James Blunt e la sua missione: basta una sola canzone? | Rolling Stone Italia
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James Blunt e la sua missione: basta una sola canzone?

Ha conquistato le classifiche con 'You're Beautiful' e da allora la canta a ogni concerto. Ma il successo per lui non è una cosa semplice

Se pensate che il 2016 sia stato un anno orribile, c’è di peggio: nel 2017 uscirà il mio nuovo album». James Blunt ha annunciato così, con uno dei tweet che hanno reso celebre la sua pagina, l’uscita del suo quinto album The Afterlove. Non è facile essere una delle popstar più criticate (e persino detestate) d’Inghilterra, ma James ha capito come fare e a quanto pare non passa più il tempo a googlare le recensioni dei suoi album e a evitare di riascoltare i suoi pezzi: «A volte scrivo canzoni molto dirette», racconta al telefono da Londra. «Sono facili da giudicare perché parlano di debolezze, fallimenti e paure. Le canto davanti a migliaia di persone, con una luce puntata contro. Se puntassi il riflettore addosso a chi mi critica, se la farebbe sotto».

L’essenza della performance, però, è proprio questa: trovare un modo per esprimere se stessi e comunicare, gestendo la pressione di avere un pubblico davanti. Se non ce la fai, forse è meglio che cambi mestiere. «Ora sono più tranquillo», risponde James. «Rifarei tutto da capo? Sinceramente non lo so. Quando raggiungi il successo, ti rendi conto che la musica passa in secondo piano». Intanto, come ha raccontato con un’altra delle sue ottime battute, continua a fare «l’album che avrei fatto se Back to Bedlam non avesse avuto successo».

James Blunt fotografato da Jimmy Fontaine

Il suo esordio del 2004 è stato un centro al primo colpo grazie alla melodia di You’re Beautiful e a quella storia così gradevole, quotidiana e raccontata alla perfezione di uno che, mentre torna a casa in metropolitana (fatto di qualcosa), si fissa su una ragazza seduta di fronte a lui, con il fidanzato accanto.

Lei gli sorride e se ne va, lui rimane lì a pensare a quel momento irripetibile: «Se ci pensi non è una storia romantica», dice James, «in fondo il protagonista è uno sballato che sta importunando la ragazza di un altro. Avrebbero dovuto arrestarlo», ride James. «Non mi sarei mai aspettato di finire al n.1, ma è la canzone che mi ha portato fino a qui ed è quella che il pubblico vuole sentire quando compra i biglietti per i miei concerti», (il tour di James Blunt passerà dall’Italia il 12 novembre a Roma, il 13 a Firenze e il 14 a Milano, ndr).

You’re Beautiful è stata la sua redenzione: dal suo passato scomodo da ufficiale dell’esercito inglese impegnato nella guerra in Kosovo (forse uno dei motivi per cui non lo amano in Inghilterra è perché ha detto di aver “evitato la Terza Guerra Mondiale” quando il suo contingente si è rifiutato di attaccare i russi che avevano occupato l’aeroporto di Pristina), gli ha dato una villa a Ibiza e una a Verbier, sulle Alpi svizzere, e una carriera impeccabile. Adesso James Blunt si mette in gioco, ed è nervoso: «The Afterlove è un album differente, perché ho lavorato con Ed Sheeran, con il produttore di The Weeknd, Stephan Moccio, e con il cantante degli OneRepublic, Ryan Tedder».

Se puntassi il riflettore addosso a tutti quelli che mi criticano, se la farebbero sotto

Il punto è che James Blunt è bravo e, dopo 10 anni di carriera, in fondo non deve più dimostrare niente. Anche perché, se nella musica inglese c’è stato negli ultimi anni un ritorno delle canzoni acustiche all’incrocio con il pop (dal rassicurante Ed Sheeran all’ispirato Passenger), il merito è anche suo. «The Afterlove è il frutto di tre anni di lavoro», spiega, «ho scritto oltre 100 canzoni e poi ho scelto le 10 migliori. Mi sento molto sicuro di quello che ho fatto. È un album diviso in due parti: nella prima ho voluto sperimentare, poi mi sono rifugiato nel mio territorio emotivo e nelle ballad, ma con molta esperienza in più. Le mie canzoni non sono più semplici come in passato».

È questo il merito di James Blunt: possono dargli addosso, ma lui a un certo punto della sua vita ha scritto qualcosa destinato a durare a lungo. Lo ha dichiarato anche nel suo account Twitter, descrivendosi così: “La prova vivente che una sola canzone basta”. «Sono fortunato, perché le canzoni che hanno avuto successo mi hanno permesso di scriverne altre, che hanno un significato importante per me».

In fondo, è questo che deve fare un cantautore: «Il mio lavoro è rappresentare le emozioni delle persone, in modo che tutti possano ascoltare le mie canzoni e dire: “Anche io mi sento così”. È una questione di empatia. Se riesco a farlo, vuol dire che ho compiuto il mio dovere».