Rolling Stone Italia

La classifica dei 100 chitarristi migliori di sempre (40-20)

Un'altra tappa del nostro viaggio fra le cento chitarre che hanno segnato per sempre la storia del rock. Questa settimana, la penultima puntata, con le posizioni dalla 40 alla 20
Prince sul palco del Fabulous Forum a Inglewood il 19 febbraio 1985, foto di Michael Montfort/Michael Ochs Archives/Getty Images

Prince sul palco del Fabulous Forum a Inglewood il 19 febbraio 1985, foto di Michael Montfort/Michael Ochs Archives/Getty Images

Abbiamo messo insieme i migliori chitarristi ed esperti del settore per stilare la classifica delle glorie delle sei corde, e per spiegarci cosa separa le leggende da tutti gli altri. Commenti di: Keith Richards su Chuck Berry, Carlos Santana su Jerry Garcia, Tom Petty su George Harrison e molti altri.

40. Tom Morello
Tom Morello ha reinventato la chitarra rock nel mondo post hip-hop degli anni ‘90 con i Rage Against the Machine. Facendo affidamento sugli effetti a pedale, ha creato un nuovo vocabolario del suono – ad esempio, lo scratch su vinile in Bulls on Parade, il bizzarro scoppio a laser in Killing in the Name e l’attacco a bomba in Fistful of Steel. Il miscuglio di congegni di Morello, fatto di assoli pirotecnici e accordi fragorosi, deriva dagli Stooges e dai Public Enemy. Riferendosi alla crew di produttori hip-hop, Morello ha dichiarato: «I Bomb Squad sono stati estremamente importanti per me come chitarrista. In sostanza ero il Dj nei Rage». Dopo aver abbandonato la chitarra negli ultimi cinque anni con il suo alter ego folk, The Nighwatchman, Morello ha alzato ancora di più la posta in gioco con il suo nuovo album, World Wide Rebel Songs. «Ho capito che posso suonare la chitarra in quel modo, quindi perché non farlo?» ha detto il musicista a Rolling Stone all’inizio dell’anno.

39. Steve Cropper
Peter Buck ha dichiarato: «Steve Cropper è probabilmente il mio chitarrista preferito di sempre. Non c’è mai stato un momento in cui ha strappato un grande assolo, ma suona comunque perfettamente». Cropper è stato l’ingrediente segreto di alcuni dei pezzi rock e soul più celebri: da ragazzo ha suonato con i Mar-Keys il suo primo successo (Last Night); ha trascorso la maggior parte degli anni ’60 nei Booker T. and the MGs –la band dietro le hit di Carla Thomas, Otis Redding e Wilson Pickett. Da lì in poi, il suo stile dall’anima frizzante è apparso sugli album di molti artisti rock e R&B, come la Blues Brothers’ Band. Il suono caratteristico di Cropper, essenza della chitarra soul, è riconoscibile nell’intro di Soul Man di Sam & Dave, nelle note esplosive e curve in Green Onions di Booker T. e nei riff complessi in (Sittin’ on) The Dock of the Bay di Otis Redding. Cropper ha dichiarato: «Non m’importa di stare al centro del palco. Sono un membro della band, lo sono sempre stato».

38. The Edge
Si era già detto tanto sulla chitarra quando The Edge ha iniziato a suonare. Il suo segreto è che è autodidatta – questo è il motivo della sua unicità. È innovativo. Ogni album degli U2 in cui ho collaborato avevo un suono diverso grazie a The Edge. Non ci sono molte schitarrate nel suo stile, è molto concentrato sulla melodia e sull’interazione fra la sua chitarra e la voce di Bono. The Edge è uno scienziato, e un poeta di notte; si porta a casa un beat di Larry Mullen, poi arriva in studio la mattina dopo dicendo: «Bono, senti cosa ho per te», e ti presenta il riff alla Bo Diddley di I Still Haven’t Found What I’m Looking For. The Edge è scrupoloso sugli appunti. Lui e il suo tecnico, Dallas Schoo, documentano ogni dettaglio del suono –ad esempio i pedali da usare, gli amplificatori, o altro che potrebbe sembrare utile. C’è un intermezzo più o meno a metà di Mysterious Ways, prima che il pezzo diventi sinfonico, che secondo me è allo stesso livello delle parti di chitarra di James Brown o dei fiati dei Tower of Power. Quello non è un riff – è un momento. Mi commuove ogni volta che lo sento. Di Daniel Lanois

37. Mick Taylor
Keith Richards ha scritto nella sua biografia: «Ero sbalordito da Mick Taylor. C’era tutto nel suo stile: il tocco melodico, una potenza commovente e un’intensità di significato». Taylor aveva soltanto vent’anni quando i Rolling Stones lo reclutarono dai John Mayall’s Bluesbreakers per rimpiazzare Brian Jones nel 1969. Il suo impatto su capolavori come Exile on Main Street e Sticky Fingers è stato immediato, ad esempio per lo slide sporco in Love in Vain, la precisione incredibile in All Down the Line (in cui la chitarra imita il suono dell’armonica), la chiusura lunga, dalle influenze latin-jazz in Can You Hear Me Knocking. Non è un caso che l’entrata di Taylor coincida con i dischi più grandi degli Stones. A proposito di Taylor, che ha lasciato il gruppo nel 1974, Mick Jagger ha detto: «Era un musicista fluido, melodico, e mi dava una linea da seguire. Alcuni pensano che quella sia stata la migliore versione della band».

36. Randy Rhoads
La carriera di Randy Rhoads è stata troppo corta –il musicista è morto nel 1982 in un incidente aereo, all’età di 25 anni– ma i suoi assoli supersonici, precisi e architettonici in pezzi di Ozzy Osbourne come Crazy Train e Mr. Crowley, hanno settato lo standard dell’assolo metal degli anni successivi. «Mi esercitavo otto ore al giorno per colpa sua», ha dichiarato Tom Morello, definendo Rhoads «il più grande chitarrista rock/heavy-metal di sempre». Rhoads è stato co-fondatore dei Quiet Riot da ragazzo, e poi è entrato nei Blizzard of Ozz di Ozzy Osbourne nel 1979, dopo aver fatto il maestro di chitarra per qualche anno. La leggenda vuole che Rhoads prendesse lezioni di chitarra nelle diverse città in cui andava in tour con Ozzy. Durante il periodo di registrazione dell’ultimo album, Ozzy’s Diary of a Madman, Rhoads si stava appassionando alla musica classica, e stava esplorando il jazz. Nikki Sixx dei Motley Crue ha detto:«Randy Rhodes stava raggiungendo il punto più profondo del suo stile. Stava per fare il grande passo».

35. John Lee Hooker
«Non sono un chitarrista stravagante. Non mi piace suonare con decoro. Il tipo di suono che voglio è cattivo», ha dichiarato John Lee Hooker una volta. Lo stile di Hooker non può essere definito come country blues o blues urbano, era qualcosa di diverso, misteriosamente funky e ipnotico. Il suo stile dai ronzii perfetti, groove sincopato, spesso in tempi idiosincratici, dal potere eterno, è la caratteristica chiave di classici di enorme successo come Boogie Chillen –pezzo R&B primo in classifica nel 1949– Boom Boom e Crawlin’ King Snake. Keith Richards ha dichiarato: «Hooker è stato un ritorno al passato, persino Muddy Waters sembrava ricercato accanto a lui».
Hooker è stata una figura cruciale nell’esplosione del blues negli anni ’60; il suo ritmo boogie è diventato la base per il suono dei primi ZZ Top, le sue canzoni sono state coverizzate dai Doors e da Bruce Springsteen, e all’età di 70 anni ha vinto quattro Grammy. Carlos Santana ha detto:«Quando ero bambino la sua chitarra è stata la prima cosa che mi ha sconvolto».

34. Curtis Mayfield
L’ultimo Curtis Mayfield è stato uno dei cantanti, scrittori e produttori più raffinati d’America. È stato anche un chitarrista abbastanza influente, le cui melodie fluide e pacate in brani come Gypsy Woman degli Impressions sono state di grande ispirazione per Jimi Hendrix, specialmente nel suo stile da ballata psichedelica. «Negli anni ’60, ogni chitarrista voleva suonare come Curtis», ha affermato George Clinton. Mayfield è riuscito a reinventarsi per una carriera da solista negli anni ’70, costruendo la sua nuova musica su ritmi funk e riff potenti, spesso riempiti di effetti wah-wah, ad esempio nella colonna sonora di Superfly, o in successi come Move On Up. Le sequenze di accordi liquide di Mayfield sono state difficili da imitare, in parte perché Mayfield suonava esclusivamente in un’accordatura in fa diesis. «Essendo autodidatta, non ho mai cambiato accordatura», ha dichiarato Mayfield, «Mi faceva sentire fiero di me perché nessun altro chitarrista poteva suonare la mia chitarra».

33. Prince
Prince ha suonato il più grande assolo in una ballata rock della storia (Purple Rain), e il suo assolo nella versione all-star di While My Guitar Gently Weeps, durante l’evento Rock and Roll Hall of Fame di George Harrison nel 2004, ha spalancato le bocche di tutti. Prince è riuscito anche a sperimentare un suono funk un po’ sporco alla Jimmy Nolen e Nile Rodgers (as esempio nel magico groove di Kiss) e a distruggere anche il metallaro più feroce (When Doves Cry). A volte la sua chitarra serve semplicemente da sfondo –come in Gett Off o in Dance On. Prince è stato paragonato a Hendrix molte volte, ma il musicista ha un’opinione diversa, dichiarando a Rolling Stone: «Se davvero si ascoltasse la ma musica più attentamente, si vedrebbe più l’influenza di Santana che quella di Jimi Hendrix. Hendrix suonava più blues, Santana suonava meglio». Secondo Miles Davis, che ha collaborato con il musicista verso la fine della sua vita, Prince era una combinazione di «James Brown, Jimi Hendrix, Marvin Gaye…e Charlie Chaplin. Come fa a perdere così?»

32. Billy Gibbons
Billy Gibbons è stato un chitarrista notevole da molto prima che si lasciasse crescere la barba. Nel 1968, la sua band garage psichedelico, i Moving Sidewalks, hanno aperto quattro concerti della Jimi Hendrix Experience in Texas. Secondo la tradizione locale, Jimi Hendrix fu talmente sorpreso dalle abilità e dalla potenza di Gibbons che gli regalò una Stratocaster rosa. Da allora Gibbons ha descritto con disinvoltura il suono del suo trio con 40 anni di carriera alle spalle, gli ZZ Top, come una “sculacciata con la chitarra”. Nel ritmo muscolare del riff boogie di La Grange, nell’andatura grinzosa e fuori tempo di Jesus Left Chicago e nelle linee di synth tipiche dei successi degli anni ’80 come Legs e Sharp Dressed Man, il talento chitarristico di Gibbons si è religiosamente ispirato alla furia e alla precisione dei suoi antenati texani (Freddy King, Albert Collins), e al suono elettrico del Mississippi alla Muddy Waters. Gibbons ha dichiarato dei suoi assoli: «Puoi di certo scuotere la sedia di qualcuno, se sai dove e come condurre un assolo».

31. Ry Cooder
Ry Cooder ha definito il suo stile – un sublime miscuglio di folk e blues Americano, chitarre Hawaiane, gusto Tex-Mex e sensualità Afro-Cubana – come una “pentola a vapore fuori controllo”. Lo stile chitarristico di Cooder si distingue per un raffinato mix di fondamenti arcaici e una passione per l’esplorazione, come dimostrato nei Taj Mahal in adolescenza, nei Captain Beefheart negli anni ’70, passando per le colonne sonore fino all’esperimento Buena Vista Social Club del 1996. Come chitarrista spalla, Cooder ha portato sfumature emozionanti in album classici di Randy Newman, Rolling Stones e Eric Clapton. Cooder è anche un appassionato custode del passato, nel mondo moderno. Ne è esempio il fatto che Bob Dylan gli abbia chiesto una lezione sulla tecnica del bluesman Sleepy John Estes.

30. Elmore James
Elmore James, cantante-chitarrista del Mississippi, ha creato un marchio indelebile: il riff slide in staccato nell’adattamento del 1951 in I Believe I’ll Dust My Broom di Robert Johnston.
Il chitarrista Derek Trucks ha affermato: «Era un grande riff. Aveva uno stile scatenato, grazie alla chitarra acustica con il pick up elettrico. Quando canta, senti la sua voce dal pickup della chitarra». James ha anche composto quei riff vibranti in Shake Your Moneymaker e Stranger Blues, che sono diventati i canoni del blues, dopo la sua morte nel 1963. Il suono di James ha ispirato una generazione di chitarristi, ad esempio Robbie Robertson ha dichiarato: «Mi allenavo 12 ore al giorno, tutti i giorni, fino a quando le mie dita non sanguinavano, per avere lo stesso suono di Elmore James. Poi qualcuno mi ha detto che suonava con lo slide». A Trucks piace particolarmente l’assolo di James nella versione del 1960 di Rollin’ and Tumblin. Il chitarrista ha dichiarato:« è molto semplice, ma ogni nota è al punto giusto– funky e sporco. Se dici “suona quell’assolo di Elmore”, tutti sanno cosa fare».

29. Scotty Moore
il 5 luglio 1954, Elvis Presley, il chitarrista Scotty Moore e il bassista Bill Black suonavano una versione un po’ ubriaca del brano That’s All Right di Arthur Crudup durante una sessione nello studio della Sun Records a Memphis. Da lì la chitarra non sarebbe più stata la stessa cosa: le pizzicate country concise, aggressive e il fraseggio blues di Moore crearono un nuovo linguaggio dello strumento. La ritmica era talmente potente che era abbastanza facile dimenticarsi che c’era un batterista a suonare. Se Moore non avesse fatto altro che le registrazioni alla Sun Records –tra cui brani come Mystery Train e Good Rockin’ Tonight – il suo posto nella storia sarebbe comunque garantito. Nonostante ciò, il chitarrista ha continuato a suonare con Elvis, contribuendo agli assoli epici in Heartbreak Hotel e Hound Dog. E quando Elvis è voluto tornare alle sue radici nel 1968 con Comeback Special, ha tirato in mezzo Moore per creare il suono che cambiasse il ruolo della chitarra nella musica pop. «Tutti volevano essere Elvis», ha dichiarato Keith Richards, «ma io volevo essere Scotty».

28. Johnny Ramone
Johnny Ramone, padre della chitarra punk-rock, e chiara ispirazione dietro i riff del metal moderno, è uno dei più grandi anti-eroi della chitarra. John Cummings si è costruito la reputazione con una Mosrite economica, sulla quale aveva inchiodato due barre metalliche, e uno stile minimale che è diventato conosciuto come “suono da sega elettrica”. Pura macchina ritmica, Johnny Ramone non ha mai suonato un assolo, ma la sua tecnica aveva la stessa portata di un treno della metropolitana. In un’epoca in cui “heavy” era sinonimo di lento, i suoi riff primitivi e metronomici in Blitzkrieg Bop, Judy Is a Punk e Rockaway Beach hanno dimostrato come velocizzare il ritmo senza perdere potenza (abbastanza sorprendente il fatto che l’idolo di Ramone fosse Jimmy Page). Henry Rollins ha raccontato: «Johnny è stato il primo chitarrista a suonare così, era davvero pazzo. Ero scioccato».

27. Bo Diddley
«I riff alla Bo Diddley è la madre di tutti i riff», ha dichiarato il chitarrista Johnny Marr, riferendosi al riff introdotto dal chitarrista di Chicago, all’anagrafe Ellas Otha Bates, alias Diddley. Grazie alla suo stile di vibrato, brani come Mona e Bo Diddley hanno scatenato una versione energizzata del groove West-African, tramandata dagli schiavi; dopo Diddley, quel riff verrà ripreso e manipolato da tutti, compresi Buddy Holly e i Rolling Stones (che coverizzarono Mona nel 1964), e successivamente il garage e il punk lo riproposero con cruda semplicità. (I Clash lo dichiararono formalmente quando lo portarono in tour nel 1979; gli Smiths costruirono How Soon Is Now su quel riff). Dan Auerbach dei Black Keys afferma: «Tutti quelli che hanno preso in mano la chitarra sanno fare quel riff. Se riesci a tenere il tempo, allora sai suonare Bo Diddley». Keith Richards ha dichiarato:«Aveva uno stile esagerato. La musica che amavamo non veniva direttamente dal Mississippi. Veniva da un’altra parte».

26. Brian May
Il chitarrista dei Queen, probabilmente l’unico chitarrista ad avere una laurea in astrofisica, è un avventuriero intelligente, sempre alla ricerca di nuovi effetti. Uno dei meriti del musicista è di essere stato il primo a introdurre le armonie a tre chitarre in un disco, come dimostrano le urla orchestrate dell’assolo di Killer Queen. Brian May ha creato strati di chitarre dentro una traccia individuale, costruendo muri di suono monumentali. Anche la sua chitarra deriva dalla sua immaginazione: la Red Special – alias “Vecchia Signora”– è costruita dallo stesso May e da suo padre artigianalmente negli anni ’60 con legna da fuoco (May era famoso per suonare con una monetina al posto del plettro). L’assolo vibrante in Bohemian Rhapsody e il riff proto-metal in Stone Cold Crazy hanno piegato tutto quello che esisteva prima. Steve Vai ha dichiarato: «Posso sentire qualunque chitarrista e provare a copiare il suo suono. Ma non riesco a copiare Brian May. Lui è su un altro livello».

25. Tony Iommi
Ricordo la prima volta che ho ascoltato i Black Sabbath. Mio fratello più grande aveva comprato il loro album Master of Reality da un ragazzetto che viveva accanto a casa nostra, e ce lo passavamo in continuazione come fosse crack. Lo ascoltavamo con le luci spente e le candele accese, quando all’improvviso mio padre entrava in camera. Ci diceva: “Che cos’è questa merda?” e dopo ha spaccato il disco davanti a noi. Ma quella musica mi aveva colpito come un fulmine. Entro completamente all’interno della sfera-Iommi ogni volta che prendo in mano una chitarra. Tony è un pioniere del metal, ma c’è una grande eleganza nella sua musica; non è per niente veloce. Il suo fraseggio ha richiami molto classici, e ho preso grande ispirazione dal trillo di Tony. Mi sono fatto male durante un concerto della reunion dei Black Sabbath nel 1999. Durante Snowbling, ci stavamo tutti abbracciando, ad un certo punto siamo caduti ed io ho preso in pieno una sedia e mi sono rotto le costole. Mi sono detto: «Cazzo, fa troppo male ma non me ne voglio andare. Devo continuare a vedere Tony mentre suona!»
Di Brent Hinds dei Mastodon

24. Angus Young
Il primo chitarrista degli AC/DC a proposito del suo stile esagitato ha dichiarato:«Non mi considero un solista. Il mio stile è un colore, mi diverte». Jerry Cantrell degli Alice in Chains lo ha chiamato «il dio assoluto della chitarra blues-rock». L’approccio di Angus Young e della chitarra ritmica di suo fratello Malcom, elaborata nei primi anni degli AC/DC – scale pentatoniche e corse ad altà velocità su fragorosi power chord– sono diventati una tradizione dell’hard-rock, e milioni di chitarristi in giro per il mondo hanno il riff di Back in Black e Highway to Hell impresso nella mente. Slash ha detto: «Hanno fatto più Malcom ed Angus con tre accordi che qualsiasi altro essere umano». Il personaggio di Angus sul palco – outfit da scolaretto, camminata a papera come un piccolo Chuck Berry– è tanto colorato come il suo modo di suonare. Il frontman degli AC/DC, Brian Johnson, nel 2008 ha dichiarato a Rolling Stone: «è come un fottutissimo Clark Kent! Entra dentro una cabina telefonica e ne esce come un quattordicenne monello, pronto a fare rock!».

23.Buddy Guy
Buddy Guy ci aveva fatto l’abitudine al fatto che gli altri chiamassero il suo stile “un mucchio di rumore” –dalla sua famiglia della campagna della Louisiana, che lo ha buttato fuori di casa per aver fatto troppo chiasso, ai dirigenti della Chess Records, Phil e Leonard Chess, che come diceva Guy: «Non mi volevano far scatenare come volevo» durante le sessioni con Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Little Water. Ma nel momento in cui la nuova generazione di rockers ha scoperto il blues, lo stile perforante di Guy è diventato un’importante influenza in colossi come Jimi Hendrix e Jimmy Page. L’appariscente modo di suonare di Guy – grandi curve, prominenti distorsioni, frenetici riff – su classici come Stone Crazy e First Time I Met the Blues, e le sue collaborazioni con il defunto maestro di armonica Junior Wells, hanno alzato gli standard della furia a sei corde. Le sue spettacolari esibizioni, con assolo a metà tra la folla, rimangono elettrizzanti all’età di 75 anni. Eric Clapton durante l’inclusione di Guy nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2005, ha detto: «Per me è stato ciò che probabilmente Elvis è stato per molte altre persone. La mia direzione era stabilita e lui era il mio pilota».

22. Frank Zappa
Trey Anastasio dei Phish nel 2005 ha detto riguardo alla raccolta intricata e rovente del 1981 di Frank Zappa Shut Up ‘n’ Play Yer Guitar: «Quando stavo imparando a suonare la chitarra, ero completamente ossessionato da quell’album». «Ogni possibile confine sulla chitarra», ha detto Anastasio, «era esaminato da Frank in modi che nessun altro aveva mai fatto». Come boss assoluto delle sue band, incluse le leggendarie scalette dei Mothers of Invention, Zappa ha fuso il doop-wop, l’urban blues, il big-band jazz e il modernismo orchestrale con un polso di ferro. Come chitarrista ha attinto da tutte queste fonti, per poi improvvisare con un furia che è una delizia. Il suo assolo in Willie the Pimp dall’album del 1969 Hot Rats, è una festa di distorsioni sporche, wah-wah masticati e slalom agitati di blues. Durante i concerti, Zappa «camminava in giro, suonando , conducendo», ha ricordato Anastasio. Ma quanto prendeva in mano la sua chitarra per un assolo «era completamente in comunione con il suo strumento…diventava l’anima della sua musica».

21. Chet Atkins
Chet Atkins, come dirigente e produttore in una casa discografica, negli anni ’60, ha inventato lo stile pop Nashville che ha salvato la musica country dal crollo delle vendite. Come chitarrista è stato ancora più ingegnoso, padroneggiando lo stile country, jazz e classico e perfezionando la capacità di suonare accordi e melodie contemporaneamente, grazie al suo caratteristico stile “pollice e tre dita”. Atkins ha dichiarato a Rolling Stones nel 1976 che gran parte del suo stile è stato frutto di errori e tentativi: «Avevo una cavolo di chitarra in mano 16 ore al giorno e sperimentavo tutto il tempo». Atkins può essere disinvolto e riservato (come nel caso di pezzi come Your Cheatin’ Heart di Hank Williams, Heartbreak Hotel di Elvis Presley e molti dei primi successi degli Everly Brothers). Ad ogni modo i suoi album pieni di assoli strumentali sono ricchi di un’infinità di artefici, mescolando armonie, arpeggi e note pulite con un tono limpido. Duane Eddy ha detto: «Credo che abbia influenzato chiunque abbia preso in mano una chitarra».

20. Carlos Santana
Il messicano Carlos Santana aveva appena finito il liceo a San Francisco, nel 1965, quando la scena musicale della città è esplosa, facendolo venire a conoscenza di un gran numero di rivelazioni –electric blues, ritmi africani e jazz moderno; maestri della chitarra come Jerry Garcia e Peter Green dei Fleetwood Mac – diventati elementi chiave nei ritmi psichedelici latino–americani dell’omonima band. Il tono cristallino e potenza pulita di Santana, fanno di lui l’unico strumentista riconoscibile tramite una sola nota. Per quanto riguarda il suo stile audace ed esplorativo, Santana ne ha in parte dato il merito al consumo di acidi. Santana ha detto: «Non puoi prendere dell’LSD e non trovare la tua voce, perché non hai nessun posto dove poterti nascondere. Non suonerà né finta né carina». La forza accogliente della musica di Santana fa di lui un perfetto collaboratore –il suo album del 1999 carico di grandi nomi, Supernatural, ha vinto 9 Grammy– e una costante fonte d’ ispirazione. Prince l’ha definito più influente di Jimi Hendrix: «Santana suonava con più grazia».

Iscriviti