Jean Michel Jarre e Cerrone: i due arzilli vecchietti del dancefloor | Rolling Stone Italia
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Jean Michel Jarre e Cerrone: i due arzilli vecchietti del dancefloor

I loro nuovi "Oxygène 3" e "Red Lips" sono il risultato di oltre 40 anni di carriera rimanendo fedeli a se stessi lontano dalle mode. Motivo in più per ammirarli

Non amo molto gli anniversari. Ma due anni fa, mentre registravo Electronica, ho scritto un brano, quello che oggi si chiama Oxygène 19, che mi ha fatto pensare a cosa sarebbe Oxygène se lo scrivessi oggi», ha raccontato Jean-Michel Jarre a proposito del terzo capitolo dell’album del 1976 che gli diede la fama mondiale. Non ama molto gli anniversari il produttore lionese classe 1948. Certo che, però, un terzo Oxygène a distanza di 20 anni dal secondo e a 40 dal primo era la scusa perfetta per un triplo CD da lanciare una ventina di giorni prima di Natale. Ora, mettendo da parte i cinismi (il cofanetto ce l’ho ed è indubbiamente molto bello), mi preme capire se il Jarre così come Marc Cerrone – che andiamo a trattare più tardi in questo Don’t Believe the Hype dedicato ai padri della dance francese – con gli anni abbia perso di smalto oppure no. Un’infinità di anni, se contiamo che l’opus magnum non è nemmeno il primo album in ordine cronologico, ma il terzo. Le più grandi analogie Oxygène 3 le ha con il suo antenato del 1997, che il produttore aveva rinominato meno coerentemente 7-13. Ciò che abbiamo fra le mani è quindi una proto-trance strumentale costruita con gli stessi synth che Jarre non ha smesso di maltrattare dagli anni ’70, tra cui il Synthi AKS e il VCS3 della EMS. Macchinoni rudimentali ma indistruttibili, e con un suono che album dopo album ha cementato la firma dell’artista oggi 68enne.

Ma quanto hype può generare un disco simile oggi? Sulle prime, paragonandolo alla disco libertina di Cerrone, nulla. Se però teniamo in conto cosa stia succedendo ultimamente su Warp con Lorenzo Senni e i suoi crescendo trance che non si risolvono mai, ecco che Jarre di colpo torna sotto una luce diversa, essendo lui per la trance quello che Juan Atkins e Kevin Saunderson sono stati per la techno. Su un piano diverso, dicevamo, sta Cerrone e il suo ultimo Red Lips. L’eterno ritorno della disco e del funk occupa infatti una mole di hype mostruosamente più grande. C’è da dire che in entrambi i casi – soprattutto Cerrone che non ha mai smesso di far sculettare la gente sulle sue ballatine funk – lo spauracchio della moda si infrange contro due figure lapidarie. Gente che, la sua scelta, l’ha fatta mezzo secolo fa e ha continuato dritto, fottendosene delle mode e di quel maledetto che un giorno ha coniato il termine hype.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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