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La storia di Mark Chapman, l’assassino di John Lennon

Ogni due anni, dal 2000 a oggi, viene negata la libertà vigilata all'uomo che ha ucciso "la più grande rockstar del mondo". Chi è e perché quel giorno di inizio dicembre ha premuto il grilletto

La foto segnaletica di Mark David Chapman, il killer di John Lennon

La foto segnaletica di Mark David Chapman, il killer di John Lennon

Ogni due anni, Yoko Ono spedisce la stessa identica lettera. Il destinatario è la New York State Division of Parole. Il contenuto, un appello: non liberate l’assassino di mio marito. E ogni due anni, dal 2000 a oggi, la Division of Parole nega la libertà condizionale a Mark David Chapman. L’ultima volta, lo scorso 30 agosto, con questa motivazione: “Il suo rilascio andrebbe a sminuire la gravità del crimine compiuto e scoraggerebbe il rispetto delle leggi.” 

A trentasei anni dal suo arresto, la figura di Chapman ancora riesce a dividere l’opinione pubblica: da un lato c’è chi lo considera un fan svitato che ha portato lo stalking alle estreme conseguenze, dall’altra chi si sforza di dipingerlo come uno dei tanti criminali che, lungo la strada della redenzione, hanno scoperto il balsamo infallibile della religione. In realtà, basta grattare un poco la superficie per scoprire una storia più complessa. Tanto per cominciare: la religione è sempre stata un’ossessione per Chapman, e John Lennon non era l’unico bersaglio della sua lista. Era semplicemente il più noto, e il più “facile” da raggiungere.

Mark David Chapman nasce nel 1955 a Fort Worth, in Texas. Il padre è un sergente della Air Force, la madre è un’infermiera, e nella quotidianità si scambiano più insulti che parole. L’adolescenza di Mark si divide tra casa e scuola. A casa passa lunghe ore chiuso in camera, una sorta di mondo nascondiglio dai litigi familiari, in cui si immagina sovrano di un popolo di piccole creature che abitano nelle pareti della sua stanza. A scuola, invece, viene regolarmente bullizzato, perciò spesso nemmeno si presenta in classe. Nel tempo libera sperimenta le prime droghe e strimpella sulla chitarra le canzoni dei Beatles, per i quali nutre una vera e propria adorazione.

Il copione è arcinoto: padre violento, adolescenza tormentata, emarginazione scolastica, nevrosi latenti etc. Alla soglia degli anni ’70, però, le cose cominciano a cambiare. Mark ha sedici anni e si è appena convertito al presbiterianesimo, i Beatles si sono sciolti e John Lennon, agli occhi del giovane, inizia a trasformarsi da idolo indiscutibile a pericoloso blasfemo (più avanti, Chapman rivelerà di non aver mai perdonato a Lennon di aver sostenuto che i Beatles fossero ormai “più popolari di Gesù”). Nell’estate del 1971 Chapman trova lavoro come istruttore nel campo estivo della YMCA e scopre di essere bravo a lavorare con i bambini, ci si dedica con impegno e viene puntualmente ricoperto di elogi da colleghi e superiori.

È in questo periodo che conosce la sua prima ragazza, Jessica Blakenfield, Finito il liceo, i due decidono di iscriversi insieme al Covenant, un college evangelico presbiteriano in Georgia, ma nel giro di poco Mark la tradisce e il senso di colpa lo trascina nella prima di una lunga serie di spirali ossessive. La storia tra i due finisce, e Chapman comincia a pensare seriamente al suicidio. Dopo aver lasciato una serie di lavori insoddisfacenti, nel 1977 attacca un tubo di gomma alla marmitta della sua auto e tenta l’avvelenamento da monossido di carbonio, il tubo però si scioglie e il tentato suicidio fallisce (Qualcuno, anni dopo, osserverà cinicamente che se Chapman avesse comprato un tubo decente, oggi Lennon ancora scriverebbe canzoni).
In seguito a questo episodio gli viene diagnosticata una depressione clinica e, dopo un breve periodo di ricovero psichiatrico, torna a vivere alle Hawaii con la madre, dove si procura un lavoro come guardia giurata.
Il comportamento di Chapman tra il 1977 e il 1980 è preoccupante, ma non abbastanza da indurre le persone che gli stanno accanto a intervenire. Le sue scelte di vita sembrano un prodotto diretto delle sue ossessioni: dopo aver letto Il giro del mondo in 80 giorni parte per un viaggio di sei settimane in cui visita Giappone, India, Inghilterra, Francia, e in cui conosce quella che, nel giugno del 1979, diventerà sua moglie. Ma i suoi veri chiodi fissi sono Il Giovane Holden di J. D. Salinger e, naturalmente, i Beatles.

Quando nell’autunno del 1980, Mark comincia a pianificare l’assassinio, è ormai fuori controllo. Da tempo beve in maniera smodata, ha lasciato il suo lavoro di guardia giurata firmandosi come “John Lennon”, e a sua moglie Gloria capita di essere svegliata nel mezzo della notte da stornelli inquietanti tipo:

The phony must die, says the Catcher in the Rye.
The phony must die, says the Catcher in the Rye.
The Catcher in the Rye is coming for you.
Don’t believe in John Lennon.
Imagine John Lennon is dead, oh yeah, yeah, yeah.”

“L’ipocrita deve morire, dice il Giovane Holden.
L’ipocrita deve morire, dice il Giovane Holden.
Il Giovane Holden sta venendo a prenderti.
Non credere a John Lennon.
Immagina che John Lenon sia morto, oh yeah, yeah, yeah.

Nella sua follia ossessiva, Chapman è convinto di essere l’equivalente moderno (e idrofobo) di Holden Caulfield, un ragazzo animato da un’urgenza purificatrice pronto a dichiarare guerra a tutti gli ipocriti, soprattutto chi osa cantare di un mondo senza proprietà privata, quando in realtà “possiede uno yacht, delle case e milioni di dollari ottenuti vendendo dischi ai fan che credono alle sue bugie”. Chapman ha fatto una lista, in cui figurano altri supposti “ipocriti” come Marlon Brando, Elizabeth TaylorJimmy Carson e Jacqueline Onassis. Ma alla fine la scelta ricade su John Lennon, l’uomo che ha rinnegato Gesù, l’uomo che ha rinnegato i Beatles.

Nell’ottobre del 1980, un ragazzo di venticinque anni con la fedina penale pulita si trasferisce a New York con l’intento di uccidere la rockstar più famosa del mondo. Passeranno due mesi prima che il suo piano sia pronto; nel frattempo, Mark sembra tormentato dal dubbio. Ha raccontato alla moglie di aver comprato una pistola e di volere uccidere Lennon, lei ha cercato di dissuaderlo e l’ha convinto a vedere uno psicologo. Purtroppo, però, Chapman non raggiungerà mai il lettino dello psicologo.

Il 7 dicembre del 1980, il cantautore James Taylor è alla fermata della 72esima quando viene avvicinato da un ragazzo sudato e visibilmente alterato, che attacca a sproloquiare su Lennon e su alcuni grammi di cocaina che per qualche ragione avrebbe regalato a un tassista. La mattina del giorno seguente, Chapman è davanti all’ingresso del Dakota building. Passa tutta la giornata a presidiare l’ingresso, parla coi fan, a un certo punto riesce a intercettare la governante e il piccolo Sean Lennon e gli stringe la mano. Quando alle cinque John e Yoko escono per una sessione di registrazioni, arriva addirittura a farsi fare un autografo dalla sua futura vittima.

Nelle ore successive Chapman rimane a macerare nel dubbio: una parte di lui adora Lennon, l’altra lo odia. Quando la coppia ritorna a casa, alle 22.50 di quella sera, le voci nella sua testa hanno raggiunto un verdetto: Lennon deve morire. Chapman aspetta che John e Yoko imbocchino l’ingresso del Dakota Building, estrae la sua 38 millimetri ed esplode cinque colpi. Pochi minuti dopo, mentre aspetta che lo vengano ad arrestare, apre una copia del Giovane Holden e comincia a sfogliarla.

Nei mesi successivi, gli psichiatri fanno a gara a certificare l’infermità mentale del ragazzo, qualcuno sostiene che è un maniaco depressivo, altri che soffre di schizofrenia paranoide e di disturbi della personalità. Sarà lo stesso Chapman, alla fine, a dichiararsi colpevole. È una scelta inattesa e i cospirazionisti ci vanno a nozze. Comincia a girare la voce che Chapman non sia altro che un fantoccio a cui la CIA e l’FBI hanno fatto il lavaggio del cervello. Ma la teoria più strampalata vuole che a premere il grilletto davanti al Dakota building sia stato Stephen King.
Oggi Mark Chapman ha cinquantacinque anni, e almeno altri due li dovrà passare dietro le sbarre dell’istituto penitenziario di Wende, ad Alden, NY, dove riceve periodicamente visite dalla moglie Gloria. Dagli anni ’90 lavora come volontario nella prigione e si rifiuta di rilasciare interviste, nel tentativo di convincere la commissione per la libertà vigilata di non essere più il mitomane in cerca di visibilità che 36 anni fa ha cambiato la storia della musica.

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