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La trasparenza di Kelly Lee Owens

A cominciare dalla scelta di non usare soprannomi e di chiamare il primo album "Kelly Lee Owens". Ad agosto sarà ospite di Viva! Club To Club a Locorotondo (Bari)
Foto: Stampa

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Kelly Lee Owens dice di voler essere «chiara e trasparente». Parole che riguardano la scelta di non rifugiarsi dietro a un moniker, ma che si possono estendere anche alla sua musica. Della sua prima opera, che tanto per essere ancora più chiari si chiama Kelly Lee Owens, l’ex bassista degli The History of Apple Pie parla come se fosse un figlio, tanto che non c’è molto spazio per il suo passato indie rock. «Non credo tornerò in una band nel senso di chitarre e basso, ma forse farò di nuovo qualcosa con strumenti “veri”» dice Miss Owens. Ha lavorato in mille ambiti della musica, ma solo ora che il suo nome è stampato su CD e manifesti probabilmente può dirsi fiera di ciò che fa.

«Sono io ad aver fatto tutto, per cui non ho bisogno di nascondermi dietro a nulla» racconta la 28enne gallese, riconoscendosi anche qualche limite. A volte, la paura di non avere più uno pseudonimo o una band a fare da scudo contro le critiche può intimorirti fino a far marcire le buone idee. Kelly voleva che il suo primo album non solo fosse speciale, ma che «non potesse essere definito con una sola parola.» Ed è così.

Kelly Lee Owens non è solo techno, né tantomeno solo pop. Avant pop, se proprio vogliamo una definizione facile—e i ragazzi di Club To Club per questo l’hanno piazzata nel programma di Viva! In Puglia ad agosto—, comunque niente che possa essere catalogato con semplicità. Esattamente l’opposto di ciò Kelly doveva fare tutti i giorni da Rough Trade. Kelly ci ha lavorato per un po’.

Smistava dischi, li etichettava, gestiva i soliti stronzi che li vogliono ascoltare e poi nemmeno li comprano e, ogni tanto, vedeva bestie rare varcare l’ingresso del negozio di Brick Lane. Una su tutte Björk, che un pomeriggio è entrata e ha chiesto a Kelly di mostrarle la sezione “Techno”. L’episodio deve esserle rimasto particolarmente a cuore, perché dopo anni lo ricorda ancora come fosse ieri. «Ammiro di Björk l’essere una patita di musica. È sempre alla ricerca di nuovi dischi, cosa che apprezzo molto.»

E guarda caso c’è moltissimo di Biophilia o Homogenic in Kelly Lee Owens. Voci sussurrate immerse in mari di riverberi ma che spesso trovano corpi solidi e percussioni sintetizzate a sostenere il tutto. E proprio come a Björk piace fare, Kelly si è circondata di produttori elettronici di prima scelta. Come il Daniel Avery che conosce dai tempi di Rough Trade e che non ha mai smesso di frequentare nonostante il «breve ma intenso» periodo di stage alla XL Recordings che è venuto dopo. «Ci troviamo molto bene io e Daniel» scherza Kelly, «Condividiamo molte passioni. Principalmente pizza e synth analogici.»

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