Il ritorno all'occulto dell'ultimo Bowie | Rolling Stone Italia
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Il ritorno all’occulto dell’ultimo Bowie

Fin dall'uscita del video di "Blackstar" una cosa è stata chiara: David era tornato a giocare con i simboli e con quell'oscurità che sembrava aver accantonato nell'ultima parte della propria carriera

bowie blackstar video occulto

Se, nel 1976, Bowie si era lamentato del fatto che in pochi si fossero resi conto della magica oscurità che pervadeva un album come Station To Station, sicuramente avrebbe reagito in maniera differente alle innumerevoli discussioni nate intorno agli ipotetici significati nascosti all’interno della sua ultima opera e, in particolare, dei primi due brani resi pubblici.

Fin dalla diffusione del video di Blackstar una cosa fu chiarissima: David era tornato a giocare con i simboli e con quell’oscurità che sembrava aver accantonato nell’ultima parte della propria carriera. Insomma, la sua passione per i messaggi nascosti, le (auto) citazioni e la voglia di mistero sembravano essere tornate prepotentemente, forse acuite dal fatto di sapere di essere prossimo alla morte. Cantato come se si trattasse di un incantesimo, il testo del primo verso di Blackstar (“In the villa of Ormen/Stands a solitary candle/In the centre of it all/Your eyes”) sembra alludere ad un rituale occulto, così come confermato dalle immagini del video, in cui una sorta di sacerdotessa officia una cerimonia a chiare tinte magiche. Sono molteplici i rimandi più o meno velati ai temi esoterici trattati in passato da Bowie: in particolare sembra evidente un ritorno alla figura di Aleister Crowley che tanto lo aveva affascinato fin dai tempi di Hunky Dory e che aveva impregnato Station To Station.

Questa tesi pare confermata dal regista del video, Johan Renck: “Sono un grandissimo fan di Crowley, lo sono sempre stato. Amo Crowley per essere stato un uomo audace a un certo punto del suo tempo. Penso che sia stato grandemente frainteso. Era un bravo ragazzo, ma è stato presentato come un uomo malvagio, e non lo era”. Chiaramente, la memoria vola immediatamente a Quicksand, quando Bowie citava proprio Crowley e la società occulta Golden Dawn come grande fonte d’ispirazione di quel periodo. Anche i tre spaventapasseri che si contorcono sembrano un chiaro rimando alla crocifissione di Cristo e i riferimenti biblici proseguono poi nel video di Lazarus. Nel Nuovo Testamento, Lazzaro muore a causa di una malattia e viene resuscitato quattro giorni dopo, da Gesù Cristo. Nel contesto della malattia terminale di Bowie, il titolo Lazarus trasmette il concetto di immortalità, giocando continuamente con l’idea che egli provenga da un mondo altro.

La stessa uscita di scena di Bowie, che a ritroso finisce nell’armadio da cui era uscito, pare alludere al ritorno in una dimensione diversa da quella terrena. Nel video, poi, Bowie indossa lo stesso costume a righe trasversali con cui nell’artwork di Station to Station disegnava l’Albero della Vita della Kabbalah: quarant’anni dopo, anche quel cerchio era definitivamente chiuso.

Questo è un estratto di “David Bowie” il nuovo libro biografico di Luca Garrò edito da Hoepli

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