John Prine: «Le persone felici non scrivono belle canzoni»

La leggenda del country-folk, che ha ispirato Bob Dylan e Johnny Cash, ci racconta com’è diventare padre a 48 anni.

Che consiglio daresti a un giovane cantautore?
Non preoccuparti troppo delle rime. Cerca di piacere a te stesso, e non pensare all’aspetto commerciale. Se scrivi basandoti sul tuo istinto, qualcosa d’interessante verrà fuori. Ma se te ne stai lì a chiederti cosa vuole la gente, ti ritroverai con la stessa schifezza che fanno tutti.

Di quale verso che hai scritto vai più fiero?
“There’s a hole in Daddy’s arm where all the money goes/Jesus Christ died for nothin’, I suppose” (Sam Stone, del 1971, ndr). Volevo dire qualcosa a proposito dei nostri soldati che partivano per il Vietnam, uccidevano altre persone e non sapevano nemmeno perché erano lì. Un sacco di loro tornavano a casa e iniziavano a drogarsi, senza riuscire a smettere. Ho cercato un’immagine che riflettesse questa situazione disperata.

Quando Johnny Cash fece una cover della canzone, lasciò fuori la parte su Gesù. Come reagì il pubblico quando la suonasti per la prima volta?
Alcune persone se ne andarono. Una donna mi disse che avevo insultato la sua intelligenza. Pensai: “Ok, fammi vedere la tua laurea”.

Nella sua autobiografia Cash ti ha definito uno dei suoi artisti preferiti. Hai qualche storia interessante su di lui?
Per i miei 40 anni invitai Cash alla mia festa di compleanno, anche se sapevo che ci sarebbe stato un casino di gente, con tanto di maiale allo spiedo e via dicendo. Lui non si presentò, ma il giorno dopo mi arrivò un piatto di chili con carne cucinato da lui in persona, e un biglietto: “John, mi sarebbe piaciuto venire alla tua festa, ma avrebbe significato dover uscire di casa”. Ce l’ho ancora da qualche parte, forse tra le pagine di una Bibbia.

Una delle tue canzoni più famose, Angel From Montgomery, inizia così: “I am an old woman/Named after my mother”. Come sei riuscito a sentirti a tuo agio usando una prospettiva femminile?
Nessuno mi ha detto di non farlo. L’ignoranza è una benedizione per un autore. Ho sempre sentito affinità verso le persone più vecchie. Da giovane ho consegnato giornali porta a porta, e uno dei posti dove dovevo andare era una residenza per anziani. Alcuni di loro mi presentavano ai vicini come se fossi il loro nipotino. Non avevano molti visitatori, e si comportavano come se fossi andato a trovare proprio loro. Questa cosa mi è rimasta dentro per molto tempo.

Hai inciso quattro album di successo con Atlantic Records negli anni settanta, ma nel 1975 te ne sei andato all’improvviso. Quale fu il motivo?
Ahmet Ertegun non era molto interessato a quello che facevo. Aveva gli Stones e gli Zeppelin, ed era sempre in giro a divertirsi con loro, ma io pensavo: “Cosa ci faccio qui?”. Gli dissi che me ne volevo andare, e mi fece pagare una penale. Poi mi chiese: “Posso fare altro?”. Risposi: “Prestami la tua limousine, voglio andare a Hartford a sentire la Rolling Thunder Revue”. E, amico, fu grandioso.

Qual è l’aspetto migliore del successo?
Potere cercare un auto su eBay e comprarla subito. Faccio shopping online e seleziono cinque macchine che mi piacciono, anche se poi non ho posto dove metterle. Anche quando facevo il postino, pensavo che il successo fosse riuscire a pagare le bollette, poter andare a dormire tardi e non far parlare di te i tuoi amici.

Come influisce l’essere felice sulla tua scrittura?
La rallenta. Non che io abbia sempre scritto di disastri, ma alcune delle cose migliori parlavano proprio di quello. Quando ti si spezza il cuore, hai tutto il tempo del mondo per scriverne: le tue sensazioni, che temperatura c’era quel giorno. Quando sei felice, invece, l’unica cosa che desideri è rallentare e scrivere una canzone. A meno che questa non sia Zip-a-Dee-Doo-Dah.

Tua moglie, Fiona, è irlandese, e passate buona parte dell’anno da quelle parti. Qual è la parte migliore del vivere lì?
La Guinness. È una birra da sogno. E gli irlandesi sono davvero gentili. Ci sono personaggi incredibili. Ho incontrato un tizio di 85 anni di nome Johnny Cagney, che mi ha detto che ha scritto più di 900 ballate, e me ne ha pure cantata qualcuna. Abbiamo un cottage a sud di Galway. La cittadina dove stiamo ha due alimentari e nove pub! (Ride). Ci si ferma a bere una pinta qui, una pinta là. Le notizie girano in fretta, così.

Sei diventato padre a 48 anni. In che modo ti ha cambiato?
Mi ha fatto rimettere i piedi per terra. Ho imparato in fretta che non sapevo assolutamente nulla a parte scrivere canzoni. I bambini sono innocenti, riescono a guardare attraverso le stronzate. Una volta chiesi a mio figlio Tommy di cantare con me a Birmingham, aveva cinque o sei anni. Una volta scesi dal palco, gli chiesi: “Ti è piaciuto, Tommy?”. Mi rispose: “Cantare non è una cosa reale. Il baseball è reale”.