Do Angels Need Haircuts?, il primo volume dedicato alla poesia di Reed. E fu sempre la Waldman ad aver organizzato il primo reading del giovane autore: il 10 marzo 1971 al Poetry Project, di fronte alla chiesa di San Matteo, tra la Second Avenue e 10th street.

Il volume racconta un autore di fronte a un bivio. I Velvet erano finiti, e Reed era appena tornato a casa dei genitori per gestire quella che aveva tutta l’aria di una crisi spirituale – esacerbata dai problemi di ansia di cui già soffriva da tempo. All’epoca passava il suo tempo libero insieme a Bettye Kronstad, una giovane studentessa con cui giocava a tennis e andava a cavallo, niente a che vedere con le abitudini dei poeti newyorkesi. Mentre mangiava bagels di giorno e cibo cinese di notte, Reed si convinceva di mollare la musica per dedicarsi interamente alla scrittura.

Bettye era nel pubblico la sera del suo primo reading. Insieme a lei Danny Fields e persino Allen Ginsburg. Nessuno sapeva cosa aspettarsi dopo l’ultimo concerto dei Velvet, e quello che hanno visto era un artista nervoso che si mangiava le parole e faticava senza la sua armatura fatta di chitarre, amplificatori, percussioni e tutto il resto. Qualcuno faceva il tifo, qualcun altro assisteva sognando la catastrofe.

Reed ha letto per circa un’ora: all’inizio i testi di Sister Ray, Heroin, The Black Angel’s Death Song e Lady Godiva’s Operation, poi materiale inedito. Il risultato si può ascoltare nel singolo venduto insieme al volume, un 7 pollici con la registrazione di due letture recuperate dagli archivi del cantautore: We the People e Lipstick. La performance è frettolosa, sì, ma allo stesso tempo misurata e sprezzante.

I fan di Reed troveranno nel volume numerosi echi musicali, come la violenza satirica di He Thought of Love in the Lazy Darkness, ma soprattutto alcuni momenti rivelatori, con sfumature emotive assenti dai suoi lavori solisti degli anni ’70. Il culmine è l’opera che dà titolo alla raccolta, scritta «in pieno delirio d’ammirazione» per City of Night, il romanzo on the road di John Rechy.

Ma il vero tesoro di Do Angels Need Haircut? è la lettera che Reed scrisse a Schwartz un anno dopo aver lasciato il college, dove raccontava tutte le sue avventure: due mesi di epatite – probabilmente dovuta a qualche ago, ma Reed non ne parla -, i primi lavori da autore per la label Pickwick e i pensieri sulla band che stava fondando con «un tipo gallese… che suona la viola». Racconta di come i suoi testi fossero considerati «offensivi – non pornografici, solo offensivi» e di come avrebbe preferito dedicarsi alla scrittura, nonostante la sua application per Harvard fosse «ferma sul tavolo da troppo tempo».

“Ho avuto strane esperienze qui a New York, oscure, assurde, affascinanti e anche rivelatrici, utili. L’industria musicale è malata come tutti i business, ma in questo caso la situazione è più grave del previsto. New York è piena di gente triste e sofferente, e io non riesco a fare a meno di incontrarle. Ti tirano giù con loro, e non resisto. Devo partecipare, spiare, arrivo sul ciglio del burrone e faccio un passo indietro solo all’ultimo momento. Scoprire la propria brutalità è un’esperienza interessante. Interessante non è la parola giusta”.

Schwartz è morto d’infarto l’estate del 1966. Lontano dalla famiglia e dagli amici, il suo corpo è rimasto all’obitorio per giorni. Il messaggio di Reed al suo mentore, così come il resto del volume in cui è pubblicato, è parte del ritratto di un giovane artista innamorato della sua musa, pieno d’anima e di voglia di scrivere. All’interno appare anche un saggio toccante scritto da Laurie Anderson, un racconto del suo rapporto con le poesie che leggeva anni prima del suo primo incontro con quello che sarebbe diventato suo marito.

“Ho passato 22 anni vicino a Lou. L’ho sposato. Ma è molto dopo che mi sono innamorata del suo lato da cattivo ragazzo, un lato già sparito quando leggevo per la prima volta le sue poesie. Ora è lui la mia musa. Che situazione complicata!”.

Le poesie raccolte sono solo parte della sua produzione letteraria. Ce ne sono ancora a dozzine, alcune pubblicate e altre inedite, e persino della prosa: probabilmente la leggeremo nei prossimi anni, ed è giusto così. Così come è successo con il suo amico David Bowie, le opere di Lou Reed hanno acquisito una risonanza inedita dopo la sua morte. Una risonanza ancora più profonda se ne guardi le radici.

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