Un anno fa due concerti di Jonny Greenwood e dell’israeliano Dudu Tassa, reducini da un album in cui erano accompagnati da musicisti e cantanti provenienti da Siria, Libano, Kuwait e Iraq, sono stati cancellati. Un successo delle pressioni pacifiche sui locali di Londra e Bristol, secondo la Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel. Secondo Greenwood e Tassa, invece, i locali che avrebbero dovuto ospitarli sono stati oggetto di minacce tali da mettere in pericolo la sicurezza di musicisti, lavoratori, pubblico.
È un argomento di cui il chitarrista dei Radiohead non parla volentieri nelle interviste. In questo periodo ne sta facendo poche legate a Ranjha, l’album che ha pubblicato con l’israeliano Shye Ben Tzur e gli indiani Rajasthan Express, undici anni dopo il precedente Junun.
Parlandone con El Pais, a una domanda sul boicottaggio Greenwood ha risposto dopo un lungo silenzio che «sono un appassionato di cinema, letteratura e musica israeliana. La musica che faccio con Dudu riporta in vita canzoni più antiche della maggior parte dei Paesi che oggi si stanno combattendo tra loro e questo per me sarà sempre la cosa più importante. Ci sono librerie a Madrid che vendono liberamente i romanzi di Amos Oz, che è israeliano. Cancellare la musica è come togliere i libri dagli scaffali».
A una successiva domanda su quello che sta accadendo in Palestina e Libano dalla prospettiva degli israeliani (la moglie di Greenwood lo è), il chitarrista replica che «non sono sicuro di capire che cosa c’entri questo col fatto che io abbia realizzato un disco con degli indiani a Oxford». A quel punto un rappresentante della casa discografica BMG chiede al giornalista di non affrontare l’argomento.
A ottobre 2025, i Radiohead ne avevano parla col Sunday Times e in quell’occasione Greenwood aveva spiegato di avere partecipato a proteste antigovernative in Israele e che una cosa è suonare con musicisti israeliani e un’altra apprezzarne il governo. «Passo molto tempo lì con la famiglia e non posso semplicemente dire: “Non faccio musica con voi stronzi a causa del governo”. Non ha senso. Non ho alcuna lealtà, né rispetto per il loro governo ovviamente, ma ne ho per gli artisti nati lì».
A proposito dei Radiohead e della loro reunion, al Pais Greenwood ha detto che «siamo molto fortunati a poterlo fare e che la gente abbia voglia di venire a vederci», ma anche che sono «pessimi nel pianificare le cose in anticipo e quando andiamo in tour dobbiamo decidere tutto circa un anno e mezzo dell’inizio, il che è assurdo. Stiamo parlando di come rifarlo, ma ovviamente non succederà nulla per parecchio tempo».
E a proposito di un possibile album nuovo dei Radiohead: «Non ne ho la minima idea. Thom sta lavorando a delle registrazioni per conto suo, vuole portare a termine quelle e poi, come dicevo, noi non programmiamo mai le cose con largo anticipo. Quindi al momento nessuno lo sa».















