Il Siren non è un festival come gli altri

Da una lineup sempre più ricercata fino ai luoghi unici di Vasto. Abbiamo intervistato la mente dietro una delle realtà più affascinanti della scena musicale

«Fui contattato da un signore statunitense di mezz’età, innamorato di Vasto, tramite l’organizzatore dell’All Tomorrows Parties, Barry Hogan. Aveva quest’idea di organizzare un festival musicale nella città che lo avevo stregato, serviva un promoter italiano e così venni coinvolto», racconta Pietro Fuccio, la mente dietro il Siren Festival.

Giunto ormai alla sua quinta edizione, il festival abruzzese si è ormai affermato come una delle realtà più affascinanti del panorama italiano, ma non solo. Quattro giorni di musica, lineup ricercatissime, tutto immerso in un’atmosfera unica come quella offerta da Vasto. «L’idea alla base del festival fu di realizzare un abito musicale – ma non solo – perfetto per i luoghi della città, dal borgo medioevale fino al golfo».

Vasto

Insomma, non il solito festival, dove location e artisti sono pensati partendo proprio da Vasto, per rispecchiarne e arricchirne l’atmosfera. Insomma, non il solito festival come siamo abituati a immaginarcelo, non la solita radura con migliaia di persone, ma tanti palchi suggestivi costruiti fra le strade del borgo, fra i giardini degli antichi palazzi Vasto, con il golfo sullo sfondo. Una scelta, quella di Pietro e degli organizzatori del Siren, che potrebbe rappresentare una via percorribile per rendere i festival italiani riconoscibili, con un’identità unica e ben definita, lontana dagli inarrivabili standard di Primavera Sound o Glastonbury: «Credo che il grande raduno da 100mila persone in Italia non attecchisca. Abbiamo provato a lavorare in maniera diversa, valorizzando il territorio e le sue tradizioni, mettendo in piedi un festival che vada oltre i nomi in lineup, ma che sia di richiamo per l’atmosfera che si respira».

«I primi anni eravamo spaventati che il pubblico non si spingesse fino a Vasto per sentire nomi più di nicchia come Trentemøller – continua Fuccio – e quindi siamo partiti con l’artiglieria pesante chiamando artisti di richiamo come come National, Mogwai, James Blake, Editors. Comunque artisti con un certo tipo di sonorità, tutti scelti per il gioco che si crea tra la musica e la città… per mantenere questa intimità non puoi certo chiamare Metallica».

Un esempio dell’unicità del Siren? «Quando il cantante dei National, Matt Berninger, durante la prima serata della prima edizione si mise sotto il terrazzo dov’era affacciata una signora anziana, per cantarle una serenata. Oppure lo show quasi ‘preoccupante’ di Cosmo, tre edizioni fa, quando il pubblico letteralmente invase il palco o, ancora, i concerti mozzafiato nei giardini del Palazzo d’Avalos, le feste in spiaggia la domenica…». Pietro continuerebbe per ore a raccontare tutti i colori del Siren, ma il modo migliore per capirne l’unicità è andarci, e tra Cosmo, Slowdive, dEUS, 2ManyDjs, Public Image Ltd, Mouse on Mars e tantissimi altri le ragioni sono più che valide.

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