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L’intervista a The Edge: tra “Joshua Tree” e il nuovo album degli U2

Il chitarrista della band di Dublino ha raccontato a Rolling Stone della nascita del tour per il 30esimo di ‘The Joshua Tree’, del nuovo materiale per ’Song of Experience’, di Donald Trump e anche di ‘Achtung Baby’

Fin dal loro esordio targato 1976, gli U2 hanno sempre evitato qualsiasi mossa nostalgica. Tuttavia, sembrano aver cambiato idea dato che quest’anno porteranno in tour negli stadi il loro capolavoro del 1987 The Joshua Tree, in occasione del 30esimo anniversario dell’album. Sarà anche un’occasione per la band di riallacciare i rapporti con i fan dopo la delusione per la freddezza con cui è stato accolto il loro Lp del 2014 Songs of Innocence, oltre che la possibilità per gli U2 di sondare il terreno in vista di Songs of Experience, ultimo lavoro in studio della band di Dublino arrivato ormai ai ritocchi finali. Un paio di settimane prima dell’ufficialità del The Joshua Tree Tour 2017, il chitarrista The Edge aveva parlato a Rolling Stone dei concerti in arrivo, dell’emozione di riportare i grandi classici degli U2 sul palco, del prossimo in album, di Donald Trump e di molto altro ancora.

Puoi raccontarmi qualche retroscena sulla nascita dell’idea di questo tour?
Avevamo appena finito il tour Innocence and Experience nei palazzetti, e già avevamo in testa la chiusura del secondo album della saga, Songs of Experience, cui mancavano solo pochi dettagli finali e che avevamo praticamente portato a termine quando mancavano solo poche settimane prima della fine dell’anno. Poi sono successe le elezioni e improvvisamente il mondo è cambiato. “Aspetta un attimo – abbiamo pensato – dobbiamo prenderci del tempo per riflettere sull’album e su come collegarlo a quello che sta succedendo nel mondo”. Questo è il motivo per cui circa l’80% del lavoro è stato iniziato prima del 2016, ma una grossa fetta è stata composta all’inizio del 2016, e ora penso siamo tutti d’accordo a dire che il mondo è un posto diverso.

Stai parlando di Trump e della Brexit?
Dell’elezione di Trump. È come se un pendolo avesse improvvisamente iniziato a pendere nella direzione opposta. Stavamo comunque pensando all’anniversario di The Joshua Tree quando un’altra idea ha iniziato a venirci in mente, ovvero la strana concezione della circolarità del tempo. Quel disco fu scritto nella metà degli anni ottanta, durante il governo Reagan negli Stati Uniti e l’era Thatcher in Gran Bretagna. Era un periodo di grande inquietudine, soprattutto politica. La Thatcher era impegnata a stroncare lo sciopero dei minatori, mentre in America Centrale regnavano gli inganni. Sembra di essere tornati a quei tempi; non penso che nessuno dei nostri lavori sia attuale come The Joshua Tree. Mi sono sentito come “Wow, oggi queste canzoni hanno un nuovo significato e una nuova risonanza che non avrebbero avuto tre o quattro anni fa”. In realtà è stato davvero tutto frutto di una casualità, di aver realizzato che dovevamo ‘congelare’ il nuovo album e rifletterci ancora su prima di pubblicarlo, solo per essere sicuri che riuscisse realmente a esprimere quello che volevamo dire.

Per cui abbiamo pensato di fare entrambe le cose. Di celebrare The Joshua Tree, che è realmente rinato nel contesto in cui stiamo vivendo, e allo stesso tempo di prenderci il tempo per riflettere sulle nuove canzoni ed essere certi che queste siano davvero ciò che vogliamo pubblicare. Per cui le due cose sono coincise e abbiamo deciso che avremo fatto questo tour. Inoltre non ci siamo mai concessi l’opportunità di celebrare il nostro passato perché siamo una band che ha sempre vissuto il presente, tuttavia credo che abbiamo avvertito l’importanza di questo momento e di quest’album. Siamo molto felici di esserci presi questo momento per riorganizzare le idee e ritornare su un album che, nonostante gli anni, suona ancora così attuale.

Durante gli show suonerete le canzoni in sequenza seguendo la tracklist dell’album?
Credo di si, e dico “credo” perché adesso stiamo lavorando in quella direzione. Lo spettacolo tuttavia non partirà necessariamente con la prima traccia del lato A, Where the Streets Have No Name, perché credo che quel momento abbia bisogno di essere preparato come merita, per cui stiamo ancora lavorando sulla scaletta ma credo comunque che suoneremo l’album in ordine.

I fan saranno in fibrillazione. Ci sono molte canzoni che non suonate da decenni. C’è anche Red Hill Mining Town che non è mai stata suonata dal vivo.
È vero. Ci sono stati un paio di giorni alla fine del lavoro in studio in cui stavo ascoltando quella canzone, lavorando su parti di chitarra che non rivedevo da così tanti anni. Quel brano riesce perfettamente a rappresentare quanto sta succedendo adesso nel Regno Unito. Non è così evidente come all’epoca, ma per la prima volta dopo anni stanno rifiorendo i movimenti operai in tutta la Gran Bretagna. Non è proprio come se si stesse ripetendo il periodo Winter of Discontent, ma molte delle sue problematiche più aspre stanno tornando a galla. Sembra che la politica si stia estremizzando in tanti paesi in via di sviluppo in un modo che trovo preoccupante e sono sicuro che sono in molti a pensarla come me. Stiamo vivendo in un periodo complicato, oscuro, e personalmente troverei insopportabile dover rivivere quei giorni.

Quale credi sia il motivo per cui quella è l’unica traccia dell’album a non essere mai stata suonata dal vivo? È difficile da suonare o è Bono a trovare difficoltà nell’interpretazione vocale?
Credo che questa sia probabilmente una di quelle canzoni che non hanno mai trovato spazio in scaletta per colpa del tempo del brano e dell’arrangiamento. È buffo, talvolta anche le grandi canzoni…Pensa un concerto come fosse un ecosistema in cui ogni cosa deve avere una propria collocazione. Ci sono canzoni uptempo, altre veloci, altre drammatiche e alcune sono fondamentali. Poi ci sono quelle canzoni con un tempo standard e non importa quanto possano essere belle, qualche volta per quei brani proprio non si riesce a trovare spazio. Non credo ci sia niente di più complesso che fare una scaletta, ma ritornare a sentire quella canzone mi ha colpito veramente.

Non tutti sanno che a pochi giorni dalla chiusura dell’album Red Hill Mining Town era seriamente candidata per essere il primo singolo estratto da The Joshua Tree. Avevamo anche realizzato un video per quella canzone assieme a Neil Jordan ed eravamo soddisfatti del risultato. Dopo un paio di settimane siamo tornati sui nostri passi e, ragionando in maniera più oggettiva, abbiamo optato per With or Without You. Penso sia stata una scelta corretta.

Poi ci sono anche Exit e Trip Through Your Wires, che non portate sul palco dagli anni 80. In God’s Country è stata realizzata solo un paio di volte, e in acustico per giunta. Sarà fantastico sentire nuovamente quelle canzoni dal vivo.
Si, sono tutte così diverse fra loro. Questo è ciò che contraddistingue The Joshua Tree. È un album con sfumature sonore molto variegate, quasi fosse una colonna sonora. All’epoca l’abbiamo composto come se dovesse essere realizzato per un film. Per esempio, molte delle fotografie dell’album, lo scopo era di fare un lavoro che richiamasse il cinema. Lo stesso fu per le ispirazioni e i riferimenti presi dalla letteratura. Infatti, in fase di lavorazione, il titolo della canzone Exit inizialmente doveva essere Executioner’s Song (riferito al romanzo Il canto del boia dello scrittore statunitense Norman Mailer, ndt) perché usavamo tantissima letteratura come punto di partenza per la scrittura delle canzoni, in modo da incanalare il lavoro su binari diversi da come avevamo fatto fino ad allora.

Stavamo realmente cadendo fra le braccia dell’America dato che, in quanto band nata in quegli anni, molto del punk rock era costituito dal rigetto di ogni ispirazione e di ogni influenza che provenisse dalla musica americana, in modo da creare un sound che fosse unico. Se tu senti le nostre prime registrazioni puoi avvertire l’influenza della musica tedesca di quegli anni. Tantissime band britanniche ascoltavano tutte la stessa musica. The Joshua Tree è stato il primo lavoro in cui abbiamo volontariamente deciso “Ok, abbiamo impiegato circa quattro album a pensare all’Europa, all’Irlanda, ora diamo un’occhiata alle radici da cui proviene la nostra musica”. E in quel senso veniva tutto dall’America.

Per cui abbiamo iniziato a concentrarci sulla musica americana, sul blues, sul New Journalism. Ricordo di me e Bono intenti a leggere Flannery O’Connor e gli scrittori del Sud. Ci siamo volutamente imposti di guardare al di là dell’Atlantico e iniziare a esplorare l’America. Voglio dire, per un irlandese l’America ha sempre rappresentato un’immensa fonte di idee, di aspirazioni e anche d’ispirazione, quasi fosse la Terra Promessa. La vedevamo in quel modo ma anche tenendo in mente quello che è realmente l’America. Avevo letto dei Soledad Brothers così come dei Black Panthers. Stavamo esplorando l’America da tutti i punti di vista. Quelli erano gli anni di Reagan in cui, per certi versi, era in pericolo l’ideale di ciò che l’America dovrebbe essere. L’America di Thomas Jefferson, di John F. Kennedy, di quei visionari che parlavano di quello che dovrebbe essere l’ideale di America. Eravamo avvinghiati a quei grandi ideali e ora eccoci di nuovo. È da pazzi.

Quali canzoni faranno parte delle parti non–Joshua Tree dello show?
Ovviamente tutte le volte che prepariamo un concerto, cerchiamo di creare un filo rosso, un’ambientazione principale cui rivolgerci. E siamo molto fortunati ad aver l’imbarazzo della scelta su quale cartuccia pescare dal caricatore dato che abbiamo così tanto materiale. Siamo ancora all’inizio del lavoro di preparazione per gli show, per cui mi è abbastanza difficile dirti con esattezza quello che faremo. Ma certamente tutte le vecchie canzoni saranno prese in considerazione e tutto ciò che porteremo sul palco aderirà all’atmosfera che vogliamo creare. Per esempio, faremo concerti in America e in Europa. Certamente negli show americani ci soffermeremo quell’America mitologica di cui scrivevamo ai tempi di The Joshua Tree.

Pensi potranno essere eseguite alcune B side dell’album come Wave of Sorrow o Luminous Times?
Abbiamo già suonato delle B side nei nostri concerti prima, e in alcuni casi è dura per una canzone entrare in scaletta ma non per la sua qualità. La decisione riguarda lo spazio che vuoi concederle. Siamo talmente ambiziosi che ogni volta vogliamo soddisfare quelli che noi chiamiamo uber-fans, cioè chi ha visto molti nostri concerti. Loro vogliono assistere a qualcosa che non hanno mai visto prima, qualcosa di ignoto e unico. Noi lo sappiamo e facciamo il possibile affinché questo avvenga. Ma sappiamo anche che la maggior parte delle persone in media ha visto il nostro concerto solo una volta, due al massimo e c’è una lista enorme di nostri classici che vorrebbero sentire. Bisogna creare un equilibrio.

Spesso è molto divertente andare a pescare dal passato qualcosa non suoniamo spesso e reinterpretarla, per cui non ho dubbi che lo faremo. Ma non credo metteremo molta enfasi sulle canzoni meno conosciute degli U2, penso ce ne saranno solo alcune. Abbiamo citato Exit, Trip Through Your Wires, In God’s Country e Red Hill Mining Town. Insomma, sono quattro canzoni. Red Hill Mining Town non è mai stata suonate, le altre tre vengono ascoltate molto raramente. Quindi staremo a vedere, non so come andrà, comunque non escluderemo i B side.

Penso che le due canzoni che i fan non vedranno l’ora di ascoltare sono Acrobat e Drowning Man. Non sono mai state eseguite dal vivo: questa sarà finalmente una possibilità per ascoltarle?
Bella domanda. Non so se i fan saranno interessati a Drowning Man. Ad Acrobat sicuramente, era uno dei brani più drammatici di Achtung Baby. È interessante, ne terrò conto. Vogliamo sempre sentire l’opinione dei nostri fan perché, stando alla nostra esperienza, e difficile che i fan si sbaglino. C’è qualcosa in quello che dicono, quindi ne terrò nota. Non dico che faremo tutto quello che vogliono, tuttavia ci troviamo in questa magnifica situazione in cui ci è data carta bianca.

Credo che ai fan manchino anche i momenti dello show in cui sei la voce principale, canzoni come Numb e Van Dieman’s Land. Erano momenti molto The Edge…
Si, canto spesso come hai detto, ma molto spesso come seconda voce. Bono in realtà ha sempre spinto perché cantassi anche come voce principale. Sono bravo come voce principale ma nella band abbiamo un grandissimo cantante. Credo che negli ultimi tour non ci sia stata l’opportunità giusta però è una cosa che non escludo.

Ho visto che suonerete al Bonnaroo. Sarà divertente. È una tipologia di concerto molto diversa per voi.
Hai ragione. Non suoniamo in un festival da anni, ma agli inizi ne abbiamo fatti un sacco e ricordo spesso quei momenti con affetto per svariati motivi. Nei festival c’è sempre quell’aspetto ‘da gladiatori’ che ti tiene sulle spine in maniera positiva. Anche l’opportunità di stare fianco a fianco con i tuoi colleghi, di condividere il backstage con altri artisti e altre band. Uno degli svantaggi di fare solo i propri concerti è il fatto di non avere spesso simili occasioni. Abbiamo stretto molte amicizie agli esordi quando suonavamo con Simple Minds, Eurythmics e tante altre band. È una parte importante per me e non vedo l’ora.

Come sarà il palco per i concerti di Joshua Tree? Sarà uguale all’originale del 1987?
Non vogliamo essere troppo didascalici ma allo stesso tempo vogliamo rendere omaggio all’estetica che accompagnò l’album. Non credo che esagereremo nel lavoro di restyling, tuttavia penso che prenderemo quelle idee di estetica cercando di aggiornarle in qualche modo. È The Joshua Tree 2017, non The Joshua Tree 1986.

Eppure sono sicuro che la parola ‘nostalgia’ verrà usata spesso per parlare di questo tour. Questo come ti fa sentire?
Come dire, penso che ciò che conta per noi non sia qualcosa che riguarda la nostalgia. C’è un elemento di nostalgia che non possiamo evitare, ma il tour non è motivato dal desiderio di guardarsi indietro. Riguarda più il fatto che le tematiche presenti nell’album stiano tornando attuali. È quasi come se questo disco avesse chiuso un cerchio e ci trovassimo di nuovo nel momento in cui nacque. È come se avesse raggiunto una nuova importanza a cui certamente bisogna prestare attenzione.

Il prossimo album sarà Songs of Experience o è possibile che sarà qualcosa di totalmente nuovo?
Penso sarà Songs of Experience. Quando ho detto che è quasi finito, intendevo che davvero vogliamo cogliere questa opportunità per pensarci ancora un po’ su, per essere sicuri che sia davvero ciò che vogliamo far uscire dati i cambiamenti che sono successi nel mondo. Forse l’album cambierà solo di poco, ma vogliamo davvero cogliere quest’occasione per rivedere tutto il materiale. E chi lo sa, potremmo anche scrivere un paio di nuove canzoni, ci troviamo nella posizione ideale per farlo. Ci stiamo prendendo dello spazio per lasciare respiro alla nostra creatività.

Pensi che quando finiranno i concerti di Joshua Tree riprenderà il tour Innocence and Experience così come lo abbiamo visto l’ultima volta, con lo stesso palco e tutto?
Ci sentiamo come se quel tour non fosse ancora finito per cui, ora come ora, ci piacerebbe portarlo a termine. Credo che sarà molto simile a dove abbiamo interrotto ma, d’altra parte, odio fare previsioni sul futuro. Questo è l’attuale linea di lavoro ma le cose possono cambiare e niente è stato ancora scritto nella pietra. Tuttavia ci piace che quel tour e quel progetto non siano completati. È ancora fresco nella nostra mente, creativamente parlando.

Sai già come verrà distribuito il prossimo album? C’è stato un lavoro molto attento per la distribuzione del vostro ultimo lavoro.
Il mio piano è che io e Bono ci intrufoleremo nelle case della gente e nasconderemo il cd sotto i cuscini [ride]. Ma sfortunatamente questa idea nono ha ricevuto lo stesso supporto dagli altri membri della band. Seriamente parlando, è molto interessante vedere il modo in cui, negli ultimi anni, la distribuzione, la produzione e il marketing attorno alla musica siano andati in subbuglio. Ciò che sei mesi fa sembrava l’idea più epocale e innovativa ora non sembra più così rivoluzionaria. E ancora, sono molto interessato al fatto che i vinili abbiano raggiunto numeri di vendite strabilianti. È incredibile. Questo la dice lunga sul rapporto che lega le persone a un artefatto, a un oggetto come il vinile, rispetto al download di un file digitale. La gente, alla fine, ha un legame emotivo con i grandi dischi e con gli artisti che li hanno prodotti.

Un file digitale è…guarda, la convenienza è una cosa meravigliosa. Se devo essere onesto, ho ancora la mia collezione di vinili, ma uso i file digitali il 90 per cento del tempo. Allo stesso tempo non abbandonerei mai i miei vinili. C’è bisogno di entrambi, e trovo rassicurante che in mezzo alla convenienza ci sia ancora un prodotto che la fa da re, che ci sia ancora una profonda connessione emotiva tra le persone e il disco inteso come oggetto fisico. Quindi chi può saperlo? Ci stiamo ancora pensando come fanno tutti gli altri.

Quello che trovo confortante è che la cultura musicale e la musica siano ancora in prima linea. Le persone ne stanno godendo e ne gioiscono, e ancora si rivolgono alla musica per tantissime ragioni. Sono curioso di vedere se in questo nuovo mondo ‘post-verità’, la musica riuscirà a riconnettersi con il filone attivista e di protesta che ha avuto per tanti anni e che di recente sembra aver perso. Credo che questo aspetto della musica sia sempre stato, a mio avviso, un fattore importante, una parte cruciale di ciò che mi ha attirato, e credo che la stessa cosa abbia attratto un sacco di altre persone. Sento che questo è un momento in cui la musica potrebbe passare attraverso una sorta di rinascita, e sono molto felice di vedere che cosa scriveranno i giovani nei loro garage in tutto il Nord America e in Europa e di cosa pubblicheranno nei prossimi anni. Penso sia il momento di ritornare ad alcune di quelle ispirazioni.

Ok, domanda finale: pensi ci potrà essere anche un tour per il 30esimo anniversario di Achtung Baby nel 2021?
[Ride] Non ci abbiamo ancora pensato, ma mai dire mai.

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