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Il Sónar è un dancefloor nello spazio

Dalla perfezione estetica di Thom Yorke alle meditazioni di Ryuichi Sakamoto e Alva Noto. Poi il "nonno" Tony Allen manda tutti a casa con un set incredibile e in costante evoluzione, come il festival che manda messaggi agli alieni

Anche quest’anno il Sónar ha detto una cosa importante: che la “musica avanzata” è un’idea che si muove nello spazio immateriale della creatività sperimentale ma ha sempre i piedi piantati nel dancefloor. Si può avere un pensiero digitale innovativo, creare una piattaforma in cui tecnologia, business e musica si incontrano per sviluppare un sistema (come nelle iniziative di Sónar +D), esplorare i suoni del futuro, ma alla fine l’unica cosa che conta è muovere fisicamente le persone, farle ballare, creare emozione. Le radici, sempre.

L’edizione 2018 segna un nuovo record di presenze con 126.000 persone (nel 2019 si sposta in avanti di un mese, dal 18 al 20 luglio) e riporta il Sónar dove è sempre stato, al centro della musica elettronica intesa come forma di cultura che ti porta nello spazio (lo hanno fatto davvero lanciando un segnale al pianeta 6J273b: «Chissà, magari tra 25 anni avremo una risposta e qualcuno verrà a trovarci» ha detto Ventura Barba, direttore di Sónar +D, «Noi saremo qui ad aspettarli») ma soprattutto crea il miglior party per qualità del suono, profondità del ritmo, ricerca e divertimento.

La cosa bella del Sónar è farsi trasportare da una dimensione all’altra: c’è Cornelius (il produttore giapponese Kaigo Oyamada che dopo 12 anni di silenzio ha presentato il suo nuovo progetto) con il suo spettacolo audiovisuale preciso, elegante ed estetico, c’è la chiusura emozionante di Ryuichi Sakamoto e Alva Noto al Teatre del Grec, c’è Thom Yorke con l’incredibile dissolvenza elettronica del suo spettacolo solista che ha presentato per la prima volta a maggio a Firenze al Teatro Verdi.

Thom Yorke, foto Kristian Buus / Alamy / IPA

Sul palco Thom è un alieno di pura voce che fluttua sul palco accompagnato dai beat sintetici di Nigel Godrich e dalle immagini dell’artista Tarik Barri, crea un flusso digitale compatto, inquietante, sublime. Se c’è una musica da mandare sul pianeta 6J273b per spiegare le nostre contraddizioni e l’indefinibile natura della nostra creatività, è quella del genietto dei Radiohead.

Ci sono anche i classici, l’implacabile Ben Klock con i suoi fan teutonici (gli unici che indossano una maglia con il suo nome e il numero 10), Richie Hawtin con il progetto Close e le sferzate tehcno di Laurent Garnier che si è preso il palco all’aperto del Sónar Pub e non lo ha mollato per quattro ore. Ma la vera chiusura, quella che tiene tutti attaccati alle casse con il sorriso, è stato il back-to-back di Motor City Ensemble e Jeremy Underground.

I due sono dei “digger” favolosi, il parigino Jeremy ha fatto del suo amore per Chicago e New York la base della sua etichetta My Love is Underground, il tedesco Daniel Plessow da Stoccarda (dove ci sono le fabbriche di automobili, da cui ha tirato fuori il suo nome) viene dalla raffinatezza della Compost Records, insieme tirano fuori meraviglie disco-funk-house, quella musica da festa eterna che non sbaglia mai e ti emoziona sempre.

Come i 2ManyDjs, che hanno chiuso il Sónar De Dia con la loro ironia, il loro approccio postmoderno (si può chiudere un set mixando insieme i Blur e You Make Me Feel di Sylvester? I fratelli Stephen e David Dewaele, uno in tuta da meccanico, l’altro vestito come alla prima comunione, possono farlo) la loro eleganza e la padronanza perfetta delle pulsazioni del pubblico. I Dewaele sono il simbolo del Dj che non ha paura di niente, come il loro amico James Murphy, l’uomo che ha portato il rock nei club e viceversa che ha aperto l’ultimo serata del Sónar de Noche con un altro concerto degli LCD Soundsystem struggente e travolgente allo stesso tempo. È bellissimo il contrasto tra la devozione di James Murphy e il modo impassibile e implacabile in cui Nancy Whang e la band scaricano la loro macchina ritmica mentre lui se ne sta aggrappato al microfono sotto la mirror ball, un pezzo dopo l’altro fino all’apoteosi di All My Friend.

Le radici, appunto. La celebrazione di eclettismo, conoscenza musicale, tecnica sui turntables, le macchine o gli strumenti, elementi di talento puro. E’ questa la differenza tra il Sónar e tutti gli altri festival di elettronica. E quest’anno la differenza l’ha fatta soprattutto Red Bull Music portando sul palco Sónar Dome due nomi: Tony Humphries e Tony Allen, l’icona della Dj culture e la leggenda della musica africana, il batterista di Fela Kuti creatore dell’Afrobeat.

Musica black nella sua essenza, un suono che crea uno spazio fisico, nei club o sul palco. Di Tony Humphries si dice che abbia creato “un sentimento” più che un sound e il suo set (che prende il nome dalla serie di documentari della Red Bull Music Academy Revolutions on Air) è un omaggio all’epoca d’oro delle radio che hanno lanciato la house music di New York. Tony Humphries si ricorda quando il produttore della Salsoul Shep Pettibone ha mandato un suo mix in onda su Kiss FM New York e sorride, si muove con eleganza e con la sua padronanza perfetta dei Bpm trascina il pubblico in un viaggio culturale pescando chicche dalle sue borse di vinili. Un set perfetto.

Tony Allen sale sul palco con Amp Fiddler alle tastiere (ma è incredibile pensare che potrebbe fare un intero concerto da solo con la sua batteria) e scatena la rivoluzione dell’istinto. Tony Allen è forse l’unico musicista al mondo che ha creato da solo un genere, l’Afrobeat (almeno nell’altra colonna portante della musica black, il funk, erano in due, Jabo Stark e Clyde Stubblefield) ed ha una consapevolezza delle leggi del ritmo e delle dinamiche dello strumento percussivo che va oltre la nostra capacità di comprensione.

È un’istituzione consapevole, e a 77 anni se ne va in giro vestito di bianco nel backstage del Sónar in mezzo ad almeno tre generazioni di musicisti che gli devono tutto, e sorride a tutti diffondendo la sua autorità. Il concerto è interamente improvvisato, intuitivo: Amp Fiddler stende un tappeto di groove electro-funk con le tastiere e la voce mentre Tony Allen viaggia in una dimensione tutta sua, dove il tempo non è in 4/4 e la musica torna indietro alle sue origini Africane, immaginando nel frattempo un percorso verso l’ignoto. «Non sono mai riuscito ad immaginarmi a suonare sempre lo stesso ritmo, sera dopo sera» ha spiegato una volta Tony Allen, «La musica è un processo continuo di studio individuale, è come una lingua che si evolve in continuazione». Ecco cosa ci ha detto anche quest’anno il Sónar.

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