A quasi cinque anni dalla morte di Franco Battiato, scomparso il 18 maggio 2021, la sua memoria torna nel racconto della nipote Grazia Cristina Battiato, presidente della fondazione che porta il nome dell’artista. In un’intervista al Corriere della Sera, l’avvocata ripercorre il rapporto con lo zio mentre a Roma è in corso la mostra Franco Battiato – Un’altra vita, visitabile al MAXXI fino al 26 aprile.
Il loro era un rapporto strettissimo, quasi filiale: «Più che l’unica nipote, sono stata la figlia che non aveva avuto. E lui per me oltre allo zio, è stato un mentore, una fonte quotidiana di ispirazione capace sempre di elevarti. Mi ha donato un amore immenso, incondizionato, che nella vita non mi capiterà più».
La vita familiare dell’artista, prosegue, era scandita da un legame profondo con la madre e il fratello: «Mio zio non si è mai sposato, rimanendo sempre legatissimo alla madre Grazia e al fratello Michele, mio padre. Quando entrambi si furono trasferiti a Milano portarono con loro la madre, da allora le due famiglie vissero sempre in simbiosi. Non ricordo che sia trascorso un giorno senza almeno due telefonate dello zio, anche quando era in tour».
Tra i ricordi più vividi poi ci sono i viaggi: «Amava il deserto, adorava Tunisi, il Marocco, tutto il Middle East, gli sarebbero piaciuti anche gli Emirati Arabi per il passaggio della Via della Seta. Però era anche affascinato dalle città metropolitane come New York e Londra, lui che era partito da Riposto, un piccolo paese della Sicilia negli anni ’60 per trasferirsi in quella che era la meta italiana più metropolitana, appunto Milano. Siamo stati in Africa e in Grecia molte volte, come del resto in Turchia. Più che un viaggio si trattava di un’immersione nella cultura locale: affittavamo una casa e ci trattenevamo più a lungo, facendo la spesa, visitando i musei. Mio zio era divertentissimo».
E dietro l’immagine del mistico anche un lato ironico e conviviale: «Tutti pensavano che nella vita quotidiana fosse una persona pesante, ma la sua intelligenza e leggerezza erano eccezionali. Anche quando stava fermo e zitto emanava una luce dai suoi occhi che catturava l’attenzione delle persone. Zio era dotato di puro magnetismo e di una sagacia che molti non capivano. Adorava fare battute tra gli amici e in famiglia. Cascasse il mondo, però, ogni volta si allontanava a meditare per almeno due volte al giorno».
Non a caso sottolinea le sue abitudini spartane: «Zio mangiava come un uccellino ma amava il rito della tavola, quei momenti di giovialità con gli amici da lui prescelti e coi familiari erano irrinunciabili. Prima dei concerti si nutriva con una minestrina e un bicchiere di tè, la sua immancabile bevanda».
Sul piano personale, la nipote racconta la dimensione spirituale: «Ha sempre detto che se si fosse sposato o avesse avuto figli non avrebbe potuto evolvere come persona ai fini della reincarnazione». E parlando della sessualità aggiunge: «Che però reprime anelando al superamento di quello stadio. Davvero, se tutti fossimo come lo zio sotto questo aspetto si esaurirebbe la razza umana assai rapidamente».
Più polemico il passaggio sulla casa di Milo e l’idea di trasformarla in museo: «Io non ho problemi a prestare i quadri da lui dipinti o posseduti, i tappeti, gli strumenti musicali. Però ho trovato assurdo che la Regione Sicilia abbia posto un vincolo sulla casa di Milo a quattro giorni dalla sua morte con l’intento futuro di farne un museo. Questo significa non rispettare lo zio… Che tradimento! A casa sua entravano gli amici, i collaboratori, i familiari».
Infine sulla mostra al MAXXI è convinta che gli sarebbe piaciuta: «Penso di sì perché ne attraversa le varie fasi di crescita artistica e spirituale. In particolare, avrebbe gradito la stanza ottagonale in cui si ascoltano i suoi pezzi con un sistema Dolby creato dal suo addetto al suono. Lì si percepisce che lui stia cantando al tuo fianco». E alla domanda su cosa avrebbe voluto lasciare al mondo, la risposta è la più battiatesca di tutte: «Una volta zio disse: un suono».















