Lasciate che i bambini restino per i fatti loro

Prendere i giovani artisti e metterli in catena di montaggio a scrivere canzoni in cui non credono per cantanti che non saprebbero donargli vita è prendere il talento e dargli un datore di lavoro. Pure stronzo.

logo Michele Monina

“Bisognerebbe essere schiavi della propria arte e non datori di lavoro del proprio talento.” Bella frase. L’ho sentita l’altra sera per bocca di Vasco Brondi, ospite di Manuel Agnelli a Ossigeno. È una citazione di Andrea Pazienza, uno che sicuramente se n’è andato troppo presto, lasciandoci senza il suo sguardo. Parole sante, si dice in questi casi, non fosse che la santità è quanto di più distante possa venirci in mente. Intendendo con la santità, va detto, qualcosa che ha a che fare con un’idea decisamente sbagliata di perfezione umana, di adesione a un’idea di perfezione umana, di ancoramento a un’idea di perfezione umana, cioè qualcosa che poco o nulla ha a che spartire con la vertigine della creazione artistica, la ferita pulsante della creazione artistica, insomma, ci siamo capiti.

“Bisognerebbe essere schiavi della propria arte e non datori di lavoro del proprio talento,” dice Vasco Brondi, e a sentirlo cantare, pardon, parlare nelle sue canzoni verrebbe da dire che lui, suppergiù, sta facendo di questa massima una sorta di manifesto. Zero concessioni al mainstream, ostile e spigoloso, specie quando prova a inoltrarsi nel magico mondo della melodia. Una poetica, se possibile, più ostile e spigolosa della parte musicale. Insomma, arte che rende schiavi, più che talento al lavoro. Poi, però, ci viene in mente che Vasco Brondi è anche quello che ha scritto con Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, L’estate addosso, hit radiofonica che è poi diventata un film di Gabriele Muccino. E il cortocircuito prende vita, lasciando giocoforza cadaveri in terra.

Perché, ma magari questo è un pregiudizio di quelli che ti spingono poi a tirare in ballo metafore animali per descrivere con quanta più ferocia possibile l’irresolutezza di un lavoro di studio, nello specifico una zebra che si morde le palle, L’estate addosso non mi sembra proprio un brano di quelli che ti scappano mentre insegui l’ispirazione. Urgente, per intendersi. Sembra più un brano paraculo, di quelli in cui metti frasi come “Ricordi di un futuro già vissuto da qualcuno” o “le stelle se le guardi/ Non vogliono cadere”, belle eh, ma che a pensarci bene non significano un cazzo. Specchi per le allodole, o forse specchi per gli allocchi, dove gli allocchi siamo noi che le canticchiamo, queste canzoni, e finiamo per farle nostre. Ecco, Vasco Brondi, quello de Le luci della centrale elettrica, quello di Canzoni da spiaggia deturpata (altro che L’estate addosso), quello di Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero (altro che L’estate addosso), di colpo scrive con Jovanotti L’estate addosso, canzone destinata a diventare un film di Gabriele Muccino. Seguano ingiurie.

Il discorso non può ovviamente fermarsi qui. Anzi, da qui parte. È successa questa cosa, per certi versi inspiegabile. Un tempo c’erano i generi musicali, rigidamente divisi. O stavi da una parte o dall’altra, e in genere se stavi da una parte l’altra era il resto del mondo. L’underground era underground, e se flirtava col mainstream diventava un caso, qualcosa di cui discutere, su cui, se eri nell’underground, fare dibattito. Volendo anche emettere sentenze definitive, tipo epurazioni e esili. Facciamo un esempio? Facciamo un esempio. Quando Jovanotti, sempre lui, la mantide religiosa del pop italiano, ha chiamato i CSI di Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti a aprire i suoi concerti, ai tempi di Tabula Rasa Elettrificata, ormai oltre venti anni fa, da una parte ci fu un entusiasmo quasi folle, perché di colpo il punk o quel che i CSI rappresentavano per la scena aveva un riconoscimento non solo dalle classifiche di vendita, si ricordi il primo posto in Top 10, ma anche da artisti di chiara fama, dall’altra si gridò allo scandalo, perché anche se Jovanotti non era più il Jovanotti di Un Due Tre Casino restava pur sempre Jovanotti, quello di Radio Deejay.

Lo stesso, in altro contesto, quando i Subsonica andarono al Festival con Tutti i miei sbagli, poi seguiti da Afterhours, Marlene Kuntz e altri artisti di stessa provenienza. Una contaminazione che divise la scena, già divisa di suo, l’insuccesso ideologico del Tora! Tora! era stato sotto gli occhi di tutti. Poi la storia la conosciamo tutti. L’underground non si è mai del tutto integrato, pur non essendo più apocalittico, e più che altro è invecchiato male, sostituito suo malgrado dall’indie.

Indie che non ne era affatto versione più giovane, non poteva esserlo per carenza di carisma e di talento da parte dei protagonisti e anche per il fatto che nel mentre era cambiato il mondo intorno, non c’era più una scena, non c’era più un pascolo intorno a cui costruire uno steccato. L’indie è diventato a sua volta un genere, modo idiota di chiamare una non-scena. Una musica slabbrata, sciatta, piccolina, con un pubblico di riferimento abbastanza preciso, giovane, diciamo tra le superiori e i primi anni dell’università, un budget per i live piuttosto ristretto, un look di riferimento fatto di barbe e camicie a scacchi, non di flanella. Chiaro che stiamo semplificando, non è la storia della musica leggera italiana che va di scena in queste righe. L’indie si impone con una prima generazione, coi vari Dente, le stesse Luci della centrale elettrica, Brunori SAS, Mannarino, gente, in parte, confluita proprio nel progetto di Manuel Agnelli Il paese è reale, portato a Sanremo nel 2009, di supporto alla partecipazione della band milanese.

Neanche il tempo di provare a fare i conti con quella scrittura in parte irrisolta, casalinga, che di colpo arrivano altri artisti, ancora più piccolini, i vari Calcutta, I Cani, Thegiornalisti, Cosmo, Motta. Stesso iter, successo fatto più di live che nel mercato. Grande identificazione da parte del pubblico, specie quello giovane. Un nuovo miracolo italiano. Che va di pari passo con quello del rap, altra lingua in grado di parlare alle anime degli adolescenti e dei postadolescenti italiani. Nomi che presto vengono inglobati nel mercato, e a cui si susseguono altri nomi, magari non capaci di sostituirli, ma di affiancarli. Quindi ecco i Canova, i Gazzelle, i Frah Quintale, volendo anche Carl Brave X Franco 126.

E qui torniamo al discorso iniziale. “Bisognerebbe essere schiavi della propria arte e non datori di lavoro del proprio talento”. Perché succede che la discografia si accorga di questo mondo col solito colpevole ritardo. Ma se ne accorga. Addirittura prima del mondo dei media, almeno di quello mainstream, quotidiani e network radiofonico. Succede che se ne accorga e decida di fare quello che un tempo avrebbe dato vita a un clamoroso “vaffanculo collettivo”, cioè li ingaggi come ingranaggi della macchina. Come? Firmandoli come autori. Basta andarsi a fare un giro per le pagine Facebook delle Edizioni delle principali major, la Universal Publishing su tutti, per capire di cosa stiamo parlando. Quelli che un tempo avrebbero parlato di Tiziano Ferro o Zucchero oggi stan lì a citare Calcutta o Carl Brave.

Di più. Non si limitano a filmarli, li fanno lavorare con autori che con quel mondo indie nulla hanno a che fare. Li poppizzano, sempre che non siano sempre stati pop. Li fanno scrivere per artisti, Dio mio perdoni per questa parola, che con quel mondo, ma soprattutto quel pubblico nulla hanno a che fare. Da Fedez a Francesca Michielin, per dire un paio di nomi, con risultati che, Dio vede e provvede, rasentano e spesso superano in volata l’imbarazzo. Ma a lavorare sono oggi prevalentemente loro, l’esercito degli indie. Tommaso Paradiso sembra il nuovo Re Mida del pop, si veda l’ultima estate, quella giustamente incorniciata da Salmo nel singolo L’estate demmerda. Calcutta non è da meno. E via a scendere.

Tra gli altri autori, quelli di prima dell’indie, di poco prima dell’indie, gira un volantino: indiezzatevi. Tradotto, sei uno che scriveva canzoni pop per i vari interpreti sulla piazza, anche con un certo successo, bene, lascia perdere il tuo stile. Lascia perdere anche un ipotizzabile stile dell’interprete per cui devi scrivere. Imita Frah Quintale, un nome su tutti. Imitalo come se non ci fosse un domani.

Poi, succede, il mercato reagisce anche male, perché quel pubblico non è poi così allocco come la discografia crede. Quindi se ci sono migliaia, decine di migliaia di adolescenti che si riconoscono nel buco esistenziale messo in musica da Niccolò Contessa de I Cani, per dire, o da quello cantato da Calcutta. Se pensano di spararsi in testa come l’ultimo Gazzelle, o si lasciano andare a un romanticismo malinconico come i Canova, lo fanno per le voci di questi artisti, per la loro credibilità, non certo e non solo per le loro canzoni. Quel mix magico che si crea tra un cantante e una canzone. La Michielin che canta Cosmo non rende come Cosmo che canta Cosmo, prendiamone atto. Fedez e J-Ax che intonano Calcutta idem. Quel minimalismo. Quell’esistenzialismo. Quello spleen che agli orecchi di un uomo di mezza età suona sciatto e malriuscito, sarà esattamente lo spleen che un giovane ventenne starà cercando, inutile metterlo in bocca a un fuoriuscito da un talent che a oggi non ha vissuto un cazzo e che un cazzo riuscirebbe a comunicare. Prova ne è il fatto che i tour dei vari Gazzelle o Canova sono sold out, quelli della Michielin no.

“Bisognerebbe essere schiavi della propria arte e non datori di lavoro del proprio talento,” ha detto Andrea Pazienza una vita fa. Lo ha ripetuto in tv Vasco Brondi, quello de L’estate addosso. Prendere i giovani artisti e metterli in catena di montaggio a scrivere canzoni in cui non credono per cantanti che non saprebbero donargli vita è prendere il talento e dargli un datore di lavoro. Pure stronzo. Signori editori musicali, provate a non rovinare anche questo ultimo barlume di speranza. Lasciate libera l’arte di schiavizzare questi artisti, fatevi da parte e andetevene affanculo. Ora.

Leggi anche: