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Il rap è donna

A Milano torna ‘Ladies First’, l'unico evento in Italia che porta al centro del palco il lato femminile dell'hip hop, combattendo contro lo stereotipo che sia un genere esclusivamente maschile. Ne abbiamo parlato con l'organizzatrice, la rapper e dj Vaitea.

«È nato come un progetto di beneficenza, aperto a tutte le artiste di Milano, poi è sfociato in un collettivo che andava da ballerine, writer, dj e ovviamente mc’s con il quale dimostrare questo lato nascosto della scena hip hop», racconta Vaitea, figura centrale nella scena hip hop italiana, da nove anni organizzatrice di Ladies First, l’evento – unico nel suo genere in Italia – che, il 9 marzo al Barrio’s Live di Milano, metterà ancora una volta al centro del palco il lato femminile della cultura rap. Un discorso importante, quello portato avanti da Vaitea e le sue Fly Girls, soprattutto pensando allo stereotipo per cui la scena musicale italiana – e in particolar modo quella hip hop – sarebbe dominio di artisti uomini. «Mi chiedo anche se non sia un discorso di ‘quote rosa’ – risponde Vaitea – ovvero che nella musica valga la stessa ‘selezione innaturale’ che regola tutti gli altri mestieri, dalla medicina alla politica, per cui le donne vengono messe da parte». Ladies First sarà un evento ricco di ospiti, che vanno da figure di riferimento come La Pina e La Gigi fino alle stelle nascenti del rap nostrano come Pupetta, Comagatte, Luana Corino o ancora la beatboxer LadyWake. Tutto questo, e moltissimo altro, per smentire chi crede che rime e beat siano roba per soli maschi.

L’hip hop viene spesso additato come un genere in cui la donna viene strumentalizzata alla stregua di un oggetto.
Io chiaramente vivo male la strumentalizzazione della donna ma allo stesso modo dell’auto-strumentalizzazione. Vengo da una generazione in cui Queen Latifah gridava “Who you calling a bitch?” (U.N.I.T.Y.), spesso sono le rapper che tra di loro si chiamano bitch, quindi può essere letta come si vuole. È vero che la donna viene strumentalizzata, ma non solamente nell’hip hop, in tutta la società, questa iper sessualizzazione della donna per cui il talento viene messo in secondo piano, è questo ciò che è veramente frustrante. A Ladies First negli scorsi anni abbiamo ospitato dibattiti dove venivano raccontate dinamiche di sopruso quotidiano: donne sottopagate o maltrattate sul posto di lavoro e la musica, essendo specchio della società, purtroppo dimostra come viene vista la donna in generale.

È innegabile, tuttavia, che la scena rap italiana sembra dominio quasi esclusivo degli artisti uomini.
È esattamente questa la ragione per cui organizziamo Ladies First. Spesso sono gli stessi locali a preferire artisti uomini, c’è questa idea per cui l’artista uomo attira di più dato che si crede che sotto il palco ci siano solo maschi. Non è assolutamente vero, la scena rap è cambiata: agli eventi e alle jam vedo sempre più donne, non più solo le ragazze dei rapper, ma ragazze attive , che hanno qualcosa da dire e che hanno bisogno di essere rappresentate. Quando ho iniziato io, da pischella, non potevo immaginarmi che ci fossero delle donne che facevano rap ma un giorno ho visto La Pina e mi si è aperto un mondo: scrivevo i miei testi ma non trovavo nessun artista in Italia che mi rappresentasse. Ecco, noi oggi vogliamo proporre la stessa cosa.

Sono in molti anche a non conoscere l’importanza che le donne hanno avuto nella storia del rap.
Questo è molto triste perché se vai a vedere nella storia dell’hip hop vedi figure fondamentali come Mc Lyte, Queen Latifah, le Salt-n-Pepa, le Sequence di Angie Stone o Sylvia Robinson, che ha prodotto il pezzo più conosciuto dell’hip-hop, Rappers Delight. Le donne ci sono sempre state ma non sono mai state messe in luce come avrebbero dovuto. Come dico sempre, bisogna riportare yin nello yang: c’è tanto bisogno di donne in tutto questo testosterone che ci circonda.

Credi potrebbe essere utile creare una label rap tutta al femminile?
Si perché no. A noi di Ladies First è stata spesso mossa la critica di ghettizzarci, di voler avere sole donne sul palco: non è questo l’intento, io credo che l’unione faccia la forza e il nostro obbiettivo è quello di lavorare anche insieme ai tantissimi artisti uomini che ci supportano, non di chiuderci. È giusto che le donne abbiano progetti imprenditoriali ma fare un progetto di sole donne, lo dico per esperienza, non per niente facile. Mi è successo spesso di lavorare con collettivi di DJ sole donne e di essere meno chiamate ai festival perché considerate una minoranza. Come sta succedendo nel cinema, dove molte attrici parlano di minoranza, lo stesso succede nella musica.

Hai parlato del mondo del cinema, dove il caso Weinstein ha portato a galla ombre di cui molti sapevano. Secondo te esiste anche nella musica?
Secondo me esiste un po’ in tutti i mondi. È un terreno spigoloso perché bisogna capire la diversità di ogni situazione. Bisogna capire quali sono realmente abusi e quali no. In parole spicce, c’è chi c’è stata, c’è chi no, c’è chi si è sentita fare violenza e chi invece è pronta a tutto per arrivare. Tuttavia, anche confrontandomi con molte altre donne su questa tematica, viene comunque fuori che tutte ci siamo trovate in situazioni sgradevoli, in cui ci siamo sentite di aver subito una violenza psicologica, un abuso, di aver sentito che qualcuno ci voleva fare sentire in situazioni di minor potere, con tutte le sfaccettature del genere, dalle parole alla ‘pacca’ fino al caso di violenza vera e propria. La tristezza è il constatare che accade a tutti i livelli, non solo a Hollywood, e che la maggior parte delle donne deve affrontare queste cose.

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