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Le Spice Girl non erano destinate a durare

Furono il simbolo di un femminismo adorabile e leggero, in abiti goffi e poco sexy. Ma oggi non potrebbero funzionare.

La rievocazione degli anni Novanta è durata più di quanto siano durati gli anni Novanta e questo è il primo prodigio. L’altro, non inedito ma comunque impressionante, è che quella rievocazione ha funzionato parecchio meglio e di più di una tavoletta Ouija e ha riesumato e riportato in vita uno dei simboli di quel decennio – meglio: di chi in quel decennio era adolescente e scema (a vent’anni si è stupidi davvero e a quindici si è un disastro).

L’avete letto e sentito dappertutto: la reunion delle Spice Girls è finalmente realtà. Ci si provava da anni, ma a remare contro c’erano soprattutto l’insuccesso del Greatest Hits (accompagnato da due non indimenticabili inediti) del 2007 e le resistenze di Victoria Beckham (un incontestabile “chi me la fa fare? Sono stilista, gnocca, moglie di David Beckham, mi pare sufficiente”). Poi, però, i ragazzi degli anni Novanta sono diventati adulti e né loro né il mondo intorno erano preparati a un così baro scherzo del destino, quindi hanno preso a fare quello che tutti, loro compresi, hanno rimproverato ai sessantottini: gloriarsi d’aver fatto parte dell’ultimo momento di espansione, creatività, vivacità, fantasia al potere, genialità, bellezza, gaiezza, rivoluzione della storia umana.

Love my girls!!! So many kisses!!! X Exciting x #friendshipneverends #girlpower

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Solo che mentre i sessantottini lo hanno fatto (anche) per alleviare, spiegare, spiegarsi il proprio fallimento e così capire cosa di quella loro stagione potesse venire ripreso, magari riformulato, riadattato e insomma non venisse spazzato via (non ci sono riusciti: hanno prevalso il paternalismo, la sfiducia e pure la vanità), noialtri trenta-quarantenni, coerentemente alla rimozione di ogni responsabilità e protagonismo in cui siamo stati allevati, il nostro passato lo rivogliamo indietro così com’è, per puro intrattenimento, per ricordarci di quanto stavamo meglio, per dirci quanto siamo migliori di chi è venuto dopo (un’abitudine che condividiamo con qualsiasi altra generazione) e, soprattutto, per schermarci dal presente e dal futuro, così che ciò che siamo stati ci basti e ci cristallizzi.

Significativamente, le Spice Girls non hanno in programma nuovi dischi o nuovi singoli: per ora, a parte che si sono riunite, che Victoria Beckham è al verde e suo marito si è stufato di riempire i buchi di bilancio del suo brand, che Meghan Markle è una loro grande fan e potrebbe voler affidare a loro il palco del suo matrimonio con il principe Harry (“sarebbe più che azzeccato”, avrebbe commentato Geri Halliwell, per i fan Ginger Spice), non c’è niente che induca a ritenere che le Spice Girls non più Girls (capite bene che Spice Cougar sarebbe stato meno attraente) saranno qualcosa di diverso da un museo vivente. C’è poi, naturalmente, la questione del girl power, che nel 1994 (quando le Spice si formarono) era cosa un po’ diversa dall’empowerment di oggi ed è anche piuttosto complesso rintracciare nel primo un principio ispiratore del secondo, sebbene Emma Bunton (Baby Spice) non sembri averlo capito (d’altronde, non le converrebbe), tant’è che ha detto, qualche giorno fa: “Per noi ci sono molte nuove opportunità, specialmente ora che c’è bisogno di girl power nel mondo”.

Prima delle Spice, cioè prima che due maschi (Bob Herbert e suo figlio) intuissero che i tempi erano maturi per una risposta femminile alle band maschili (boy band, si diceva allora: Take That e Backstreet Boys erano i capostipiti e grazie al cielo non hanno lasciato eredi, né tracce, sebbene da anni si vociferi di una reunion dei TT – aiuto, scappiamo), il girl power era un affare punk, hardcore. “Ci mettemmo a pensare a qualcosa che avesse pochissimo a che fare con le donne e ci venne in mente il potere”, ha raccontato Kathleen Hanna, la voce delle Bikini Kill, uno dei gruppi più significativi della scena Riot Grrrl, quella che agli inizi degli anni Novanta inventò, appunto, il girl power e gli diede un preciso significato politico. Erano ragazze incazzate e rivoltose: misero in musica la reazione alla convinzione che il femminismo non solo non avesse più ragion d’essere, se non in qualche salotto universitario, ma fosse persino controproducente.

Le Spice Girls presero quel girl power, ne bandirono il senso politico e lo travestirono di leggerezza, lustrini, libertà e perline colorate e, annacquato e snaturato, lo portarono fuori dall’undergorund di Washington e sopra i palchi di tutto il mondo. Era un femminismo presentabile, adorabile e pop: praticamente l’opposto del femminismo, tant’è che non si pronunciava neanche la parola: a portarla su un palco ci vorranno molti anni, ci vorrà Beyoncé, che farà un’operazione importante, dimostrando che il pop può scortare l’emancipazione, anche politica, delle donne – eppure è stata questa operazione e non quella delle Spice a esporre il femminismo al consumismo patetico che abbiamo sotto gli occhi. Le Spice non cantarono lagne amorose e questo fu il loro più grande merito: cantarono la bellezza dell’amicizia e il suo primato, lo fecero dentro costumi imbarazzanti, kitsch, che guarnivano corpi molto poco sexy e anche un po’ goffi. Le amammo perché, col pop, fecero cose molto rock, assestarono parecchi calci in culo, furono difficili da inquadrare, sembrarono molto pericolose a moltissime mamme.

Era chiaro, ovvio e perfino giusto che non erano destinate a durare. Erano figlie di un momento, di un desiderio di rimozione, di una necessaria spaziatura: tutti movimenti che dovevano allargare non solo la libertà femminile ma pure semplificare il modo di conquistarla. Le amammo pazzamente per questo. Geri Halliwell disse, in un’intervista, che la sua più grande dote era riuscire a parlare del nulla più assoluto per ore e ore. Oggi non glielo perdonerebbe nessuno, allora alcuni storsero il naso, altri capirono che la liberazione femminile doveva passare anche dal rifiuto della militanza e dal doversi dimostrare intelligenti, impegnate, migliori, affidabili: un rifiuto che loro incarnarono e con cui ci incantarono e che, oggi, è del tutto inconciliabile con la piega vittimista e auto-celebrativa che una parte molto visibile del nuovo femminismo sembra aver preso. Se dovremo vederle adattarvisi, a questa piega, saremo molto più tristi di quanto lo fummo quando ruppero un’amicizia durata meno di moltissimi amori (e tanti saluti a “friendship never ends”).

Saremo comunque molto tristi a vederle, un po’ invecchiate, un po’ zombie, un po’ forzate, molto burattinate, travestirsi per reclamare un posto da madrine di qualcosa che nessuno s’è preso la briga di sconfiggere, limitandosi ad aspettare che la storia lo rimuovesse e di cui ora, incredibilmente, rivogliamo indietro la salma, forse per ritoccarla, forse per dimostrare che non solo non si invecchia mai, ma neanche si muore mai.

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