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La beatlemania di Ron Howard arriva al cinema

"The Beatles: Eight Days A Week - The Touring Years", il nuovo documentario del Premio Oscar è al cinema dal 15 al 21 settembre
I Beatles in studio con George Martin. Foto: Terry O'Neill/Getty Images

I Beatles in studio con George Martin. Foto: Terry O'Neill/Getty Images

“Are you nervous, John?”. “No, I’m not, Macca”. Pochi secondi dall’inizio ed è già beatlemania totale, ancora una volta. Bastano quei frammenti di battute prima di entrare in scena, ripescati da chissà quali nastri dimenticati, per sentire più vicina e contemporanea che mai una storia vecchia di mezzo secolo. Che tuttavia, proprio come le fiabe di quando si era bambini, non ci si stanca mai di farsi raccontare. Quello dei Beatles è un arco narrativo, musicale ed esistenziale assolutamente perfetto: non si può togliere né aggiungere nulla. Quello che si può fare è provare a riprodurlo da un’angolazione diversa, aggiungendo quel poco di inedito, non ancora consumato da miliardi di visioni e ascolti, che è possibile reperire negli archivi. Da questo punto di vista Eight Days a Week – il documentario di Ron Howard presentato ieri a Londra (al cospetto ovviamente di Sir Paul e Ringo, con Yoko Ono e Olivia Harrison in rappresentanza di John e George) e trasmesso in contemporanea nei cinema di tutto il mondo – svolge egregiamente il suo lavoro.
Chi conosce a memoria quell’epopea non troverà molto che già non fosse nella Video Anthology di vent’anni fa, e tutto sommato il racconto è lineare e rispetta gli stilemi classici del documentario rock. Quindi esattamente ciò che ci si può aspettare dal vecchio Richie Cunningham, che è bravo ma non è Scorsese. Tuttavia qualcosina in grado di suscitare un’emozione da “prima volta” c’è. A cominciare dal piatto forte, servito in coda al film: l’intera esibizione del gruppo allo Shea Stadium newyorkese nell’estate del ’65, con il suono digitalizzato e la musica finalmente separata da quel girone dantesco di urla nel quale i Beatles sono stati immersi nei loro anni dal vivo. Incredibile constatare, come nota Elvis Costello, quanto fossero intonati pur non avendo ciascuno di loro la minima idea, causa mancanza di monitor, di che accidenti stessero suonando gli altri tre. Ci sono poi brevi ma emozionanti ritagli di ordinaria (si fa per dire) quotidianità in studio, mentre sotto la benevola direzione di George Martin i ragazzi provano Girl, Tomorrow Never Knows, Eight Days a Week. E infine c’ è tutto il mondo che avevano intorno in quel periodo folle tra il 1963 e il 1966 (la storia finisce con l’ultimo concerto a San Francisco e i Fab Four che pochi mesi dopo si apprestano a registrare Sgt. Pepper’s).

Una delle sequenze più emozionanti è quella di Anfield Road un sabato del 1964, con i tifosi del Liverpool abbracciati e tutto lo stadio che canta all’unisono She Loves You. Lì è davvero difficile non commuoversi, ma non è l’unico momento toccante. In realtà, se si amano i Beatles, ogni momento lo è. In questo il film di Howard è inappuntabile, e con pochissime concessioni alla retorica. Bastano le immagini, la musica e le parole per fa rivivere il senso epocale di eccitazione e novità che i primi Beatles – irresistibilmente rivoluzionari, a dispetto di stantii luoghi comuni che li vorrebbe interessanti solo da Rubber Soul in poi – seppero irradiare. La loro verve, la loro intelligenza, il loro fantastico sense of humour liverpooliano sorprendono ancora oggi, con una freschezza non consumata dagli anni. Soltanto quattro ragazzi della working class inglese, ma ci volevano loro per far capire ai giovani americani che la segregazione razziale era una bestialità inaccettabile, come quando minacciarono di non suonare a Jacksonville se gli organizzatori avessero separato il pubblico nero da quello bianco.
Tra gli intervistati c’è Whoopi Goldberg, e dice una frase bellissima nella sua semplicità: “i Beatles ti davano l’idea di un mondo in cui chiunque era il benvenuto”. Canzoni immortali a parte, forse il senso sta proprio qui. Dei Beatles e degli anni Sessanta, breve ma folgorante periodo di luce in un secolo buio. Eight Days a Week non è nient’altro che una ulteriore (e riuscita) celebrazione della cosa migliore accaduta nell’ultimo secolo alla musica, alla cultura popolare e forse anche a questo pianeta. E vederlo serve anche a convincersi che sì, per quanto sembri incredibile, quella cosa meravigliosa è davvero accaduta.

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