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L’eterno ritorno degli anni ’90

La reunion possibile delle Spice Girls, quella impossibile degli Oasis o i Nirvana senza Kurt Cobain: analisi di un decennio che non vuole morire anche se non sta invecchiando proprio benissimo.

A inizio anni Novanta, il politologo statunitense Francis Fukuyama ha teorizzato la tanto discussa e confutata “fine della storia” a seguito della dissoluzione dell’impero sovietico. L’11 agosto 1996 invece, con il celebre «This is history, right here, right now», Noel Gallagher poneva fine agli anni Novanta, rendendo insignificante e marginale qualsiasi evento successivo a quella doppia data degli Oasis e consegnando di fatto il decennio agli annali di storia.

Nel frattempo sono passati più di vent’anni, quasi tutti trascorsi in una perenne nostalgia e rievocazione degli anni Novanta, della loro estetica, della moda, delle serie tv, persino dei gelati industriali e delle sigle dei cartoni animati o per qualsiasi altra cosa cui si possa pensare. La nostalgia è un sentimento che va molto di moda di questi tempi ed è propagata in tutte le forme anche sui social network e in generale su internet, dove proliferano blog, pagine Facebook o account Instagram appositamente dedicati.

Non sappiamo se ci sarà mai un ritorno del Festivalbar, di sicuro i fan della scena rock dell’ultimo decennio del Novecento non hanno di che preoccuparsi, visto che molte band e frontman del tempo sono (più o meno) attivi come se non ci fosse mai stato nessun allarme Millennium bug di mezzo.

Se da tempo si vocifera di una milionaria reunion delle Spice Girls prevista per il prossimo anno, per quanto riguarda gli Oasis le speranze sono praticamente a zero e infatti l’anno scorso i fratelli Gallagher hanno pensato bene di far uscire i rispettivi dischi solisti a poche settimane l’uno dall’altro, in una inimmaginabile sfida in classifica e al botteghino, che probabilmente avrebbe catalizzato l’attenzione del mondo intero se fosse avvenuta negli anni Novanta, nel 2018 invece è sembrata un filino ridicola. Ad ogni modo l’ipotetica gara è stata vinta inaspettatamente dal Liam Gallagher solista, che in un certo senso ha dato anche il via a un insperato ritorno di frontman quaranta-cinquantenni che hanno ancora un pubblico e qualcosa da dire.

Probabilmente è questo il vantaggio dell’avere idoli musicisti, anziché calciatori con una carriera a tempo determinato: non potrò mai più veder giocare a pallone Totti, ma posso ancora assistere a una versione live di Live forever, sebbene non sia mai piacevole vedere delle rockstar, che hanno fatto della loro immagine un vanto, stempiarsi e mettere su una discreta panza. Da questo punto di vista è quasi una fortuna che Kurt Cobain non possa partecipare una ipotetica reunion dei Nirvana, che non commento perché non voglio ricevere denunce per blasfemia.

In compenso, ci hanno già pensato gli Smashing Pumpkins a riportare un po’ di grunge nel nuovo millennio, con una reunion già in corso sui palchi e presto anche “nei negozi di dischi”, passatemi l’espressione visto che siamo in tema nostalgia della quale anche Billy Corgan e soci non ci hanno risparmiato la loro dose pubblicando la copertina di Siamese dreams con le due gemelle cresciute di venticinque anni.

A tutta questa kermesse non potevano mancare i Suede, la prima vera band britpop, che dopo aver celebrato con una ristampa i venticinque anni del primo disco, sono usciti con un nuovo album di inediti che di britpop non ha proprio nulla, così come l’odierna immagine sobria e composta di Brett Anderson non ha nulla di quella androgina e sensuale del se stesso con la metà degli anni sulle spalle.

Probabilmente il ritorno più suggestivo che ci ha regalato questo nostalgico autunno è quello degli Spiritualized – usciti con And nothing hurts dopo parecchi anni di silenzio – non soltanto perché qualitativamente è un disco di grande spessore e che a differenza di tutte le band fin qui citate gli arrangiamenti degli Spiritualized non sembrano accusare il passare del tempo, ma anche perché a poche settimane di distanza è uscito anche il disco di Richard Ashcroft.

L’ex frontman dei The Verve e Jason Pierce erano grandi amici, finché Ashcroft non ha pensato che tutto sommato fosse okay sposarsi nottetempo tra una data e l’altra del tour che The Verve e Spiritualized stavano facendo assieme nel 1995, con Kate Radley, tastierista degli Spiritualized e fidanzata di Pierce. Il cuore spezzato del povero Pierce ha ispirato un capolavoro come Ladies and gentleman we are floating in the space, e a voler fare un po’ di inutile dietrologia anche in And nothing hurts – a partire dal titolo – ci sono un paio di passaggi che sembrano tornare indietro alla vicenda, per esempio in brani come I’m your man o Let’s dance che per i più paranoici (tipo me) riprende anche il riff di Bitter sweet symphony e nel testo dice: “There’s better things y’know a lonely rock ‘n’ roller can do/ I’ll say a little prayer for us girl”, ma qui forse stiamo andando un po’ troppo oltre.

Dal canto suo, il buon Ashcroft, ha sfornato un disco niente male, considerati gli standard scialbi a cui ci aveva abituato nelle ultime uscite da solista. Sebbene anche lui sia alla soglia del mezzo secolo sul groppone, continua a considerarsi un Natural rebel, d’altra parte dipende dai punti di vista: un tempo veniva ricoverato d’urgenza per abuso di alcol e droghe, oggi passa da una fase mistica all’altra e più che un ribelle sembra una specie di sciamano rompi coglioni. Gli anni si fanno sentire per tutti, prendete Thom Yorke. Avrei scommesso che sarebbe stato lui quello a invecchiare meglio, poi ho visto l’outfit con cui si è presentato al Festival di Venezia e ho cambiato idea.
 Forse è meglio la nostalgia e le immagini sbiadite a questa angosciante riapparizione delle rockstar che hanno segnato un’epoca ormai lontana, a meno che non ci sia anche una reunion dei Lùnapop. Questo cambierebbe tutto.

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