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La nuova direzione di Harry Styles (parte II)

Due anni dopo l’abbandono degli One D, la star ci mostra il suo lato segreto. Perché, oltre alla carriera musicale, oggi ha un’altra sfida: il cinema
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Harry Styles è nato il primo febbraio 1994. Nel 2010 ha esordito con gli One Direction. Foto: Theo Wenner

Harry Edward Styles è nato nel Worcestershire, Inghilterra. La famiglia si è trasferita nel Cheshire, un posto tranquillo a Nord dell’Inghilterra, quando lui era piccolo. Sua sorella maggiore, Gemma, era quella studiosa. («Era sempre più intelligente di me, e io ero invidioso»). Suo padre, Desmond, lavorava nella finanza. Era un fan dei Rolling Stones, dei Fleetwood Mac, dei Queen e dei Pink Floyd. Il piccolo Harry sgambettava a ritmo di The Dark Side of the Moon. «Non potevo capirlo», dice, «ma pensavo: è veramente fico. Mia madre metteva sempre Shania Twain, i Savage Garden e Norah Jones. Ho avuto una bellissima infanzia, lo ammetto». Poi la perfezione ha cominciato a incrinarsi. All’età di sette anni, gli è stato detto che Des doveva trasferirsi. «Non ricordo i particolari», dice con lo sguardo fisso. «A essere onesti, quando sei così piccolo non afferri… Fino ad adesso, non ho mai capito fino in fondo. Cioè, avevo sette anni. L’amore e il sostegno da parte dei miei non è mai cambiato». I suoi occhi si fanno un po’ lucidi, ma al contrario del ragazzo che scoppia a piangere per una critica su Internet – uno dei momenti più potenti nel documentario sugli One D, A Year in the Making – Styles stasera tiene a freno i sentimenti. È ancora vicino a suo padre e ha fatto da testimone per sua madre quando si è risposata, qualche anno fa. «Da quando ho dieci anni», riflette, «ho sempre cercato di proteggere mia madre a tutti i costi. Lei è molto forte. Ha un cuore enorme. Appena ho un po’ di tempo, vado sempre a trovarla».

Nella prima adolescenza, Styles faceva il cantante nei White Eskimo, una band – fondamentalmente di cover – formata coi compagni di scuola. «Abbiamo scritto un paio di pezzi», ricorda. «Uno si chiamava Gone in a Week. Parlava di bagagli: “Me ne andrò fra un paio di settimane / Non mi servono né giacche né scarpe / Il mio unico bagaglio sei tu“. Una ficata». È stata sua madre a consigliargli di partecipare all’X Factor inglese. Styles ha cantato Isn’t She Lovely di Stevie Wonder. La reazione spietata di uno dei giudici, Louis Walsh, è diventata storica. A riguardare il video oggi, si vede un Harry, giovane e allegro, pronto a essere impallinato. «In quel momento sei dentro a un vortice: non capisci cosa sta succedendo, sei solo un ragazzino in mezzo a un grande show», dice. Harry non è andato avanti nella competizione, ma Simon Cowell, il creatore dello show, si era accorto che il ragazzo aveva il favore del pubblico. Così l’ha messo insieme ad altri quattro ragazzi eliminati dalla categoria solista e ha creato gli One Direction: un matrimonio riparatore che ha subito funzionato alla grande. Potreste domandarvi come abbia fatto un ragazzino a mantenere la testa sulle spalle dovendo affrontare tutto ciò che è arrivato dopo. «Grazie alla famiglia», dice Ben Winston. «Harry preferisce la noia all’eccitamento. Ho più probabilità io di finire la settimana prossima su Marte, che Harry di sviluppare qualche dipendenza».


Ci troviamo a Television City, Hollywood. Winston, 35 anni, produttore esecutivo di The Late Late Show With James Corden, si allontana dalla scrivania e si accomoda sul divano per parlare col suo amico. La loro amicizia si è forgiata con i primi successi degli One D, quando la band ha debuttato a X Factor. Winston ha chiesto un incontro con i ragazzi e si sono subito presi. È diventato un mentore per Styles, per quanto la loro amicizia sia stata immediatamente messa alla prova. Styles aveva da poco lasciato il Cheshire, per trasferirsi vicino a Winston, a Hampstead Heath. La nuova casa aveva bisogno di due settimane di lavori. Styles aveva chiesto se poteva appoggiarsi per un po’ da lui e da sua moglie Meredith. «Mia moglie ha accettato», dice Winston, «ma per non più di due settimane». Styles ha parcheggiato il suo materasso nella mansarda dei Winston. «Due settimane dopo non aveva ancora comprato casa. Non era andata in porto. Così mi ha detto: “Resto fino a Natale, se non vi dispiace”. Poi è arrivato Natale e…».

Per i successivi venti mesi, una delle star più desiderate al mondo ha dormito su un materasso in mansarda. Così, mentre i fan si assiepavano di fronte alla casa disabitata di Harry, lui viveva in incognito presso una coppia dodici anni più grande di lui. Lo stile di vita da ebrei ortodossi dei Winston ha aiutato Styles a mantenersi sano. «È stato durante quei venti mesi che gli One D sono passati da X Factor a diventare i musicisti più venduti al mondo», ricorda Winston. «Non si è accorto nessuno che viveva da noi. Anche quando andavamo fuori a mangiare, il quartiere era così familiare e tranquillo, che nessuno avrebbe mai immaginato si trattasse di lui». Styles compare baldanzoso nell’ufficio del Late Late. È un habitué, qui.

Winston continua con gli aneddoti della mansarda. «Con Meri volevamo vedere le ragazze che si portava a casa. Ci divertiva perché noi eravamo a letto tipo coppia anziana, con la crema sulla faccia e il pigiama, e sentivamo suonare alla porta. La scala era proprio fuori dalla nostra camera, quindi aspettavamo di vedere se Harry fosse solo o accompagnato». «Ero solo», commenta Styles, «ero terrorizzato da Meri».


«Non era sempre da solo», interviene Winston. «Ma era eccitante vedere la parata di celebrità che salivano in mansarda. Oppure veniva da noi a chiacchierare. Non parlavamo mai di affari. Si comportava come se non fosse appena tornato da tre concerti di fila da 80mila persone a Rio de Janeiro».

La mia prima vera ragazza aveva una risata particolare. Era anche una tipa un po’ misteriosa, perché non frequentava la nostra scuola. La veneravo, e lei lo sapeva

«Andiamo al mare», dice Styles, immettendo la Land Rover sulla Pacific Coast Highway immersa nella nebbia. Ieri è stato il suo compleanno: tequila, amici, karaoke e un sorpresone da parte di Adele. Ora ha ufficialmente ventitré anni. «Il mio hangover è nei limiti», commenta.

Styles trova posto in un ristorante di sushi sulla costa. Il tema di oggi sono le relazioni. Mi confessa che si sente ancora un novellino al riguardo, per quanto abbia vissuto una manciata di storie d’amore. Ci sono immagini e momenti rubati che affiorano dalle canzoni: “Ho visto che gli hai dato la mia vecchia T-shirt / Oltre a tutto ciò che un tempo era mio…“. Si ha la sensazione che quel taccuino nero sia pieno di questa roba.

«La mia prima vera ragazza», ricorda, «aveva una risata particolare. Era anche una tipa un po’ misteriosa, perché non frequentava la nostra scuola. La veneravo, e lei lo sapeva. Avevo 15 anni. Viveva a un’ora e mezza di treno, io lavoravo in una panetteria. Staccavo il sabato alle 16.30, c’era un treno alle 16.42, se lo perdevo dovevo aspettare altre due ore. Quindi finivo e correvo in stazione. Spendevo il 70 per cento dei miei guadagni in biglietti ferroviari. Ha continuato a tornarmi in mente il suo profumo. Piccole cose. Lo sentivo dappertutto, quel profumo. Magari ero in ascensore o in sala d’attesa, e chiedevo: “Alien, giusto?”. A volte le ragazze di meravigliavano, a volte si stranivano: “Smettila di annusarmi!”».

Se Styles non si è ancora abituato all’attenzione planetaria da parte dei social media, di sicuro è stato messo alla prova nel 2012, quando ha incontrato Taylor Swift durante un premio televisivo. Il loro secondo appuntamento, una passeggiata a Central Park, è stata intercettata dai paparazzi. All’improvviso la coppia era sui notiziari di tutto il mondo. Si sono lasciati il mese dopo, a quanto pare dopo una turbolenta acanza ai Caraibi. La storia si era conclusa con almeno uno dei due cuori spezzati. Harry è famoso per eludere le domande sulle relazioni sentimentali. «Prima devo andare a pisciare. E potrei metterci parecchio». Si alza per andare al bagno: «A dire il vero potresti scrivere: “Se ne andò a pisciare, e non tornò mai più”». Torna dopo un paio di minuti. «Pensavo di lasciarti a rosolare ancora per un po’», ride. Butta giù un sorso di succo verde. Si è stupito – racconta – quando le foto di Central Park hanno fatto il giro del mondo. «Le relazioni sono difficili, a ogni età. Ma quando hai 18 anni e stai cercando di capire come funziona, è ancora più tosta. Esci con una che ti piace, dovrebbe essere una cosa semplice no? Di sicuro ho imparato una lezione. Ma di base desideravo solo un normale appuntamento romantico».

Sa benissimo che almeno due pezzi di Swift – Out of the Woods e Style – riguardano la loro storia. «Non lo so se parlano di me…», si schermisce. «Ma il punto è un altro: lei è bravissima e i pezzi hanno avuto un cazzo di successo». Sorride. «Io scrivo partendo dalle mie esperienze. Lo fanno tutti. Sono felice se quello che abbiamo vissuto l’ha aiutata a comporre quelle canzoni. Più una cosa ti segna, più è difficile da confessare». (I fan si domandano se Perfect, una canzone co-scritta da Styles per gli One D, parli di Swift). Gli domando se le abbia mai rivelato che i due pezzi gli piacevano. «Sì e no», ammette dopo una lunga pausa. «Non aveva bisogno che glielo dicessi io. Sono pezzi strepitosi… Il miglior dialogo inespresso della storia».


Comincia a parlare di una relazione più recente, forse ormai finita, ma che ha avuto un peso negli ultimi anni. (Styles è stato spesso visto con Kendall Jenner, ma non conferma si tratti di lei). «Rappresenta una parte enorme dell’album», dice Styles. «A volte speri soltanto che si capisca, quando una cosa è per qualcuno». Alla fine di febbraio 2016, Styles ha ottenuto una parte succulenta nel nuovo film di Christopher Nolan, Dunkirk, un colossal sulla Seconda Guerra Mondiale. In Nolan, Styles ha trovato un regista interessato come lui al mistero. «Il film è davvero ambizioso», dice. «Abbiamo fatto delle robe assurde. Ed è stata tosta, intendo anche fisicamente. Ma mi piace recitare. Mi piace impersonare qualcun altro. Andavo a letto, dormivo benissimo e il giorno dopo riprendevo ad annegare». Tornato a Los Angeles, Styles è stato folgorato da un’idea: “Parti immediatamente!”. Ha chiamato il suo manager, Jeffrey Azoff, e gli ha spiegato che voleva finire l’album lontano da Londra o da Los Angeles, trovare un posto dove la band potesse concentrarsi per bene. Quattro giorni dopo le riprese del film, sono partiti per Port Antonio, nella remota costa settentrionale della Giamaica. A Geejam, Styles e la sua band hanno vissuto insieme, trasformando lo studio-compound nella versione caraibica della Big Pink. Si sono sistemati in una villa a due piani, piena di strumenti, andavano a bere in una specie di casetta sull’albero chiamata Bush Bar e avevano accesso a un meraviglioso studio di registrazione. Molte mattinate iniziavano con una nuotata in una vicina baia deserta. La vita in Giamaica era 10 per cento feste sulla spiaggia, e 90 per cento musica. Un perfetto rito di passaggio per un musicista che voleva lasciare esplodere il passato e lanciarsi nel futuro. Sono emersi sentimenti che non erano mai venuti fuori nelle sessioni di gruppo con gli One D. «Stavamo tutto il tempo in tour», dice Harry. «Scrivevo perlopiù in viaggio». Ci sono delle canzoni che ama molto di quel periodo, come Olivia e Stockholm Syndrome, insieme alla precedente Happily.

«Ma trovavo davvero difficile scavare a fondo, per arrivare a definirmi un songwriter». Si è reso contro che i pezzi migliori erano quelli che mostravano più vulnerabilità. «Ciò che colpisce di più è l’amore, che sia romantico, platonico, che vada a finire bene o male. Non credo che la gente sia interessata a sentire le mie avventure nei bar, o quanto sia tutto fichissimo. Dai miei artisti preferiti non mi aspetto che parlino delle robe fantastiche che gli capitano, voglio che mi dicano: “Come ti sei sentito quando eri solo in quella stanza di hotel? Perché hai scelto tu di essere solo?”».


Per rilassarsi in Giamaica, Styles e Rowland, il suo chitarrista, sono andati in fissa con le commedie zuccherose di Netflix. Le donne delle pulizie a volte se ne andavano la sera e tornavano la mattina dopo con Styles che si era appena finito di sciroppare una maratona di commedie romantiche. Dopo quasi due mesi, la band ha lasciato l’isola con un mucchio di canzoni e di storie. Tipo quella in cui Styles finisce ubriaco fradicio con addosso un vestito barattato con la fidanzata di qualcuno.

Natale 2016. Styles è fuori dalla casa della sua infanzia, seduto in macchina accanto a suo padre. Stanno ascoltando il nuovo album. Ne è passato di tempo da Isn’t She Lovely. Harry ha già fatto ascoltare l’album a sua madre, su uno sgabello, in salotto, attraverso casse da quattro soldi. Lei si è messa a piangere su Sign of the Times. La canzone preferita di suo padre è Carolina. E così si è chiuso il cerchio.

Fin dagli esordi ho sempre detto che la mia vera ambizione era di diventare il nonno con le migliori storielle da raccontare

Styles si commuove. Ci troviamo nell’ufficio vuoto di Corden. «Penso che, da genitori, i miei abbiano visto tutto ciò che riguardava la band come una specie di ottovolante», dice. «Me li immaginavo a pensare: “Ok, questo viaggio può finire da un momento all’altro, e noi dobbiamo esserci quando succederà”. Ero così contento quando gli ho fatto sentire l’album che gli ho detto: “Se non riuscirò a fare altro che questo, sono soddisfatto. Se non mi capiterà più di stare sulla cresta dell’onda, sono comunque felice e orgoglioso”. Fin dagli esordi ho sempre detto che la mia vera ambizione era di diventare il nonno con le migliori storielle da raccontare».

Domani Styles ha un volo per l’Inghilterra. Lo aspettano le decisioni finali sull’album. Afferra il taccuino e si volta per un istante, prima di scomparire nel corridoio verso il futuro. «Come faccio a fare il misterioso», dice mezzo ironico, «quando con te sono stato così sincero?».

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