La techno è ancora politica

Un album celebra il rave in cui migliaia di persone ballarono davanti al Parlamento georgiano per protestare contro la chiusura del Bassiani, una testimonianza di come la club culture possa ancora diventare una voce di protesta nonostante gli schiuma party.

«Ho sempre pensato ai miei brani e alla techno come una musica ‘politica’, una musica con cui esprimere la rabbia e l’insoddisfazione che provavo contro le istituzioni che guidavano l’America», raccontava l’alfiere di Detroit Derrick May durante una delle sue interviste passate, «tuttavia credo che quel sentimento che ci guidava oggi non esista più, che quel significato che io leggevo nella techno ora sia scomparso». E come dargli torto? Che racconti della crisi economica e razziale che attraversava la Motorcity durante il governo Reagan, di qualche prefabbricato abbandonato preso in prestito dalla scena LGBTQ di Chicago o nella Manchester operaia sotto l’egemonia Thatcher, o ancora, degli edifici fantasma di Berlino, dove il frastuono del kickdrum poteva in qualche modo spazzare via le macerie del Muro, esiste un filo che connette techno e house con la scenografia politica che ne ha osservato la genesi, il più delle volte con il coltello fra i denti.

Connessione necessaria o marginale che fosse, il nucleo politico che agitava i bassi della techno nei suoi primi giorni è ormai un ricordo sbiadito: di quella Detroit rimane poco o nulla, lo stesso vale per Manchester, mentre a Chicago dedicano una strada al ‘santificato’ Frankie Knuckles e a Berlino alzano nuove barriere contro le orde di turisti lisergici in fila al Berghain. Gli schiuma party di Ibiza con i suoi privée e i dj superstar hanno fatto il resto, ‘mercificando’ una scena club diventata cartolina e obbligando a epocali door selection il resto, nell’illusione che lo spirito originale possa in qualche modo sopravvivere nei muscoli dei buttafuori.

Bastava guardare un po’ più a est, oltre Kreuzberg e Friedrichshain, oltre i sussidi statali e gli aiuti statunitensi, per allargare la mappa del clubbing a chi ci ha messo più tempo ad assorbire i lividi per la caduta del Muro e dell’Unione Sovietica. Le rifiorite Praga e Budapest o Berlgrado, nuova destinazione dei clubber radicali, dove la scena dei rave illegali ha accompagnato l’europeizzazione della città durante le ombre di Milosevic e dei bombardamenti NATO nei primi 2000. Un sentiero a 120 bpm che porta fino al Bassiani di Tiblisi, nel cuore della Georgia più tradizionalista.

In un paese dove la sfera d’influenza della chiesa ortodossa è impossibile da scalfire, dove l’omofobia è pane quotidiano e le politiche ultra-proibizioniste possono costare l’ergastolo anche solo per un milligrammo di una qualsiasi sostanza, incluse le droghe leggere, il Bassiani rappresentava il faro della Georgia liberale. Un club affiliato al movimento anti-proibizionista White Noise, con i suoi immensi saloni eletti a rifugio dalla comunità gay georgiana fin dalla fondazione nel 2014. Il Bassiani era un caso politico solamente per il fatto di esistere.

“Bassiani/Horoom è un movimento collettivo in prima linea nei cambiamenti sociali e parla ad alta voce per quanto riguarda la disuguaglianza nel paese, l’alto livello di ingiustizia e discriminazione. A causa dei suoi valori, il club è stato preso di mira dai movimenti di destra, che in cambio hanno lanciato una campagna di discredito contro il club” si leggeva sui social del locale in un post che raccontava gli anni passati in cima alla lista nera della politica, qualche giorno prima della chiusura imposta dal governo georgiano dopo il raid delle forze speciali nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 maggio scorso. Cinque giovani morti per droga, tutti fumosamente collegati al locale dalle autorità e in seguito rivelatisi un pretesto per colpire il Bassiani alla gola. Sessanta arresti in una notte e i pestaggi delle forze dell’ordine portarono alla chiusura dei battenti fino a data da destinarsi cui seguì una mastodontica protesta pacifica con migliaia di persone a ballare davanti al Parlamento georgiano.

Le immagini della manifestazione rimbalzarono in tutto del mondo, supportate dalle voci di alcuni fra i pesi massimi dell’elettronica mondiale – da Ben Klock fino DJ Nobu passando per Marcel Dettmann, Ellen Allien, Nina Kraviz, Marcel Fengler o Dixon per citarne alcuni, tutti uniti dallo slogan “We dance together. We fight together”. L’attenzione della stampa internazionale portò, quattro giorni dopo, alle scuse ufficiali da parte del ministro degli Interni georgiano che, in una nota ultra paracula, suggeriva ai manifestanti di chiedere a loro volta scusa agli agenti di polizia entrati nel club a ritmo di manganello, aggiungendo come il governo avrebbe preso in considerazione una revisione sulle politiche proibizioniste. Insomma, il suono della techno era tornato, a suo modo, a fare la storia politica di un paese.

Una storia conclusasi con un lieto fine, perché dopo infiniti rimandi burocratici, il Bassiani ha riaperto, ritornando ad essere uno dei club di punta nella scena europea. Per celebrare la riapertura e i giorni della protesta davanti al Parlamento, a dicembre uscirà As We Were Saying, il primo album prodotto dallo stesso Bassiani con 11 cavalcate di pura techno prodotte dal dj maratoneta Héctor Oaks, veterano di Berlino e da qualche anno resident nel club di stanza al Dinamo Stadium di Tiblisi. Una celebrazione, dicevamo, che allo stesso tempo diventa testimonianza di come la musica possa ancora parlare alla politica, di come quel significato originale della club culture possa risorgere dalle ceneri degli schiuma party per tornare a essere una voce di protesta, sparata a 100 decibel.

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