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La rinascita dei Kings Of Leon sul palco di Milano

Dopo il rehab di Caleb e il successo quasi inaspettato di ‘Only By The Night’ c'è chi dava i Followill per finiti ma loro sono tornati con un album sorprendente che dal vivo suona ancora meglio, e il concerto di ieri ne è la prova
I Kings Of Leon in concerto sul palco dell'Ippodromo di San Siro a Milano.

I Kings Of Leon in concerto sul palco dell'Ippodromo di San Siro a Milano.

Il rock’n’roll è una forma di resilienza. Specialmente in America, in una cultura con mille contraddizioni ma che tra le cose buone non considera mai il fallimento come soluzione definitiva, al massimo come opportunità. La storia dei Kings of Leon, band-famiglia americana per eccellenza di questa generazione, tre fratelli e un cugino Followill nati a Nashville e cresciuti in giro per gli stati del Sud insieme ad un padre predicatore pentecostale che se li portava dietro su una Oldmsmobile viola, è un esempio perfetto.

Li abbiamo visti a Milano, dove sono tornati (insieme a Editors e Jimmy Eat World) dopo sette anni per il tour di Walls, il loro settimo album, probabilmente il migliore e certamente il più maturo e della loro carriera. Salgono sul palco al tramonto, con la musica che si disperde ma un’atmosfera magica, partono con Over da Walls, poi The Bucket e Mary e mentre scende il buio e il suono migliora li vedi scivolare dentro le canzoni, come se si volessero immergere nella tradizione e nell’autenticità della musica del Sud che hanno imparato a suonare prima di imparare a parlare, ma di cui in passato si sono dimenticati, o forse sono stati strappati via.

Caleb Followill 

 

Nel 2011 la storia dei Kings of Leon sembrava finita. Dodici milioni di copie vendute, tre Grammy e un tour permanente lasciano il segno: Caleb Followill in rehab, litigi sul palco, tour annullati, biglietti rimborsati, le altre band che chissà perché non li sopportano, qualche pezzo obiettivamente imbarazzante come Sex on Fire, il successo del 2008 con Only by the Night che come ha detto una volta Caleb “Ci ha paralizzato”. Con Walls, registrato in California con il produttore degli Arcade Fire, i Kings of Leon hanno ritrovato nella musica un rifugio, e hanno piazzato uno dei dischi migliori del 2016. Un ritorno perfetto, anche perché oggi qualunque band, dalle superstar agli emergenti, non può più permettersi di sbagliare.

Il palco è tornato ad essere il centro della musica, i concerti sono eventi sempre più importanti (e costosi per il pubblico) e nessuno ti permette più di fare un concerto mediocre o di andartene dal palco a metà perché sei strafatto. I Kings of Leon sembrano pienamente consapevoli e dimostrano grande rispetto per la propria musica mentre attraversano la scaletta restituendo la bellezza impeccabile della loro canzoni. È questa intensità a trascinare dentro il pubblico e a restituire alla band l’energia di cui ha bisogno, esattamente la dinamica che si scatena quando un concerti rock funziona. Suonano compatti, concentrati, guidati dalla splendida voce senza tempo di Caleb Followill, che si scusa per non essere in forma anche se non c’è assolutamente bisogno, suonano chicche come Knocked Up e Pyro, emozionano con le canzoni di livello superiore dell’ultimo album, dall’atmosfera di Walls alla purezza di Reverend, chiudono con Radioactive, Sex on Fire e Waste a Moment.

 

È bello vedere una band rinascere sul palco. I Kings of Leon hanno vissuto la loro epica rock’n’roll perché erano dei predestinati. La loro storia da film e l’estetica impeccabile della band-famiglia non poteva che scaraventarli nel sistema musicale degli anni duemila, in cui ogni goccia di talento viene moltiplicata all’infinito, ma rischia di dissolversi in un enorme gioco di specchi ed esposizione mediatica.

Caleb Followil ha solo 35 anni ma ha già lo sguardo e l’atteggiamento da sopravvissuto. Ha capito il valore di resilienza del rock’n’roll, e oggi quando sale sul palco lo fa per guidare i suoi fratelli e suo cugino nell’unico luogo che gli appartiene davvero, e in cui non possono sbagliare: la musica.

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