Jack White, l’ultima leggenda del rock | Parte I

La seconda parte della nostra intervista all'ex White Stripes, impegnato nel tour mondiale che arriverà a Londra il 26 giugno.

Jack White mi mostra anche un reperto proveniente da un vecchio ospedale psichiatrico, l’Alton State Hospital Review. Un quaderno che raccoglie scritti, poesie e disegni di circa 1500 pazienti degli anni ’30. «Lo leggerò per il resto della mia vita», dice, aprendo le pagine con reverenza.
Come se lo è procurato? «A un’asta», dice con tono vago.

Il giorno dopo mi fa vedere una patente appartenuta a Frank Sinatra quando aveva 28 anni, frutto di un’altra offerta vincente.
È divertente immaginare che queste aste si svolgano in una sala deserta, in cui ci sono solo Jack White e Nicolas Cage che si sfidano rilanciando all’infinito. A volte si fanno scoperte interessanti. Per esempio l’anno scorso Jack White ha comprato lo spartito musicale di una canzone intitolata Humoresque, scritto a mano da Al Capone mentre era ad Alcatraz (negli anni ’20 anche i gangster erano capaci di leggere e scrivere musica).

A quanto pare Capone suonava il banjo nella band della prigione, con Machine Gun Kelly alla batteria. Jack White l’ha registrata (in realtà non è stata composta da Capone, l’ha solo trascritta) e l’ha messa come ultima traccia nel suo nuovo album. È rimasto colpito dall’idea che un assassino potesse amare: «Una canzone così bella e delicata. È la dimostrazione del fatto che gli esseri umani sono creature complicate».

Si infila una giacca dei Detroit Tigers arancione e nera e attraversa il quartiere generale della Third Man fino al garage dove ha parcheggiato la sua Tesla Model S. Di solito ha l’autoradio sintonizzata sul canale hip hop Slacker Radio. Non ha un cellulare, il che secondo lui significa avere una libertà mostruosa. Significa anche che l’altro giorno, quando ha bucato in autostrada, è dovuto tornare a casa a piedi in pieno inverno.

Ci fermiamo in un ristorante e lui sceglie un tavolo in cui può sedersi con la schiena contro la parete. «Penso continuamente che qualcuno stia per avvicinarsi o che mi chiami per nome. È una vita assurda, stai sempre sulla difensiva. Nessuno ci ha rivolto la parola negli ultimi cinque minuti, ma il mio cervello se lo aspetta. È un istinto primordiale, è come essere sempre in servizio».
Ordina hummus e insalata con pollo e cavoletti di Bruxelles. Sta seguendo una dieta paleolitica e sta facendo esercizio fisico. Il suo allenamento consiste in: «Correre più forte possibile, ma per brevi tratti».

Adesso tocca a me scoppiare a ridere. «È vero! Corro sul nastro, non all’aperto perché è pericoloso, puoi farti male con le buche e tutto il resto. Probabilmente mi romperei una caviglia. Però metto il nastro al massimo della velocità e faccio scatti brevi, così evito di farmi venire un infarto». Secondo lui è quello che gli esseri umani fanno per natura: «Corri più forte che puoi per catturare un cervo, ti nascondi due minuti e ricominci a correre». Nonostante la sua simpatia per i cavernicoli, White è una persona proiettata nel futuro. «Perché non ti cacci da solo? / Anche tu sei un immigrato!», cantava nel 2007 con una certa preveggenza. «L’America sta imparando che il sistema bipartitico non è una buona idea» dice, «sta imparando anche che i personaggi da reality show non possono essere considerati dei politici, e che un singolo individuo è in grado di spazzare via l’umanità intera. Che assurdità».

White è cresciuto in un quartiere di Detroit in cui a un certo punto si è ritrovato a essere uno dei pochi bianchi a scuola. «Ho capito cosa vuole dire essere una minoranza», dice. Soltanto i suoi fratelli condividevano il suo amore per il rock&roll. In casa c’erano sempre strumenti, come ricorda suo nipote Ben Blackwell che lavora con lui alla Third Man. «Mi ricordo che quando avevo sei anni Jack mi faceva camminare tra gli strumenti, citandomi i nomi dei Led Zeppelin».

Jack White ricorda anche un paio di opportunità mancate nel quartiere. Un giorno lui e il suo amico bassista, Dominic Davis, che ora fa parte della sua tour band, sono stati avvicinati da un amico afro-americano che suonava sax e pianoforte: «Conosco due tipi del vostro quartiere, perché non provate con loro?». «Siamo andati a trovarli, ed erano due messicani che facevano punk rock. Avevano testi molto duri, di suicidio e cose che non avevo mai sentito prima. Ancora oggi mi dico: “Avrei dovuto formare una band con quei tizi, spaccavano. Era veramente strano essere un messicano punk in quel quartiere».

Inutile dire che Jack White è eccentrico. A un certo punto, durante il nostro pranzo, si lancia in un discorso sul suo rapporto di odio e amore con le infermiere che meriterebbe di essere recitato sul palco come monologo comico. Tutto comincia con un calcolo renale che compare durante un viaggio in macchina con Meg, e un’infermiera che gli dice di fare silenzio. «Come puoi dirmi di stare zitto mentre sto impazzendo dal dolore?», dice ancora visibilmente agitato. «Sei qui per aiutare una persona che soffre! È come parlare con un poliziotto, ascoltano stronzate tutto il giorno e non hanno voglia di starti a sentire! Hai presente come fanno i poliziotti? Non ti guardano mai in faccia, si guardano sempre intorno per controllare la situazione». Per un attimo fa anche un’ottima imitazione di un poliziotto ostile che mastica una gomma. Poi a proposito dell’infermiera, conclude: «Comunque non farei mai il loro lavoro, deve essere duro».
Se le rock band fossero ancora al centro della cultura popolare, White sarebbe più famoso di quello che è. Invece: «È come se avessi scelto il posto più difficile in cui stare, in mezzo. È molto più facile oggi essere una popstar mondiale oppure una band underground. Nella mia condizione vieni giudicato da tutti: c’è chi vorrebbe che facessi sempre la stessa musica e chi vorrebbe qualcosa di nuovo, chi vorrebbe che fossi conosciuto da pochi e chi mi vorrebbe ascoltare in radio». Comunque pensa che non sarebbe mai stato accettato dalle superstar: «La maggior parte delle persone nel mondo del pop mi prende in giro per il mio aspetto. Lo accetto, per loro sono strano: “Hey, quel tipo sembra Edward Mani di Forbice, che schifezza è?».
Un tempo scherzava sul fatto di non essere mai riuscito a realizzare il suo sogno di «essere un uomo di colore negli anni ‘30». È cosciente dei pericoli del «mito dell’età dell’oro, ovvero guardare sempre al passato e vedere solo le cose buone», ma a volte ha una specie di desiderio irrefrenabile verso il passato: «Ovviamente è difficile dimenticare il razzismo e il modo in cui venivano trattati i gay e le donne negli anni ’20, però allo stesso tempo guardi il video di un musicista che suona in un club di Chicago e pensi: “Perché non ho potuto pubblicare i miei album negli anni ’60, quando c’erano ancora tante barriere da abbattere?”».

White non è il primo bluesman bianco di successo, e la sua opinione sul tema dell’appropriazione culturale è molto cauta: «Esiste certamente una grande famiglia dei musicisti e quando suoni a nessuno importa il colore della tua pelle. Ci sono persone che hanno sfruttato la cultura di altri per arricchirsi? Certo. Gli afroamericani hanno inventato tutto: il jazz, il blues, il rock&roll, l’hip hop. Tutta la musica interessante viene da loro. È la storia di Cenerentola più incredibile di sempre: la musica che suonavano nelle loro case, nel Delta del Mississippi, è diventata globale. È incredibile, commovente. Anche se esistono persone che non comprerebbero mai un disco di Little Richard e preferiscono la versione di Pat Boone». Quello che lo fa davvero arrabbiare è il finto accento giamaicano. «Puoi passarla liscia per il ritmo, ma l’accento finto? Non lo sopporto».

Jack White è diventato un fan dell’hip hop e in un pezzo del suo nuovo album fa anche un intermezzo rap. Nel suo ufficio c’è una foto incorniciata di Slick Rick appesa a fianco di Loretta Lynn e Iggy Pop. Eppure nel primo decennio della sua carriera lo snobbava, nonostante da adolescente avesse passato pomeriggi interi ad ascoltare LL Cool J e i Run DMC nelle strade di Detroit. «Gran parte di quell’atteggiamento faceva parte del mio modo di intendere il lavoro dell’artista. Istintivamente sono sempre stato contro lo status quo, il pensiero comune. In quel periodo stava prendendo piede il suono digitale e quindi nella mia testa il mio compito era predicare un’idea diversa: “Questa è musica vera suonata da musicisti veri con strumenti veri. Questo è il blues”. Era il gusto di avere un’opinione contraria».

Ha cambiato idea più o meno nel 2009, quando è entrato in studio con Jay-Z e ha scritto per lui delle tracce, nessuna delle quali ha prodotto niente di duraturo. Due sono ricomparse nell’album Boarding House Reach. «Ho suonato la batteria, una linea di basso e la chitarra e lui ci ha rappato sopra». Il riff infuocato di uno dei suoi nuovi pezzi, Over and Over and Over, risale ai tempi dei White Stripes e Jack ha cercato di registrarlo molte volte nel corso degli anni, anche insieme a Jay-Z.
La collaborazione con Beyoncé, anni dopo, è stata più fruttifera. Jack le ha dato una traccia, Don’t Hurt Yourself, che Beyoncé ha trasformato in un pezzo personale e aggressivo. Jack è rimasto piacevolmente sorpreso quando ha sentito una sua traccia vocale presa dai suoi demo originali nella versione finale. Non l’hanno mai eseguita dal vivo insieme, anche se era in programma una partecipazione al Saturday Night Live: «Non so cosa sia successo», dice alzando le spalle.

Beyoncé ha anche chiesto a Jack un arrangiamento alternativo di Daddy Lessons, un pezzo di Lemonade che lui ha fatto con la collaborazione di Lillie Mae, un’artista country della Third Man Records. Beyoncé aveva impressionato tutti chiedendo un arrangiamento in stile Seasick Steve, che poi non ha utilizzato. «Ma era molto bello», dice il tecnico del suono Joshua Smith. White segue la musica abbastanza da aver sviluppato un ironico disprezzo nei confronti di
Dj Khaled, soprattutto dopo aver sentito Wild Thoughts, un pezzo pieno di riferimenti a Maria Maria di Santana. «Ha rifatto la canzone di Santana! È stato molto carino a impegnarsi a scrivere, interpretare e registrare un pezzo fatto da un altro! Davvero un grande talento».

Oggi White si ritrova a scrivere canzoni che richiamano uno dei suoi progetti precedenti, dai Racounters ai Dead Weather, e le tiene da parte. Ma cosa succede se scrive una canzone in stile White Stripes? Scoppia a ridere: «Non succede molto spesso», dice. Poi fa una pausa: «Non voglio dire alla gente cosa pensare dei White Stripes, ma c’è una cosa da chiarire: erano un progetto solista di Jack White». Lo dice con naturalezza. «Eravamo in due e io scrivevo, producevo e guidavo la band. Le melodie venivano da me, il ritmo da Meg. La gente è abituata a definire le cose in base alle etichette che vengono attribuite. Sono sicuro che se Billy Corgan avesse chiamato il suo disco solista Smashing Pumpkins avrebbe venduto il doppio delle copie». I White Stripes si sono sciolti nel 2011. Chiedo se c’è una possibilità che tornino insieme e alza gli occhi: «Lo dubito fortemente». Non pensa di risposarsi: «Mi riesce difficile avere una vita normale». Ha avuto due figli dalla sua seconda ex moglie e negli anni ha cercato di prendersi delle pause dai tour per passare più tempo possibile con loro.

A volte si chiede se l’intensità con cui vive tutto sia fuori luogo, oggi. «A volte mentre sono sul palco mi chiedo: “Perché mi preoccupo così tanto? Il prossimo artista farà la stessa scaletta di ieri e sarà un successo. Io invece sono qui che sudo sette camicie. Ne vale la pena?». Recentemente ha visto il video di un concerto di Bruno Mars che lo ha fatto riflettere: «Ha detto al pubblico: “Spero vi stiate divertendo”. Io non l’ho mai detto, non saprei neanche come dirlo. È veramente questo il motivo per cui siamo lì?». Secondo lui è: «La verità, cercare di fare qualcosa di reale. Hai delle idee pure, cerchi di scolpire un suono e realizzare qualcosa di bello». Fino a oggi nella sua testa c’è sempre stata l’idea successiva: «Non sono mai stato senza ispirazione. Ogni tanto penso che mi piacerebbe vivere il blocco dello scrittore, per vedere come superarlo. Spero non accada mai».
«Un pacco per te!». Sono i primi vinili di Boarding House Reach. «Ah!», esclama White osservando la cover. La persona dall’aspetto androgino nella foto di copertina ha gli occhi di Jack: «A seconda di cosa copri, gli occhi o la bocca, cambia sesso. Mi hanno detto che la stampa di prova aveva un suono incredibile». Guarda ancora questo bellissimo oggetto che ha creato: «Adesso esiste, finalmente».

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