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L’esercito di Bon Iver

Un secret show molto esclusivo, un flash mob molto affollato, un festival molto alternativo: un weekend a Berlino dedicato a Justin Vernon. Potevamo mancare?

Foto di Azar Kazimir

Bon Iver

Foto di Azar Kazimir

Quando, il giorno dopo il suo top secret e “super special” show nel cortile del Michelberger Hotel di Berlino, ho letto online il report della collega inglese del New Musical Express che indicava Bon Iver ormai prossimo a “conquistare il mondo”, lì per lì mi era sembrata solo una divertente iperbole giornalistica a effetto. Già, perché l’esclusivo concerto di Justin Vernon – 300 giornalisti accreditati da tutto il mondo a 36 ore dall’uscita del suo terzo album 22, A Million – è stato sì memorabile per polifonica emozionalità, per la fin troppo consapevole abilità di sublimare uno struggimento/languore adulto e collettivo, per la sintesi del pop contemporaneo – glitch e folk, gospel e vocoder, Frank Ocean e Creedence Clearwater Revival – in un sound mai sentito, ma da lì a “conquistare il mondo” il passo era ancora lungo. Che Leonie Cooper – la giornalista di NME – avesse ragione me ne sarei reso conto solo nel pomeriggio, quando – dopo un laconico post sull’Instagram di Bon Iver che dava appuntamento alle 18.30 in una via di Kreuzberg – mi sono trovato di fronte a qualche centinaio di persone con la birretta in mano, che si erano radunate sotto un murales di oltre una decina di metri ispirato all’artwork del nuovo disco, una sorta di raccolta di emoticon arty. Cosa stavano aspettando? Avrebbe suonato a sorpresa, magari su un tetto come gli U2? No, niente di tutto questo. Ai piedi del murales c’era un carrello della spesa su cui era appoggiato un mangianastri che, a un volume impercettibile, suonava 22, A Million, con tanto di scritta: “Quando finisce, girate lato”. Nonostante la “trovata” neanche troppo originale, siamo rimasti lì – io e le centinaia di persone – a sorseggiare birre IPA artigianali per un paio d’ore, senza neanche far cenno di andarcene. Eravamo vestiti quasi uguali: jeans scuri, sneakers (Nike, adidas, molte Reebok e Vans, qualche New Balance), cappellino alla Justin, felpe no logo, cappottini. Eravamo tutti bianchissimi – manco un turco in piena Kreuzberg! – più o meno giovani tra i 25 e i 45 anni in varie declinazioni di hipsterismo e neo-conformismo indie. Eravamo l’esercito di Bon Iver, e lui stava davvero per conquistare il mondo se bastava una musicassetta per occupare col sorriso una piazza, per poi farla svuotare al calar della sera, con la sensazione che il nulla accaduto fosse comunque un’esperienza esclusiva e intima, non per forza intelligibile (per quanto devo ammettere che l’idea di una simpatica presa per il culo collettiva cominciasse lentamente a serpeggiare nell’aria, e di fronte alla curiosità del gestore turco dello spaccio di birrette che mi chiedeva cosa stesse succedendo di bello, mi sono sentito un po’ idiota nel non saper formulare una risposta minimante sensata).

Lo stesso esercito si sarebbe radunato meno di due giorni dopo nella Funkhaus – quella che fu la sede della stazione radio della DDR – per un festival “sperimentale” organizzato da Bon Iver insieme ad Aaron e Bryce Dessner dei The National e altri Michelbergers, ovvero i membri di questa factory creativa internazionale con sede temporanea nell’omonimo hotel di Berlino. Le regole d’ingaggio del festival, annunciate il giorno prima via mail in un decalogo comportamentale-emotivo dal sapore un po’ new age, davano appunto l’idea di qualcosa di sperimentale: non sarebbe stato comunicato chi avrebbe suonato (tra l’altro i musicisti comparivano in ordine alfabetico solo per nome e cognome, per cui dovevi star lì a googlarli uno a uno per dire: sì, cazzo, questo è quello dei Mouse on Mars!), né dove (tra le varie sale della Funkhaus), né a che ora (la kermesse era da mezzogiorno a mezzanotte); sarebbe stata un’avventura musicale raw ed emotional in cui nemmeno gli artisti avrebbero avuto una scaletta, improvvisando e facendo jam tra loro, e noi non avremmo dovuto far altro che “seguire la musica e lasciarci trasportare”. La mail ci raccomandava anche di vestirci comodi e “a cipolla” – i locali non erano riscaldati – e naturalmente di non fare foto col telefonino, ci avrebbe pensato la crew di cinque filmmaker diretti da Vincent Moon a fornirci il nostro filmino collettivo. Insomma, un fricchettonismo dolcemente irreggimentato, a metà tra la comune e il campo scout, era la premessa per questo weekend.

Per fortuna le belle sorprese sono state molte: ho visto Bon Iver suonare Springsteen al piano, improvvisare un set techno con i Teenage Engineering (il team di creatori del sintetizzatore OP-1, che Justin ha usato molto nel nuovo disco), fare lunghe jam noise con un incredibile cantante/urlatore giapponese, manco fosse John Zorn. Mi sono commosso sentendo Damien Rice in acustico con un coro di 20 persone, mi sono pure un po’ annoiato con un set di musica argentina e ho rimpianto di non essermi procurato dell’erba di fronte a una video-installazione nel momento di chill-out. L’esercito di Bon Iver faceva pazientemente lunghissime code per accedere ai vari concerti “al buio”, andava al bagno in pulitissimi cessi biologici dove, invece di tirare lo scarico, dovevi buttare nel buco una manciata di truciolato, mangiava costoso curry thai e beveva acqua di cocco col marchio del Michelberger, non si ubriacava né drogava e non c’era ombra della minima tensione sessuale. Se qualcuno ti urtava per caso, non era certo per provarci (e anzi ti avrebbe chiesto subito scusa). Tra le parole d’ordine contenute nella fanzine distribuita, insieme a una borsetta di tela nera, all’ingresso del Michelberger Festival c’erano: pace, amore, sogni, energia, onde, consapevolezza. Quanto di questo ci fosse realmente durante il weekend credo non sia una questione soggettiva, ma c’entri col significato che il popolo di Bon Iver, senza prescindere dalla sua musica, probabilmente dà a ognuna di queste parole. Se l’amore cantato da Justin Vernon è nero e senza speranza come nella straziante 22 (OVER S∞∞N) – “It might be over soon”, canta sotto a dosi massicce di vocoder – allora non stupisce che sulla Funkhaus di Berlino aleggi una malinconia un po’ ansiogena. Sarà per questo che l’unico gadget – oltre all’onnipresente borsetta nera, vero stemma del nostro esercito – sia una maschera di cartone argentata raffigurante un grosso smile. Dietro quella maschera ci siamo nascosti in occasione dell’unica foto di gruppo – ai nastri di partenza della due giorni – tutti in posa sotto un’enorme scritta “PEOPLE” sul muro della sala principale. E dietro quella maschera c’eravamo noi, alla prova con le nostre nuove e antichissime emozioni. Le stesse di cui il festival dichiarava, attraverso un comunicato contenuto nella fanzine, di prendersi cura: “Ascolterete musica che conoscete. Musica che amate. Suoni che vi metteranno alla prova e che forse vi potranno anche fare male. Noi ci prendiamo questa responsabilità”.

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