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Leonard Cohen, il poeta dell’oscurità (parte II) | parte I

La seconda parte dell'omaggio con cui Rolling Stone ricorda una delle figure più importanti della storia della musica, cui il dolore non impedì di scrivere capolavori indimenticabili

…continua dalla prima parte

Columbia Records realizzò Recent Songs poco dopo. I temi solenni dell’album non fecero presa su un ampio pubblico. Così andò anche per Various Positions, nel 1984. Questa volta, Columbia non si preoccupò nemmeno di pubblicarlo in America. Anni dopo, ricevendo un Grammy Award, Cohen disse dell’industria musicale: «Devo dire che sono sempre stato profondamente toccato dalla modestia del loro interesse nel mio lavoro». Nella nostra conversazione del 1979, disse: «Quando guardo indietro ed esamino il mio lavoro, non mi stupisco che non abbia ancora fatto il grande splash. Ma non ho mai pensato: “Scriverò queste canzoni artistiche”. Tutto quello che ho scritto, l’ho scritto per tutti».

Nell’album successivo, I’m Your Man (1988), introdusse la strumentazione elettronica – a volte minacciosa, a volte scintillante – su tracce come l’inquietante Tower of Song, e l’indimenticabile traccia d’apertura, First We Take Manhattan. Era una ballabile, ma anche sinistra descrizione di collasso sociale e della vendetta di un terrorista. Durante la sua esibizione al Carnegie Hall a luglio 1988, fu come se la canzone fosse una chiamata alle armi. Incontrai Cohen nel suo hotel, appena fuori Central Park. Era un pomeriggio afoso, ma Cohen indossava un completo gessato doppiopetto. Parlammo per ore.

Parlò del presentimento che aleggiava nella sua musica – molto più irrequieta e diretta verso l’esterno, rispetto a tutto quello che aveva fatto fino a quel momento, ma anche dotata di un caustico humor nero. Parlò di uno scenario apocalittico – una peste, una bomba, il declino dei sistemi politici – che avrebbe sfinito l’umanità, anche se l’umanità non l’aveva ancora realizzato. A un certo punto, si alzò, si tolse i pantaloni e li piegò con cura sullo schienale di una sedia. Era una cosa ragionevole da fare. Era una giornata così calda, perché sciupare i pantaloni di un così bel completo? Cohen tenne addosso la giacca e la cravatta, le calze, le scarpe, i boxer a righe blu e bianche e si risedette.



Qualcuno bussò. «Chiedo scusa», mi disse. Si alzò e si rimise i pantaloni, aprì la porta e firmò per una bibita fredda che aveva ordinato per me. Mi porse il drink, si tirò giù i pantaloni e li piegò di nuovo sulla sedia. Mi rivolse un caldo sorriso. Realizzai che avevo appena avuto un esempio di qualcuno che si comporta con compostezza anche mentre contempla la fine del mondo. Molto di quello che Cohen ebbe da dire quel giorno fu portentoso, e non soltanto da un punto di vista filosofico e politico. La sua successiva collezione, The Future, del 1992 (di cui l’attrice Rebecca De Mornay, che allora era la sua fidanzata, possiede dei crediti come co-produttrice) sembrava essersi nutrita di quel senso di apprensione sociopolitica.

Le sue nuove canzoni traducevano – forse ancor più chiaramente di prima – un’angoscia profondamente radicata dentro alla sua mente, il suo cuore e la sua storia. I’m Your Man e The Future furono un altro paio di capolavori – e questa volta, finalmente, ricevettero attenzione. Le canzoni furono suonate nei club e usate nei film: la loro combinazione di toni e immagini si accordava coi tempi. Sono state le più grandi hit nella sua carriera. A 58 anni, Leonard Cohen sembrava – improbabilmente – al top del mondo. Poi se ne andò via, voltando le spalle a tutto quello che era la sua vita.

Photo by GAB Archive/Redferns)

Come si scoprì in seguito, nel 1994 Cohen andò a stare in un monastero Zen a Mount Baldy, un’ora a nord est di Los Angeles. Il posto era un ex-campo scout, a 2.000 metri sulla montagna, guidato dal suo maestro Zen di lunga data Kyozan Joshu Sasaki Roshi. Cohen studiò periodicamente con lui per 40 anni, e lo vide sempre come un amico, un saggio e una specie di padre. Durante la registrazione di Various Positions, Cohen aveva portato il maestro a una sessione a New York. «Era un periodo in cui tutte le notizie su di me erano deprimenti», disse, «Lame di rasoio e roba del genere. La mattina seguente, gli chiesi: “Cosa pensi, Roshi?”. Lui rispose: “Leonard, dovresti suonare più triste”. Tutti mi dicevano il contrario. Ma lui vide che non ero ancora andato dove potevo andare, con la mia voce, col mio viaggio. Fu il commento più profondo e al tempo stesso il più pragmatico. Lui sapeva che la mia voce poteva andare ancora più giù, che potevo immergermi nel mio materiale ancora più profondamente, coscientemente – che potevo esplorare le cose».

Poi, con la stessa naturalezza con cui aveva lasciato la sua vita, Cohen lasciò il monastero e tornò dalla sua famiglia e dai suoi amici. Nell’autunno del 2001 realizzò l’album Ten New Songs. In contrasto con i temi aspri che dominavano I’m Your Man e The Future, il nuovo disco di Cohen parlava della rassegnazione e dell’amore che arrivano dopo i fuochi della sofferenza e con l’avvento dell’età. Non dipingeva un futuro spaventoso, ma un presente tollerante. Tra le pieghe dell’album c’erano indizi dei misteri che avevano circondato Cohen negli anni ’90: perché aveva lasciato il mondo dietro di lui, proprio quando questo sembrava finalmente pronto ad accoglierlo? «Non che fossi insoddisfatto della mia carriera», mi disse un pomeriggio del 2001.

Stavamo seduti nel suo studio di registrazione, sopra il garage della sua modesta casa nel quartiere di Mid-Wilshire, a Los Angeles. «Al contrario», continuò, «pensavo: “Bene, quindi avere successo è così”. La cosa imbarazzante, e quotidiana, era che quel tipo di retrospettiva non mi dava nessun nutrimento». «Terminato il mio tour del 1993, mi trovavo in una condizione di angoscia che diventava sempre più profonda», continuò Cohen. «Il Prozac non funzionava. Il Paxil non funzionava. Lo Zoloft non funzionava. Il Wellbutrin non funzionava. In realtà, l’unico elemento comico in tutto ciò era che, prendendo il Prozac, ero arrivato a pensare di essermi liberato dei miei desideri sessuali. Non sapevo che aveva questo effetto collaterale. Credevo fosse una conquista spirituale!».

Il regime quotidiano del centro Zen era abbastanza difficile. «Pensa a un campo scout», mi raccontò Coehn. «C’erano tante piccole cabine, una stanza per la messa e una hall convertita in una sala di meditazione Zen. Solo la manutenzione di tutti questi spazi richiedeva tutto il giorno. Ti svegliavi alle 2.30 o alle 3 del mattino, dipendeva dai compiti che avevi. Io mi ritrovai a fare l’assistente personale di Roshi, e cucinavo per lui». Dopo un anno, Cohen fu ordinato monaco buddista. «Non fu una soluzione a una crisi di fede», Cohen mi spiegò. «Guardai alla cosa come a una dimostrazione di solidarietà con la comunità. Non ho mai cercato una nuova religione. Ero perfettamente soddisfatto di quella vecchia».

Spesso, la vita Zen non era abbastanza. «Un pomeriggio me ne stavo seduto nella sala di meditazione», mi raccontò, «e pensai: “Che schifo. Questa scena fa schifo”. E da lì cominciai a elencare tutti i sentimenti negativi che provavo nei confronti della madre di mio figlio. Mi ritrovai a discendere in un vortice di odio – quella troia, quello che mi ha fatto, quello con cui mi ha lasciato, come ha distrutto l’intero fottuto quadretto. Ero lì, ero nelle mie vesti, e la cosa più lontana dalla mia mente era l’avanzamento spirituale. La più lontana. Ero consumato dalla rabbia».

(Photo by Gijsbert Hanekroot/Redferns)

Eppure, proprio quel giorno, la rabbia fece strada a un momento di grazia inaspettata, una sorta di epifania. «C’era la luce del sole sul pavimento della cabina, dove stavamo aspettando di vedere Roshi», disse. «Fuori c’erano le foglie e la loro ombra si proiettava sul pavimento. Il vento si muoveva, e io scomparivo in quel movimento… Poi tutto esplose. Un cane iniziò ad abbaiare ed ero io ad abbaiare. Ogni cosa che si muoveva era me. In certi momenti benedetti, facciamo esperienza di noi stessi come la realtà che si manifesta in qualunque cosa. Non del tipo: “Sono tutt’uno con l’universo”, che è lo slogan mistico più a buon mercato», Cohen fece una pausa. «C’è quel momento», continuò, «che decide che la vita vale la pena di essere vissuta. Sì, stavo abbaiando insieme al cane, ma non c’era nessun cane in realtà».

Ma poi la paura si presentava ancora. Dopo diversi anni al campo, Cohen decise che era tempo di andarsene. Stava guidando verso l’aeroporto e, mi raccontò, «il terreno si ritirò. Non c’era più niente sotto di me. Fu orribile. Accostai con la macchina a lato della strada. Presi il mio kit da barba e presi tutte le medicine e le gettai fuori dal finestrino dicendo: “Vaffanculo. Se devo andare giù, ci voglio andare con gli occhi bene aperti”. Così andai al campo e mi feci altre settimane, che furono un vero inferno, e durante quel periodo iniziai a leggere un libro di uno scrittore indiano che si chiamava Balsekar». Ramesh Balsekar era un mentore hindu che viveva a Mumbai e aveva scritto di un concetto chiamato “non-dualismo”, sviluppato nella tradizione hindu e buddista.

Nel 1999, Cohen lasciò Mount Baldy e andò a Mumbai. Si mise a studiare un anno con Balsekar. «Il modello che alla fine riuscii a comprendere», ricorda, «suggerisce che non esiste un sé stabile. La saggezza terapeutica convenzionale incoraggia il paziente a entrare in contatto con le sue sensazioni interiori – come se ci fosse un sé interiore, un vero sé con cui entrare in contatto, quello di cui abbiamo indizi nei sogni e nelle intuizioni… Non c’è. Non esiste un vero sé che controlla la lealtà e la tirannia della tua investigazione. Non mi venne data nessuna risposta: fu la domanda a dissolversi. Come uno studente di Balsekar disse: “Credo nella causa e nell’effetto, ma non so qual è uno e qual è l’altro”».

Pian piano, la depressione si alleviò. Per gradi impercettibili, qualcosa successe, e alla fine se ne andò. «Se ne andò e non torno indietro per due anni e mezzo. È la verità. Non mi sento di dire: “Sono stato salvato”, lanciando le mie stampelle per aria. Ma è così che è andata. Da quando la depressione se n’è andata – e non so se sia una cosa temporanea – continuo ad avere lo stesso appetito per la scrittura». Ten New Songs è forse l’album più generoso e piacevole che Cohen abbia mai fatto. «The Future venne fuori dalla sofferenza», disse, «questo dalla celebrazione». Ma la sera scendeva. Mi confidò: «Tennessee Williams ha detto: “La vita è uno spettacolo scritto abbastanza bene, a eccezione del terzo atto. Il terzo atto è scritto davvero male”. Ecco, sento di essere all’inizio del terzo atto.

La fine del terzo atto, che nessuno può prevedere, potrebbe rivelarsi piuttosto spinosa. So solo che la vita vale la pena di essere vissuta».Il terzo atto di Cohen fu più vivace di quanto lui – o chiunque – potesse prevedere. Incluse anche un quarto atto. A Ten New Songs seguì Dear Heather (2004) e nel 2006 Cohen collaborò e produsse Blue Alert, di Anjani Thomas, una cantante e tastierista della band che lo seguiva nei tour. In quel periodo, i due stavano anche insieme, anche se Cohen parla di una relazione caratterizzata dall’incertezza, descrivendo se stesso e la compagna come «due persone incredibilmente solitarie… a me piaceva svegliarmi da solo, e lei amava stare per i fatti suoi». Nel 2006, Cohen pubblicò anche Book of Longing – una collezione di 167 poesie inedite e disegni, la maggior parte fatti nel monastero Zen.



Nel 2004, una nuova distruzione. Sua figlia, Lorca, ricevette la soffiata che la sua manager Kelley Lynch (“non solo la sua manager ma una cara amica, praticamente parte della famiglia”, scrisse Sylvie Simmons) lo aveva derubato. Lynch si era appropriata di più di 5 milioni di dollari dal conto in banca di Cohen, tra fondi pensione e fondi fiduciari di beneficienza. Aveva cominciato a farlo nel 1996. Cohen aveva garantito a Lynch il potere sulle sue finanze e lei lo aveva convinto a vendere molti dei suoi diritti di pubblicazione.
Cohen licenziò Lynch e cercò di venire a patti con lei. L’avvocato di Lynch insistette, scrive Simmons, nel dire che la donna “era stata dotata dell’autorità per fare quello che aveva fatto”. Cohen dovette citarla in giudizio, altrimenti sarebbe stato responsabile dei debiti. Lei iniziò ad attaccare Cohen online e a scrivere lunghissime email denigratorie a lui, alla sua famiglia, all’IRS e persino alla comunità buddista. (La causa fu infine risolta, e Lynch è stata condannata a pagare a Cohen più di 5 milioni di dollari, ndr).

Con l’aiuto dello sceriffo locale, Cohen recuperò i taccuini e la corrispondenza con Bob Dylan, Joni Mitchell e Allen Ginsberg. Nel marzo 2012, Lynch è stata arrestata per aver violato un ordine di protezione permanente che le proibiva di contattare Cohen. «Tutto questo mi fa sentire estremamente consapevole di tutto ciò che mi circonda», disse Cohen alla Corte. «Ogni volta che vedo una macchina rallentare, mi preoccupo». Lynch è stata riconosciuta colpevole di tutte le accuse e condannata a 18 mesi di prigione. Cohen non riprese mai la maggior parte del denaro che gli era stato sottratto. In sostanza, si trovò di nuovo nella posizione che aveva conosciuto nel 1966, quando aveva realizzato che Beautiful Losers non l’avrebbe sostenuto finanziariamente. E così, nell’estate del 2008, a 73 anni, Leonard Cohen intraprese un tour di concerti stupefacenti che sarebbe durato per cinque anni. Suonò canzoni da tutte le fasi della sua carriera sostenuto da una band preparatissima, suonò per oltre tre ore, e talvolta anche più a lungo, per la maggior parte delle sere; saltando davanti e dietro alle quinte. I recensori furono unanimi nel considerare quegli spettacoli tra i migliori che avessero mai visto.

«Non ho mai pensato che sarei andato in tour di nuovo», ha raccontato a Rolling Stone nel 2012, «anche se ho sempre avuto dei sogni. A volte sognavo di essere sul palco e di non ricordare le parole o gli accordi. Erano incubi, che non mi invitavano certo a perseguire l’impresa». Eppure i suoi compagni notarono quanto la sua vitalità aumentava, sera dopo sera. «C’era una certa stanchezza in me», ricordò, «ma quando la risposta è calda e tangibile, piuttosto che stancarti ti rinvigorisci». Il tour, si scoprì poi, era solo l’inizio del suo grande ritorno. Nel 2012 registrò un nuovo album, Old Ideas. Nel 2014 un altro, Popular Problems, e poi, poche settimane prima della sua morte, You Want It Darker.

Questi dischi hanno ripreso l’atmosfera di Ten New Songs e Dear Heather e l’hanno approfondita secondo sfumature elettroniche di grande ritmo e bellezza, influenzate dall’R&B. Durante l’ultimo anno della sua vita, Cohen si trasferì nel secondo piano della casa di Lorca, nella periferia di Los Angeles. Da qualche tempo stava combattendo con il cancro. Altri problemi di salute, tra cui fratture multiple della colonna vertebrale, gli impedivano di viaggiare. Ma vedeva spesso figli e nipoti. Adam è stato il produttore di You Want It Darker, trasformando la casa in uno studio improvvisato. Seduto su una sedia medica e facendo un uso terapeutico della marijuana per intorpidire il suo dolore, il padre doveva solo cantare. «Ora, alla fine della sua carriera», disse Adam a Rolling Stone settimane prima della morte del padre, «e, forse, alla fine della sua vita, è al massimo dei suoi poteri».

Se tendi la tua mano, puoi raggiungere la mia… Addio vecchia amica. Amore infinito, ci si vede lungo la strada

Nel mese di luglio, Cohen venne a sapere che Marianne Ihlen stava morendo di cancro in Norvegia. Era rimasto suo amico – come con la maggior parte delle sue ex amanti. È difficile dire se l’amore romantico fosse veramente mai riuscito a completarlo. Spesso sembrava un equivalente della ricerca di Dio o di un sollievo. «Ho avuto un forte desiderio sessuale, che ha sopraffatto tutto il resto», disse nel 2001. «Il mio appetito di intimità, non solo intimità fisica, era così intenso che ero interessato soltanto all’essenza delle cose… È stato inevitabilmente intenso, la caccia, la gratificazione. Ma non particolarmente piacevole. Era solo un appetito… E di conseguenza, ecco incomprensioni e sofferenze da entrambe le parti. Quando questo aspetto si scioglieva, emergeva l’amicizia. Tendo a non perdere mai le persone della mia vita».

Cohen scrisse alla sua amante: “Beh, Marianne, eccoci arrivati a questo momento in cui siamo davvero così vecchi e i nostri corpi sono a pezzi. Penso che ti seguirò molto presto. Ecco, io sono così vicino che, se tendi la tua mano, puoi raggiungere la mia. Tu sai che ti ho sempre amato per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non c’è bisogno di dire niente di più, perché sai già tutto. Ma ora, voglio solo augurarti un buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore infinito, ci si vede lungo la strada”. Remnick riferisce che Cohen venne a sapere da un amico di Marianne che “quando lei ha sentito che eri abbastanza vicino da raggiungerla, ha alzato la mano. Sapere che conoscevi la sua condizione le ha dato una profondissima pace”. Cohen aveva ragione: non era molto lontano.

Secondo il New York Times, stava lavorando a un nuovo libro di poesie e altri progetti musicali: arrangiamenti delle sue canzoni e una serie di brani di ispirazione R&B. E poi: “Leonard Cohen è morto durante il sonno nel mezzo della notte, il 7 novembre, a seguito di una caduta”, dichiara il manager Robert B. Kory in un comunicato. “La morte è stata improvvisa, inaspettata e pacifica”. Cohen ha ottenuto il meglio alla fine, creando una trilogia di album su mortalità, equilibrio e inquietudine. Pieni di preghiera e di pericolo, guidati da una voce sepolcrale (di proprietà «solo mia e di Johnny Cash», aveva detto una volta, ridendo) che suona come “la Verità”. Cohen ha sempre aspirato ad angeli migliori, ma ha anche ottenuto – cosa che gli diede un certo orgoglio – una valutazione onesta del suo lato meno misericordioso. Nei suoi ultimi album, non stava semplicemente proclamando preghiere, ma esprimendo un senso di penitenza, per se stesso e per tutto intorno a lui, per i cuori spezzati e per lo spirito di un mondo distrutto, lacerato.

«Questo suonerà come il luogo comune più trito del XIX secolo», mi ha detto una volta, «ma nel bel mezzo dei miei piccoli problemi personali, ho puntato verso la cosa che sapevo fare e ne ho fatto delle canzoni, e nel dar loro vita, gran parte del dolore si è dissolto. Questa è una delle cose che l’arte fa: guarisce. Un uomo che fa quelle scelte nella propria vita è spesso più bello delle sue opere. Ogni artista che rimane fedele a se stesso diventa un’opera d’arte, perché fa una delle cose più difficili da fare. Se qualcuno ha questa vocazione, e diligentemente si applica alle esigenze che via via si presentano, di sicuro perderà molto. Ma avrà creato il proprio personaggio».

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